Women – s/t (Jagjaguwar – Godfellas 2008)
Di: Roberto Ragionieri
Pubblicato il 29 settembre, 2008
In Allaboutnoise, Experimental, Garage, Hardcore/punk, Indie, RECensioni, Weekly REC |
Pubblicato per il solo mercato canadese su etichetta Flemish Eye il debutto di questo quartetto di Calgary esce i primi di ottobre per quello americano ed europeo grazie ad una ristampa quasi istantanea su Jagjaguwar; registra il tutto Chad VanGaalen, recentemente uscito con il controverso Soft Airplane, condividendo parte del suo sperimentalismo autoctono e visionario per mezzo di un equipaggiamento fatto di field recordings, ghetto blaster, riverberi naturali e casalinghi. Ci tengono quelli della Flemish Eye a tirar fuori i nomi di This Heat (per l’occasione, qui su REC in un approfondimento di Federico Fragasso) e The Zombies per definire il suono di Women; niente di sbagliato soprattutto nel modo in cui sferragliamento preindustriale e tribalismi assortiti intaccano un’anima garage che non se ne vuole andare. Dal vivo la band canadese allestisce un set capace di restituire dal punto di vista visivo la spazialità del loro suono; una specie di laboratorio rumorista ravvivato da una performance che guadagna forza mentre perde via via centralità senza abbandonare impatto comunicativo; un confine, quello tra minimalismo e rock’n’roll che qui si perde nei droni di Cameras, riacquisisce antiche identità in tracce come Black Rice, offre una versione sporcata e astratta dei King Crimson in Sag Harbor Bridge. La forma contratta dei brani, cosi breve da bruciare moltissimi spunti e intuizioni in uno spazio creativo per consuetudine ritenuto angusto, fa pensare alle prime cose dei Deerhoof per un approccio ugualmente ludico e vorace, è il caso della triade Group Transport hall, Shaking hand, Upstairs, tre brani apparentemente vicini al concetto di suite per come sono concepiti, e allo stesso tempo tre monadi taglienti, tre oggetti acuminati che cambiano traiettoria ad ogni ascolto. La forza di questo attacco sonico persiste nella violenza Punk tra forma e deriva, quel rito di passaggio che era sicuramente nell’esperienza di band come This Heat o nel gioco massacrante dei Pussy Galore di Dial M. For Motherfucker, macchina da guerra trainata dal drumming metallico e mostruoso di Bob Bert; le ultime due tracce dell’album condividono certamente questo universo incendiario ma con una propensione maggiore alla perdita del senso e alla contaminazione, un sistema ritmico che si spacca in mille pezzi e segue il tracciato di una Jam session o semplicemente di un infinite sound.
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