Venezia 65 – Un giorno perfetto e Il papà di Giovanna, ovvero, ancora, parabola della famiglia imperfetta (con un lieto fine) – in concorso
Di: Elisa Baldini
Pubblicato il 3 settembre, 2008
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Due quarti del cinema italiano in concorso a Venezia quest’anno, e cioè il film di Ferzan Özpetek , Un giorno perfetto, e l’ultima fatica di Pupi Avati, Il papà di Giovanna, rispecchiano una tematica che satura il mercato nazional popolare nostrano da un po’ di tempo ormai, e cioè la famiglia e le sue crisi. Pellicole che da Muccino in poi, passando per Soldini e Faenza, hanno creato un campionario di stereotipi che comprendono volti come quello di una Buy, la Morante o lo stesso Orlando, riducendoli a maschere di una mezza età che naviga la crisi, riconoscibili spauracchi di un ciclico e fotografabile malessere.
I film di Özpetek e Avati si focalizzano entrambi su due universi famigliari instabili, dove il tempo e i problemi hanno scavato una fossa tra moglie e marito pericolando la stabilità sentimentale dei figli. Le figure femminili, interpretate da Isabella Ferrari e Francesca Neri, sono donne algide, esseri indipendenti che si rassegnano per prime alla fine dei rapporti, immancabilmente votate al culto della propria bellezza che imbarazza (è il caso di Valentina in Un giorno perfetto) o suscita rabbia invidiosa (nella Giovanna del film di Avati). Il padre, invece, è colui che cerca e rattoppa il legame: il poliziotto Mastrandrea che aspetta la moglie fuori dal lavoro e sotto casa e la implora pateticamente di tornare con lui, e il papà Orlando che si erige ad unico tassello genitoriale nella vita di Giovanna, continuando a curarsi di lei anche quando la scopre instabile mentalmente ed omicida. Ma neanche i padri sono perfetti, consapevoli espiatori di colpe accumulate negli anni: Mastrandrea che porta i figli, fino ad allora trascurati, a cena e in giro per Roma solo al culmine della sua disperazione, principalmente per preoccupare la madre e vendicarsi per il suo abbandono, Orlando, che si sente direttamente responsabile del crimine della figlia, avendolo inconsapevolmente innescato con la sua ansia di procurarle felicità.
Stupisce che ben due film italiani su quattro in concorso si concentrino su spargimenti di sangue all’interno delle mura domestiche: Avati ha ammesso in un intervista di essere stato influenzato dalle tragedie restituiteci pedissequamente dai media in questi ultimi anni, da Cogne a Garlasco, e di essere interessato soprattutto a cosa succede quando si spengono i riflettori, mentre Özpetek ha ripreso la suggestione dal romanzo della Mazzucco, ma tradisce anch’esso un’inevitabile collegamento con quello che i telegiornali nazionali ci martellano quasi scandalisticamente sui piatti ogni sera.
Nonostante le affinità tematiche, però, è il film di Avati, tra i due, a salvarsi dal baratro della banalità senza scampo, e non perché ha deciso di ambientare la vicenda nella Bologna degli anni 30-40, deviando quindi il contesto, poiché in realtà il fascismo e i suoi guai rimangono comunque un quadretto bozzettistico appeso sullo sfondo. Fascismo tiepido incarnato tiepidamente dalla figura del poliziotto con la camicia nera Ezio Greggio, inevitabilmente spaesato in un ruolo drammatico che lo costringe ad una recitazione smorzata e sottovoce per non correre il rischio di tracimare nel suo personaggio vociante e pagliaccesco, rischio sfiorato paradossalmente in uno dei momenti più drammatici del film quando sta per essere giustiziato dai partigiani e rinnega la sua fedeltà al duce con un enfasi che deborda nella sua immagine televisiva.
E’ il rapporto tra il padre e la figlia, un sempre bravo Orlando e una sorprendente Alba Rohrwacher, che rende questo film perlomeno sincero. Avati-padre scrivendo il libro e poi girando il film pensava, ha dichiarato, al rapporto con la sua, di figlie, che, come tutte le adolescenti, ha affrontato qualche malumore generazionale, che lui ha tentato di seguire con partecipazione costante e discreta. Le immagini migliori del film sono quelle in cui il goffo e risoluto papà Michele cammina a fianco della recinzione del manicomio criminale, con Giovanna che gli saltella dietro, e a mano a mano il suo scetticismo stordito di fronte all’anormalità della figlia si trasforma in ferma accoglienza. Atterrati in una dimensione sfasata ma non per questo meno giusta, i due si inventano la mimica docile e infantilmente sconcia di una nuova comunicazione che alla fine commuove anche la madre imperturbabile. Non mancano certe semplificazioni di sceneggiatura che minano la tenuta della vicenda, certi passaggi bruschi, ultimo e più eclatante, appunto, proprio quello della riunificazione con la madre, fino ad allora gravitante su orbite opposte, che alla fine, per la magia del cinema,tornerà a casa.
Il film di Özpetek, invece, non si salva. Letterale prolungamento del trailer, si conferma una vera e propria carrellata di volti noti con espressioni affrante che si contendono uno spazio ed un tempo ciclico (il film inizia telefonando la fine) che non basta per tutti- ad alcuni effettivamente rimangono soltanto le briciole, come la Vukotic scomodata per dare un 20 al figlio di un avvocato, e l’attrice feticcio di Özpetek , Serra Ylmaz, che si accontenta di servire un cono con crema e cioccolata, ma più crema, a Isabella Ferrari.
Stessa cosa per Angela Finocchiaro: dopo l’antefatto iniziale, ci si dimenticherebbe totalmente di lei se il regista non si premurasse di farcela nuovamente incrociare a metà film, facendole cadere una maglia per strada che, guarda caso, viene raccolta proprio dalla ragazzina che alla fine la dottoressa da lei interpretata salverà, per non parlare della professoressa monoespressiva interpretata da Monica Guerritore, che si improvvisa inspiegabilmente per tutta la notte segugio di una Ferrari isterica, incontrata un’ora prima, sempre casualmente, in un bar.
Un giorno perfetto ha numerosi momenti dal sapore grottesco, come quando Nicole Grimaudo si ricorda inspiegabilmente di una certa Marzamemi di fronte all’affresco stile Bollywood che il figlio di papà- suo amante le ha tributato, oppure nei dialoghi affettatissimi e surreali dei minorenni.
Özpetek ripropone il topos del film tutto in un giorno incastrando malamente i tasselli di svariate e casualmente fatali sfighe: la povera Ferrari si trova nel giro di dodici ore licenziata, quasi violentata dal marito, in questura a denunciarlo e infine con i figli sequestrati da lui, che, nel frattempo, si è trasformato in un folle omicida.
Regia prevedibile a parte qualche scarto, del resto incongruente: la scena in cui la Ferrari viene trascinata da Mastrandrea in un canneto, camera a mano e affanno sfiatato in primissimo piano sonoro, è sconnessa dal resto del film e anche da sé stessa, frammento simil reportage che buca una regia intatta come un lenzuolo appena steso nella calura estiva del dopopranzo.
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