Silent Souls di Aleksei Fedorchenko: l’orizzonte di grado zero
Di: Michele Faggi
Pubblicato il 30 maggio, 2012
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Aleksei Fedorchenko racconta ancora un viaggio liminale ripercorrendo le tracce rituali delle radici Merya, ceppo ungro-finnico dissoltosi nei territori apolidi delle popolazioni Slave; la morte improvvisa di Tanya per il marito Miron e l’amico Aist è l’inizio di un viaggio verso un territorio sempre più evanescente che coinciderà con un processo di riassorbimento originario e dalla portata quasi alchemica; sembra che la persistenza della memoria interiore nella dispersione di quella collettiva sia la dolorosa ossessione del cinema di Fedorchenko, fin da Pervye Na lune, complesso mockumentary sull’allunaggio degli astronauti Sovietici, un deturnamento continuo tra verità storica e una tragica fata morgana. Le anime silenziose del nuovo viaggio sono quindi landscape i cui confini diventano labili e invisibili, dove le città di cui i viaggiatori sembrano conservare tracce sono già scomparse. Il tentativo di Fedorochenko è quello di raccontare la sopravvivenza dell’anima alla disintegrazione materiale delle città geografiche realizzando nelle intenzioni un film rarefatto e lunare, dove i corpi vivono quasi in assenza di gravità, sospesi tra le pieghe di un confine che diventa progressivamente più ampio del territorio stesso, fino a raggiungere l’orizzonte di grado zero del mare. Ma i limiti di Silent Souls, sfortunatamente, risiedono proprio in questa forte presenza iconica di un’atmosfera quasi astrale, una sorta di immateriale materialità scolpita dall’occhio fotografico di Mikhail Krichman, direttore della fotografia de “Il ritorno” di Andrei Zvyagintsev, opera sopravvalutata e sviluppata anch’essa sulle proporzioni arcaiche e mitologiche del paesaggio che si sostituiscono ad una scrittura capace di scolpire il tempo in profondità. Se pensiamo alle città nel cinema di Jia Zhang-Ke, cosi impermanenti da mozzare il fiato nel loro scollamento improvviso dal cielo, dall’orizzonte e dall’occhio soggettivo, si rimane per forza delusi da questa fotografia persistente che fa del film di Fedorchenko un esercizio irrisolto che non riesce a farsi segno.
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Michele Faggi
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