Nemico Pubblico - di Michael Mann (Usa - 2009)
Di: Michele Faggi
Pubblicato il 18 novembre, 2009
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Le intenzioni di Mann, ancora una volta, vengono superate dai risultati; se avesse un senso in questa (e in altre) idee di Cinema individuare un punto, la portata di Public Enemies potrebbe trascinarsi dietro conseguenze inimmaginabili; la lucidità di Dante Spinotti che racconta il suo equipaggiamento digitale come uno strumento capace di “guardare dentro le ombre” e l’ostinazione di Mann nel penetrare la Storia con la prossimità di questo stesso sguardo addosso a corpi fatti a pezzi dalle videocamere, è un transito di pura vertigine. L’assorbimento della fisicità nell’orizzonte di un cielo digitale è l’immagine del contrasto che spacca in due il Cinema di Mann; un’impresa titanica che spezza il fiato e interrompe ogni comunicazione con una metarealtà di origine epica; il Cinema, per Mann, è braccato tra le pieghe di quest’aderenza quasi psicometrica dell’immagine storica ad un presente sospeso nel vuoto, tanto che si è cosi vicini ai corpi e ai proiettili da poterli vedere chiaramente alla deriva nello spazio. C’è una precisione storica che è una filologia dell’ambiguità, una differenza sin troppo evidente con tutti i vecchi cinema Baarìa (non solo) occidentali, a quello sguardo offuscato da una patina di nostalgia si sostituisce l’occhio dilatato e visionario di un HD documentale e si fa strada un distacco dalle radici classiche dei dispositivi del racconto a cui Mann avrebbe potuto riferirsi, quel percorso dentro il corpo ingombrante fatto di Storia e Immagini Americane viene superato neutralizzando citazioni e pezzi di altro cinema in uno spazio letteralmente iper-reale, la visione di una realtà aumentata, un avvitamento della storia sulla consistenza di un’immagine istantanea e presente che sembra provenire dall’incubo più iluminato e precognitivo di Chris Marker, dalla collisione del tempo nei documenti di Peter Watkins, cosi come sono sospesi tra corpo, territorialità e fantascienza, o ancora Rossellini e Kubrick, come connubio estremo, cosi vicino e cosi lontano dall’immagine della realtà. Non è sconosciuto il processo di ricerca iconologica che Mann ha perseguito con estrema lucidità, un’idea di Storia lontanissima dalle tentazioni della ricostruzione, questa punta dritta alla visione della “verità” penetrando la memoria con lo strumento di chirurgia visiva più diretto e temuto dalla retorica del Cinema (quella dei nipoti o delle nipotine di Amelie, tando per intenderci). Un Cinema, quello di Mann, che finalmente non limita le proprie possibilità alle strategie della re-invenzione, ma casomai, come per l’ultimo Lynch o per il “raro” Yu-lik-wai, guarda dentro le ombre.
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