Cous Cous: di Abdellatif Kechiche
Di: Michele Faggi
Pubblicato il 13 gennaio, 2008
In nuove illusioni, recensioni
Quello di Abdellatif Kechiche è un cinema che rivela una forte vocazione performativa, performance che non si sbarazza del racconto, ma che raccoglie elementi di affabulazione quotidiana e li trasforma nel flusso della ripetizione popolare, anche in termini musicali. Cous Cous (Le Graine et le mulet) è la terza regia del regista franco-tunisino, visione incollata alla comunità franco-araba di Sète e alle due famiglie di Slimane, operaio di un cantiere navale a rischio di licenziamento, il cui peregrinare per la città e tra due universi affettivi è una linea libera (in)diretta che Kechiche traccia con naturale ossessività; niente a che vedere con la chirurgia dei Dardenne molto più interessati ad ancorare i personaggi alla materia dentro e fuori l’inquadratura; il pedinamento per Kechiche è la tessitura insistente e progressiva di un racconto nomadico che si elabora come vera e propria performance musicale; vengono in mente i Gadjo Dilo di tutto il cinema di Gatlif, a mio avviso più capace di cogliere le derive astratte dell’improvvisazione come mutazione di uno spazio/corpo slittante e in transito. Il cinema di Kechiche, ha un’anima musicale molto più ancorata al sistema del racconto popolare; questo fa di Cous Cous un film in bilico tra un dispositivo della narrazione tutto sommato classico, nonostante il trucco della realtà, e la forza di liberare il racconto con una rivelazione dello spazio soggettivo selvaggia e disancorata dall’apologo; è un contrasto che si percepisce anche nell’ultima mezz’ora, dove lo sguardo vive l’incertezza di abbandonarsi ad una libertà visiva estrema avvicinandosi alla sensualità goffa e vitale di Hafsia Herzi, oppure elaborando frammenti frequentativi del racconto; la partitura è indubbiamente complessa, e si libera davvero nella straordinaria chiusa di qualità musicale con Slimane esausto, arreso ad un destino negativo che non esiste più, intrappolato nella ripetizione di un racconto avvitato su se stesso. Film molto amato a Venezia 64, Cous Cous (Le Graine et le mulet) ha vinto il Gran Premio della Giuria insieme a Io non sono qui di Todd Haynes.
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