Vegetable G – Calvino (Olivia Records – 2009)
Di: Fabio Pozzi
Pubblicato il 12 ottobre, 2009
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Piccoli miracoli pop accadono anche in Italia. E sembrano accadere sempre più spesso, visti gli exploit degli ultimi anni di gruppi come Le Man Avec Les Lunettes, The Calorifer Is Very Hot!, Tiger Tiger! e soprattutto …A Toys Orchestra.
I Vegetable G sono assimilabili soprattutto a questi ultimi (non a caso in tre brani appare Enzo Moretto), con le loro melodie beatlesiane aggiornate e spruzzate con un pizzico di psichedelia qua e là. “Calvino” è il quarto disco del trio pugliese e può essere visto come quello della completa maturazione: tutto gira alla perfezione lungo le undici tracce, l’ascolto è sempre piacevole e ogni brano riesce a colpire nel segno, sia quando si cerca il ritornello killer sia quando si vira verso la dolcezza.
Il disco è dedicato fin dal titolo a Italo Calvino (in particolare alle sue “Cosmicomiche”), definito nei ringraziamenti oltre che scrittore, anche come grande sognatore. E’ infatti un mondo di sogno quello creato da Giorgio Spada, Luciano D’Arienzo e Maurizio Indolfi, fin dal primo brano, “Arcade Lovers”, clamoroso esempio di pop trascinante. Ancor meglio è la title track, tre minuti che si stampano in testa già dal primo ascolto, grazie a una linea melodica disegnata da un synth molto presente ma mai invadente. Si rallenta poi con “American Lessons”, ballata cha ha per protagonisti il piano e una educata chitarra elettrica (prima della coda, un inno di Mameli psichedelico), che invoglia più che mai a leggere le “Lezioni americane” di Calvino. In esse lo scrittore ligure sottolineava, tra le altre cose, l’importanza del ritmo: in questo senso si muove la seguente “Electric Show”, il pezzo più elettrico del disco, con qualcosa dei Pavement nella struttura e nei cori, seppur meno lo-fi. Dopo il dolce carillon di “Satellite Tune” è il momento di un altro vero e proprio gioiello di scrittura pop, cioè “Space Forms”, caratterizzato dall’incedere tipico degli Arcade Fire (non a caso è l’unico brano che supera i quattro minuti) su una melodia ariosa. Più breve e scattante è la seguente “Starchild”, poco più di due minuti che potrebbero essere un Bignami dell’orchestrazione pop anni zero, con chitarra spigolosa, morbidi archi e cori ad intrecciarsi perfettamente. Si continua con l’alternanza tra brani lenti e veloci con la ballata “Saucerman” e la seguente “BW”, con un intro che potrebbe ricordare gli Interpol e un corpo di pura allegria indie pop con radici negli anni ’80. Stesso decennio ben presente anche nei synth di “Hal”, che rimanda alla psichedelia soft di certo pop scozzese di quel periodo prima di una breve jam finale. L’ultimo brano, “Xclock” torna ancor più indietro, ad un’eleganza quasi ‘60s, che può ricordare il folk a presa diretta di Donovan.
Ottimo finale per un altro piccolo miracolo italiano (vero, non promesso).
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