Dream (Bi-mong) di Kim Ki Duk (Corea – 2008)
Di: Michele Faggi
Pubblicato il 26 dicembre, 2008
In recensioni, strana-illusione
Di fronte all’evidenza fotografica delle videocamere di sorveglianza Ran non può far altro che ribellarsi fino al punto di non riconoscersi, l’unica forma attendibile tra il sogno e la realtà è quella condizione di passaggio che lo stesso ufficiale di servizio incaricato di interrogarla chiama sonnambulismo, l’unica che per un istante gli permette di sopportare l’aberrazione di un sogno che si inabissa nella realtà, perché “un sogno è un sogno e la realtà, è la realtà”. Una finzione reale che se volessimo per forza smontare con l’idea che l’immaginario di Kim Ki Duk si sia irrimediabilmente arenato in una parodia schematica del suo stesso cinema, ci costringerebbe a fare i conti con il suo film probabilmente meno conosciuto e meno amato, quel Real Fiction che dell’involucro teatrale si faceva in realtà beffe aprendolo alla forza distruttiva di una deambulazione senza requie. Dream si sdipana (letteralmente) e si riavvolge entro spazi angusti, dove il riflesso, il frammento, la visione come ferita o feritoia che attraversa quasi tutta la filmografia del regista Coreano è qui apparentemente meno esplicita e accattivante, ma proprio per questo possiede ogni singola inquadratura. Quello che può sembrare uno dei film più chiari di Kim Ki Duk, imprigionato sulla superficie di alcune simbologie, è insieme a Soffio, uno dei più ricchi e rigorosi; è lo spazio stesso che si tramuta in occhio, diviso quasi sempre da un diaframma della visione, occupato com’è da
quella cataratta sull’immagine che sono i veli lavorati da Ran; in un set dalla planimetria sfuggente ed ec-centrica, tempo e spazio subiscono un avvitamento capace di scardinarne i confini teatrali; la bellissima sequenza ambientata nel campo di grano è un rovesciamento continuo della visione scopica, Kim Ki Duk la filma con una distanza sorprendentemente bidimensionale, introducendo la frammentazione del punto di vista come un’idea forte, stratificata e aderente all’immagine stessa; senza abdicare alla presenza ingombrante del mezzo o alla forma seduttiva della visione soggettiva, lavora semplicemente con immagini
dentro altre immagini. Che l’ultimo film di Kim Ki Duk sia ancora una volta un esempio di cinema fatto di corpi e segni lanciato verso un minimalismo estremo orientato all’invisibile è sensazione assolutamente forte; tutti i momenti, già stigmatizzati come ridicoli da un certo tipo di critica, dove Jô Odagiri e Na-yeong Lee costringono i loro volti in una galleria di maschere posturali, forzando gli occhi a rimanere aperti e vigili contro il mondo dei sogni, sono attraversati dall’evidenza di un segno grottesco che si tramuta di volta in volta nell’immagine opposta o in un riflesso di doppi, tripli, quadrupli significati o
ancora, nell’ambi-valenza storica della maschera teatrale e nell’assenza stessa di significato. Dream è un film disperato e libero, incompiuto e apparentemente improvvisato come il cinema sognato dalla macchina ammazzacattivi, ha una valenza intima e quindi politica che conduce lo sguardo ad una percezione ambigua del reale; non si tratta delle solite banalità sulla separazione tra sogno e realtà, troppo frequentemente attraversate da una retorica accecante, quanto della visione ad occhi spalancati su di un abisso sonnambulo, un regno di passaggio osservato allentando la presa sull’immagine del reale e allo stesso tempo reso in forma vivida, evidente, infestato da segni e dettagli, esplicito e sfuggente come la realtà che si palesa nei sogni degli amanti o in un tunnel di specchi.
La versione DVD di Bi-mong (Dream) si trova anche su YesAsia da questa parte.
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