Guano Padano – S/t (Important Records 2009)
Di: Michele Faggi
Pubblicato il 7 ottobre, 2009
In Experimental, Folk, Jazz, News, Psychedelia, RECensioni, Roots, Weekly REC, dub, immaginary-strax, traditional |
L’amore per i suoni e le atmosfere del western cinematico si intuiva sin dal titolo del primo lavoro solista di Alessandro “Asso” Stefana, Poste e telegrafi evocava i margini di uno spazio visivo tutto Italiano complicandosi in un viaggio avventuroso tra le pieghe di numerose tradizioni, animate da una vitalità sperimentale e da potenti sinestesie. Il nuovo progetto di Stefana, portato avanti insieme a Zeno De Rossi e Danilo Gallo, sembra raccogliersi intorno ad alcune di quelle suggestioni in modo molto più esplicito ma senza cedere all’appiattimento del recupero; Guano Padano del resto punta dritta al cuore di una stagione musicale complessa, fatta a sua volta di ibridazioni e accostamenti arditi, limitarsi a definirlo come un omaggio a certe atmosfere Morriconiane significherebbe ridurne la portata e quella di due storie sonore allo specchio. Non è un caso che la title track viaggi su una tavola da Surf modificata, ad una velocità che è anche quella dell’astrazione indicata, per esempio, dal Tom Verlaine di Warm and Cool; ovvero invece di lasciarsi andare ad un mood di ascendenza Pulp si cercano tutti gli elementi fuori quadro, si lavora sulla qualità materica del suono, senza perderne impatto e forza trainante e inventandosi una colonna sonora non solo immaginaria, ma ricavata da una collisione di immaginari eterodossi. E’ il caso di Country concept; perfettamente aderente a suoni e modi di una tradizione, ma teso a crearne una versione astrale e visionaria con tutti gli elementi in gioco. Se allora El Divino e Bull Buster, grazie al fischio di Alessandro Alessandroni, sono colpite da una folgore Morriconiana, gli archi di Enrico Gabrielli e i Banjos duellanti alla Arthur Smith disegnano traiettorie ben diverse, El Divino in particolare è un’esempio straordinario di deriva e mutazione della forma ed è possibile affiancarlo ai due episodi più stratificati di Guano Padano, Del Ray e Danny Boy, tracce senza un centro apparente, slittano continuamente tra tradizione Americana, tex mex, le immagini dei Western più crepuscolari, la desolazione del nordeste Italiano, suggestioni di matrice mediorientale, infine approdando, nel caso di Del Rey, al realismo magico del Nino Rota di Giulietta degli Spiriti, quello meno circense e legato alla ripetizione minimale di suoni astratti, desunti dagli oggetti di consumo; un procedimento che è caro a Stefana da sempre nella sua propensione e ossessione a trasformare in strumento qualsiasi cosa; una via di mezzo tra la sperimentazione e l’amore per l’illusionismo di matrice popolaresca. Epifanie dello spazio e della memoria, non trovo altra forma retorica per scrivere di una traccia come Epiphany, l’incipit affidato agli organi di Danilo Gallo disegnano i mondi fantastici del nostro cinema di fantascienza, da Margheriti a Bava fino alle atmosfere atonali di Gino Martinuzzi Jr. è un’intro che ci prepara alla visione di un paesaggio impossibile materializzato per sovrimpressione all’interno dello stesso set, come se di una pratica tecnica e storica legata al nostro cinema popolare, a quello di Corman e di altre Factories, se ne facesse un propulsore sonoro e teorico; in questo scenario fatto di meteoriti e polvere, alieni e imbonitori dal grilletto facile, lanciato com’è nella furia del Mancini più elettrico e Infernale, tutto si dissolve nel territorio deviante di un dub inceppato, come se si trattasse di un miraggio; viene in mente più di una volta la Thought Gang di Badalamenti e Lynch. E’ attraverso queste lenti che è possibile osservare il cameo di Bobby Solo sulle tracce di Hank Williams ovvero l’attraversamento della tradizione Americana lungo il binario della musica Italiana per il cinema, non importa se il veicolo di ispirazione è il romanticismo astratto di Carlo Rustichelli o l’impatto psicotico del Morricone di Danger: Diabolik, quello che interessa a Stefana e ai suoi compari è un processo di disseminazione, qualcosa che superi il gioco a perdere del contaminare e del farsi influenzare, lavorando sulle atmosfere, l’improvvisazione, le immagini tra le immagini, attraversando un territorio impervio ed emozionale come se fosse la prima volta.
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