Ramona Falls – Intuit – (Souterrain Transmissions – 2009)
Di: Francesco Cipriano
Pubblicato il 28 settembre, 2009
In Experimental, Indie, Psychedelia, Rock, Weekly REC |
È il mio velato gnosticismo a convincermi di non essere un Theotokos (ossia un Perfetto) e che neanche dopo una catarsi purificatrice riuscirei a reincarnarmi in un altro tale. Si è proprio così! Magari fosse possibile diventare un musicista di Portland ed essere così invitato a queste mega jams che, aldilà del campanile, sembrano ormai essere divenute un must della scena indie americana? Sempre l’Oregon dunque a proseguire nel solco già tracciato anni orsono. Questa volta il musicista è Brent Andrew Knopf, il terzo Menomena, per intenderci. Ramona Falls è il suo capriccio solista, sebbene si narri che accenni di questo Intuit stessero girando già da un pezzo in estemporanei shows sotto il moniker “Dear Everything“. Non sarebbe pertanto sbagliato credere che tra l’onirico dei Flaming Lips, l’epico degli Arcade Fire ed il klezmer dei Misophone ci siano proprio quelle idee sviluppate e perfezionate. La formula è semplice comunque. Prendi una manciata di pezzi che funzionano, inviti tuoi amici più modaioli ad ascoltarli, dai loro un motivo per esserci ed eccoti pronto il disco dell’anno. Forse sarà pure disonesto intellettualmente acclamare un disco così al pari di una scoperta. Non lo è Knopf o i Menomena, così come non lo sono affatto tutti i musicisti che a vario titolo ed in qualche modo vi hanno preso parte. Non lo è infatti Paul Alcott (Dat’r) così come non lo è il belloccio Matt Sheehy, ormai escort appassionato di parecchi progetti (annovera inoltre un tour in duo con Kaki King oltre a varie epopee più o meno riuscite, Gravity and Henry su tutte, prodotto tra l’altro dalla siciliana Mechanism Rec.) L’essere stato così, anche se solo per un breve lasso di tempo, label-mate di Sheehy non mi esclude dalla possibilità di poterne comunque magnificare le gesta (maledetta tracotanza?!?). Eppure solo dopo aver lentamente superato le montagne erte dalla iniziale Melectric, scorgendovi anche lì un piglio un tantino spocchiosetto, mi lascio immergere, come fecero ad Achille in un lebete, totalmente dentro la morsa delle digressioni sinfoniche di Knopf e soci. Clover mi ridà gli eighties dei Talk Talk e Russia e la successiva Going once, going twice sembrano essere uscite dalla penna di Bon Iver e Ola Podrida. Poi si prosegue con sturm und drang verso i The National (Salt sack) fino ad arrivare alla summa del disco racchiusa in un gioiello di straordinaria bellezza, qual’è Always right (che credo lascerà il mio player solo in un futuro molto futuro). Pezzo sublime. Picco che consacra di fatto i Ramona Falls in quegli interstizi validi che si possono scorgere tra la psichedelia freaky à la Wolf Parade o Frog Eyes e l’avanguardia degli Animal Collective. Una mistura di buon gusto che non accenna neanche minimamente a scemare durante tutto l’album. Le conclusive Bellyfulla e Diamond Shovel mi scuotono perfino l’anima attraverso le coordinate celesti che furono dei The Smiths in un’esperienza che sub liminalmente alla propaganda ha avuto ed ha ancora oggi strascichi importanti per il mio stato d’animo. Mi chiedo cosa si possa inventare di nuovo in un genere, come quello dei Ramona Falls, dove ogni cosa sembra stare lì per forza, eppure non riesco a scrollarmi di dosso la serenità che Intuit mi ha appiccicato sopra come vernice fresca. I colori? Facile. Suoni enormi e spirali free che vivono in ensemble non del tutto inedite ma di sicuro appaganti. Soddisfattissimo.
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