The Artist di Michel Hazanavicius (Francia, 2011)

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Pubblicato il 10 dicembre, 2011
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Al tempo in cui il cinema non aveva ancora imparato a parlare e sulla collina di Los Angeles campeggiava la scritta Hollyland, le stelle del grande schermo brillavano silenziose, fra sorrisi sornioni e sguardi languidi, vestaglie di seta e sigarette a mezza bocca. Che sia un moschettiere al servizio del re di Francia o un ladro gentiluomo, il vanesio e narciso George Valentine, sempre pronto a porgere il suo profilo migliore a fotografi e fan adoranti, non fa naturalmente eccezione, in ossequio alla regola aurea che impone ad ogni divo di essere il principale ammiratore di se stesso. Omaggio affettuoso ai maestri del cinema che fu, The artist di Michel Hazanavicius, presentato in concorso al Festival di Cannes, non si limita a riprodurre le atmosfere dei ruggenti anni ‘20 ma, radicalizzando l’esperimento alleniano di Ombre e nebbia (un noir alla Fritz Lang girato negli anni ‘90), racconta il fatidico passaggio al sonoro, presentandosi come un film muto in piena regola, con tanto di cartelli, onomatopee e dissolvenze. E’ il 1927 e tutto tace nel mondo fatato di George Valentine che, mostrando ben poca preveggenza, finirà, suo malgrado, per somigliare più alla Norma Desmond di Sunset Boulevard che all’aitante Douglas Fairbanks. A Hollywood il pubblico ha sempre ragione, tuonano i produttori (con un irresistibile John Goodman in testa), e volti nuovi sono destinati a soppiantare vecchie glorie troppo orgogliose o dotate soltanto di una vocetta stridula. Cosi’, senza troppo clamore, com’era accaduto per davvero al povero John Gilbert (storico partner di Greta Garbo), George Valentine viene ben presto messo da parte, oscurato dal fulgore delle nuove stelle parlanti, fra cui la scoppiettante Peppy Miller, che proprio lui aveva contribuito a lanciare. Se la trama ricorderà inevitabilmente E’ nata una stella, con il vecchio pigmalione superato dalla giovane ammiratrice, c`è poco da preoccuparsi: complici un simpatico Jack Russell e alcuni imperdibili camei (fra cui un gustoso Malcolm McDowell), un’ironia travolgente dissolve qualunque tentazione melodrammatica, sotto una pioggia di citazioni cinefile e di trovate geniali (l’incubo sonoro di George o l’incidente di Peppy sovrapposto al tentato suicidio di George), scivolando veloce fino ad un inaspettato finale, dove tutto si risolverà a ritmo di tip tap.

 

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Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987 e ora vive e a Milano e dintorni. Laureatasi in filosofia nel 2009, collabora con una rivista di filosofia. Completerà gli studi nell’estate 2011 (laurea in scienze filosofiche), con una tesi a proposito del dibattito novecentesco sul libero arbitrio nel mondo anglosassone. Da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura, sta muovendo i primi passi nel mondo del giornalismo. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line, occupandosi di recensioni, interviste e approfondimenti.
Sofia Bonicalzi
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