Venezia 68 – Orizzonti – Kotoko di Tsukamoto Shinya (Giappone, 2011)
Di: Michele Faggi
Pubblicato il 10 settembre, 2011
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Kotoko, il nuovo film di Tsukamoto Shinya realizzato interamente in un formato digitale dall’aspetto quasi “home”, è un progetto nato in stretta collaborazione con la cantante pop Cocco, che per il film, oltre ad interpretare alcuni numeri musicali in forma performativa, ha curato la realizzazione di una parte del decòr in qualità di production designer. Kotoko è una madre affetta da sdoppiamento visivo, visualizza le persone nella versione positiva e in quella negativa, una forma di minaccia che la giovane donna avverte soprattutto per il figlio, che comincerà a proteggere da tutto quello che ritiene possa manifestarsi come pericolo. L’incontro con uno scrittore, interpretato dallo stesso Tsukamoto, introduce un elemento relazionale complesso, che come in molti film di Tsukamoto, viene rappresentato su quel confine tra creatività positiva e pulsioni distruttive; solamente quando canta, Kotoko riesce a trovare una comunione con la realtà. Kotoko sposta ancora di più il cinema del regista giapponese e il luogo della mutazione in una dimensione famigliare, in parte recuperando quel propellente primordiale che attraversava le sequenze di danza in Vital, ma lanciandosi in una nuova direzione che ci è sembrata il naturale sviluppo di quella riduzione minimale del segno grafico presente nel terzo capitolo Tetsuo, dove l’immagine mutante post-industriale sembrava aver lasciato il posto, anche da un punto di vista strettamente “tecnico” ad un’animazione di tipo bidimensionale, ad un calco di catrame, al bianconero dell’inchiostrazione. E in Kotoko, tutte le sequenze più magiche fatte di piccoli oggetti infantili animati, sembrano rinnovare questa tendenza in un gioco che riconduce quasi alle immagini in movimento delle origini, fatte di luci e colori invece che di carne e metallo. Lo spazio relazionale, nel rapporto tra Kotoko e lo scrittore, tra violenza immaginata e percosse subite, si trasforma in una porta per la conoscenza, non solo nelle sequenze dove la giovane madre si taglia per sentire ancora più intensamente il rapporto con la vita, ma anche nella volontà dello scrittore di assorbire il potenziale schizofrenico di Kotoko. Disseminato di splendide sequenze performative che catturano Cocco mentre canta, Kotoko porta in una direzione ulteriore il lavoro di Tsukamoto, superando definitivamente il rapporto tra corpo e città fino alle origini della vita.
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