La Prima cosa bella – di Paolo Virzì (Italia 2010)
Di: Michele Faggi
Pubblicato il 21 gennaio, 2010
In news, recensioni, strana-illusione
Ogni segmento, tutte le piccole cellule narrative de La prima cosa bella sembrano rigate da quel graffio improvviso che muta l’amore in dolore nelle canzoni più belle di Piero Ciampi, ambivalenza della parola che trova terreno fertile nell’occhio fotografico di Nicola Pecorini, sempre al limite tra una vicinanza affettiva ai soggetti e una deformazione mostruosa del reale; il nuovo Virzì attraversa un decennio di storia del cinema italiano e ricostruisce il proprio con una passione che si vede sempre più raramente sugli schermi nazionali. C’è una coralità strutturale che non si limita alla fotografia di gruppo, al bozzetto di provincia che procede per accumulo, al contrario il tempo dialoga con i corpi e con la musica sanguinando quasi Scorsesianamente, cercando la bellezza negli elementi di contrasto più forte. Allora tutto il cinema di Risi, non solo il più evidente ma anche quello di film come “Il Giovedì”, esce dall’alveo della citazione e possiede i corpi degli attori a cominciare da uno straordinario Valerio Mastrandrea; vicinissimo e allo stesso tempo lontanissimo dal suo performare più tipico, incarna uno dei personaggi più dolorosi e difficili della sua carriera, giocando su quel livello impercettibile di mutazione che non permette di rilevare confine tra il tragico e il grottesco. E’ il suo malessere che influenza con un riverbero fortissimo le luci e i movimenti di macchina del film; ancora una volta la tessitura è corale ma in un senso in cui lo spazio, la relazione tra volti e corpi in un’unica inquadratura, il salto improvviso e brutale dalla vita più scellerata all’orrore della morte, connettono passato e presente in un racconto che si manifesta secondo coordinate visionarie e antinostalgiche. E’ un gioco complesso di doppi, basta pensare a Micaela Ramazzotti e a Stefania Sandrelli, specchi convergenti, due momenti di cinema (Germi, Pietrangeli, Virzì) che dialogano declinando un tempo di mezzo, uno spazio affettivo che diventa estremo e quasi intollerabile nella lunga e incredibile sequenza che mette insieme il matrimonio e il funerale della Sandrelli, dove le caratterizzazioni minime dei personaggi di contorno strabordano, invadono lo schermo, si dibattono in situazioni opposte e contrarie, emergono come visioni che non possono più esser contenute dallo schermo; fino a quando tutto questo amore e tutta questa sofferenza non si placano nell’orizzonte piatto e infinito del mare.
Tu precipitasti nella mia anima.
Ricordi che ti chiesi “ma tu chi sei? ma tu chi sei?”
e tu mi rispondesti “non hai capito”,
tu mi rispondesti “io sono te”.
(Piero Ciampi – Mia Moglie)
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