Io Monade Stanca – The impossible Story of Bubu (African Tape / Red House recordings – 2009)
Di: Francesco Cipriano
Pubblicato il 23 ottobre, 2009
In Experimental, Indie, Indie.it, News, math, newREC[s] |
Bandire il 4/4 da un disco, oggi, credo sia temerario ed imprudente tanto quanto definirsi math. Primo perché tale deriva post, inizialmente considerata da molti come una gallina dalle uova d’oro, sembra proprio aver esaurito la sua spinta iniziale, secondo perché, sebbene le condizioni al contorno siano uguali a quelle di tanta roba prodotta, iperprodotta e rimasticata nel corso dell’ultimo ventennio, qui c’è sicuramente dello straordinario da fare. Strumentali sussurrati da incomprensibili nonsensi ventriloquiali, cartoonistici (che non siano proprio quelli del fido amico di Yoghi) ed una tendenza viscerale a non essere circoscritti, abbozzano traiettorie tanto brusche quanto eterodosse. Come se lo spazio delle fasi debba, per forze di cose, autoincensarsi nell’imprevedibilità della propria evoluzione. Ma non serve una laurea in fisica per descrivere questo flusso centrifugo. Il trio cuneese degli Io monade stanca riesce infatti a sovvertire l’umana comprensione nell’attesa che questo The Impossibile Story of Bubu trovi la sua esatta ubicazione nel panorama musicale con un basso pastoso ed irruento ed una chitarra che, quando sembra dissociarsi dal resto, punzecchia comunque l’ascoltatore in maniera irritante e molesta, riuscendo così a stare in bilico tra il blasone noise di Don Caballero ed Uzeda, l’eclettismo degli Oxes e la vigoria degli Hella. Roncea è folle, Cristiani non siete cresciuti illuminante, Datemi subito 10 Euro violenta. Il resto è insania, squilibrio, alienazione. Il savoir-faire pertanto della ritmica (batteria soprattutto), è insito nelle cose di chiunque ami esprimersi in tal guisa ed è logico che vada portato avanti nell’architettura di un disco simile al retrogusto diy, penalizzando magari taluni ghirigori, qui assolutamente presenti (venerati è forse più giusto dire), che magari, però, rendono meno deterministico (leggi meno comprensibile) il caos creato da questi tre ragazzi. Non mi riferisco ovviamente a talune inflessioni industriali, modaiole ed inflazionate che stanno facendo la fortuna di molti ma la totale esecrazione dell’ordinario puzza, non me ne voglia nessuno, di romanticismo specioso. Insomma, buona release questa degli IMS che sa virare anche in maniera inconscia, attraverso le sue interminabili suite dal vago sapore jazzy, in direzione personale e per di più senza quegli attrattori inutili, verbosi e ridondanti ma che, al contempo, documenta una desiderio di crescere ancora, purtroppo, rimasto tale.
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