Gandu di Q. al River To River IX, l’incontro con il pubblico

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Pubblicato il 10 dicembre, 2011
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Presentato in concorso a River to River Florence Indian Film Festival Gandu (Asshole) di Kaushik Mukherjee giovane regista di Calcutta che da anni ha adottato lo pseudonimo di Q. col quale firma le produzioni della Art-house Overdose la sua compagnia di produzione, design e musica.

Gandu è giovane, non studia, non lavora, non ha mai fatto l’amore con una ragazza; vive con la madre ancora giovane e piacente che ha un fidanzato molto ricco al quale Gandu, strisciando in camera da letto mentre i due si dedicano agli amplessi più bizzarri, sfila un sacco di banconote dal portafogli. Quando non si dedica ai suoi componimenti rap arrabbiati e violenti, non si masturba furiosamente nella sua camera guardando film porno orientali e non tenta la fortuna giocando alla lotteria, Gandu se ne va in giro per la città a farsi di crack con un suo amico, conducente di risciò, che vive nel mito del kung fu e di Bruce Lee. Un film sorprendente, esplicito, originale e disperato Gandu, passato all’ultima Berlinale nella sezione Panorama, che spalanca un occhio su un’India ancora inedita nel cinema nella quale convivono, insieme alla povertà e all’emarginazione, gli internet point, skype, ipod e film porno.

Q. ha conversato col pubblico dell’Odeon alla fine della proiezione raccontando le differenti reazioni del pubblico indiano all’uscita si Gandu:

«Sono sempre stato un fan del River to River in tutti questi anni e sono quindi doppiamente felice di essere qui a presentare questo film. A Berlino dopo la proiezione il pubblico era piuttosto scioccato e silenzioso. È stata molto più divertente la prima e unica proiezione che abbiamo fatto in India ad un festival del cinema che si svolge ogni anno su una spiaggia dove viene montato un grande schermo sul quale vengono proiettati i film mentre il pubblico può tranquillamente bere birra e fumare una canna. I film vengono giudicati in modo molto semplice e diretto: se piacciono la gente li applaude, altrimenti li fischia. Io ero davvero molto in ansia perché sapevo che c’erano almeno 700 persone da tutta l’India accorse solo per vedere Gandu, perché da quando è stato caricato il trailer si è formato un vero e proprio movimento underground di supporto. Quando le autorità hanno comunicato che il film sarebbe stato proiettato solo nella serata di chiusura c’è stata una sommossa ed io con la mia troupe ho deciso di proiettare ugualmente il film sul muro di un palazzo vicino alla spiaggia. La gente era davvero entusiasta, abbiamo ricevuto ben due standing ovation: una dopo la scena di sesso (non simulata N.d.A) e l’altra alla fine!

Non ritengo che il mio film così esplicito e provocatorio sia un caso eccezionale perché attualmente in tutta l’India si respira l’aria di un profondo cambiamento. Sono tanti gli artisti, i giornalisti, gli scrittori che hanno significativamente sostenuto Gandu e anche noi ci siamo mossi contro la censura, ma purtroppo è stato tutto vano. Quella sulla spiaggia è stata l’unica proiezione in India, ma il film che è stato uplodato su Torrent è uno dei più scaricati del paese.»

Q. ha parlato anche della sua formazione: «Io non amo definirmi un film maker, ma piuttosto un film jockey: Nel cinema è stato detto e comunicato quasi tutto e trovo difficile l’idea di terreni ancora da sperimentare, mi appartiene decisamente di più il mondo della musica. Come cineasta sono un autodidatta, ho imparato praticamente tutto guardando film e videoclip, infatti ogni scena di Gandu è un omaggio e una citazione ai film che io amo e con i quali mi sono formato.»

Sulla scelta di girare un film in bianco e nero: «Sono un nostalgico dei film in bianco e nero e del modo in cui questi permettevano una focalizzazione totale sulla narrazione. In Gandu l’unica scena a colori è quella di sesso, ma è stato fatto essenzialmente per mettere in risalto l’albero che compare nella sequenza perché era in affitto e ci è costato un sacco (ride).»

La musica, un elemento fondamentale del film che è tenuto insieme dal ritmo incalzante del rap del protagonista: «Io vengo dal Bengala e là le persone amano molto le canzoni melodiche, io invece ne sono stufo! Per questo in Gandu ho fatto piazza pulita di ogni melodia e ho annullato il vocabolario tipico dei film che si girano in Bengala creando qualcosa di completamente diverso. Non mi ritengo particolarmente coraggioso, in India c’è bisogno di verità, e la verità è sempre soggettiva. Facendo questo film mi sono sentito onesto con me stesso.»

Q. ha salutato il pubblico dell’Odeon spiegando nuovamente il significato della parola Gandu: «In realtà è una parola antichissima che letteralmente indica qualcuno a cui piace farsi inculare, tutt’ora è molto usata, anche se non si dovrebbe (ride) Io però la trovo un’espressione davvero graziosa e vi invito quando magari siete imbottigliati nel traffico a gridarla forte, e prima che ve ne andiate voglio che mi salutiate così: Gandu!»

 

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Caterina Liverani nasce a Firenze nel 1979, si laurea in Lettere indirizzo Musica e Spettacolo con una tesi sull’Iconografia dei fuori scena Shakespeariani. Divoratrice di cinema, letteratura e mostre collabora con Indie-eye dal marzo 2010. Scrive su altre testate occupandosi di beauty e moda ed ha un suo blog dove riversa idee e suggestioni legate al suo lavoro, ma non solo.
Caterina Liverani
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