Firekites – The Bowery (Own records – 2009)
Di: Francesco Cipriano
Pubblicato il 1 ottobre, 2009
In Folk, News, Pop, RECensioni, newREC[s] |
Sullo sfondo, oltre i vetri appannati, tanto verde, lo stesso di Bob Evans e Josh Pike, distese immense di prati sublimate da echi acustici. Al centro, tra tv catodiche e giradischi vintage, un grammofono. Tutto intorno, modernariato seventies accatastato in un angolo di stanza dalle pareti neutre. Intimo ed avvolgente come un leggero plaid che ti copre le gambe nude sul sofà, mentre fuori piove. Potrebbe essere la chiave di lettura di questo The Bowery degli australiani Firekites. Immagini che si affastellano. Folk dissidente (o folktronic come qualcuno più modaiolo ribadirebbe) che non si sgancia comunque dalla dimensione introspettiva per arrivare dritto al cuore vestendo gli ormai inflazionati panni di un dream pop ultra-raffinato e sdoganato da tempo soprattutto da quelle parti. E tutto è all’ordine del giorno o compreso nel prezzo, anche qui, come sono solito ripetermi. Non giova a nulla infatti esasperarne talune affinità, ad esempio con i connazionali The Lucksmiths, ancorchè quelle di certo più aderenti con i Sodastream (più interessanti, è vero, ma anche molto meno coinvolgenti). Ciò che è invece necessario è ridare plastica consistenza alle immagini, si proprio a quelle. The Bowery ci riesce in pieno con l’aiuto dei propri musicisti che, come pittori dell’anima, riescono senza riserve, anche partendo dalla semplicità di un claphands e di una chitarra acustica, ad immergerti nel loro dipinto, sin dalle battute iniziali della open Last ships. Prima facie sembrerebbe riascoltare le più belle cose dei Loney, Dear (Autumn Story, Same Suburb Different Park) od uno dei recenti esperimenti di Andrew Kenny, tipo i The Wooden Birds (Worn weary, By night), ma siccome tutto è compreso nel prezzo, anche la certosina scrupolosità con cui mi avvinghio a determinate atmosfere retrò, non vi è pezzo dell’album che non stia al proprio posto con tutto il suo carico di bei suoni, sia esso una riempitiva divagazione strumentale (Paris), piuttosto che una manieristica aria sprizza melodia sussurrata da più voci femminine all’unisono (Another State), così come manuale prescrive. Ogni cosa esiste in funzione della somma, che è ciò che fa il totale…anche nella musica!
Dicevamo dunque, le immagini!? Mi dispiace dover ammettere che forse è arrivato giusto il momento di smetterla con la solita solfa eppure non credo ancora che si possa trascendere dalle immagini, si proprio da quelle no, non si può! Non è corretto! Non lo è per me ma, soprattutto, non lo è nei confronti di un disco che, da qualsivoglia angolazione lo si osservi, riesce in pieno a trasmetterti un universo di figure e forme. Ed è ciò che va soppesato attentamente e con cura, alla fine della fiera.
Quando finirà? È ovvio che tutto ciò che ha avuto un inizio debba, per forza di cose, avere anche una fine…è così che vanno le cose! Ce lo dice il mondo, basta che ci si guardi un po’ attorno. Attendo pertanto quel giorno ma, nel frattempo, nessuno osi negare questo disco o dovrà fare i conti con la propria coscienza.
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