2pigeons, l’intervista di indie-eye.it
Di: Fabio Pozzi
Pubblicato il 20 gennaio, 2010
In Concerti/eventi, Elettronica, Experimental, Jazz, News, RECensioni, Weekly REC, interviste |
Chiara Castello e Kole Laca sono i 2Pigeons, autori di “Land”, uno dei debutti più interessanti dell’ultimo periodo grazie al suo approccio molto particolare all’elettronica, recensito da questa parte su Indie-eye Network. Li abbiamo incontrati prima del loro concerto al Tambourine di Seregno, nel cuore della Brianza, per capire da dove arriva la loro musica.
Foto-live di Marta Rossetti, Raffaele Gaioni, Claudia Fabris
La prima domanda è quasi d’obbligo per un gruppo che arriva al primo disco. Da dove arrivano i 2Pigeons? Cosa li ha spinti a creare questo progetto e a portarlo avanti fino a “Land”?
C: Noi ci siamo incontrati un anno e mezzo fa; entrambi venivamo da due situazioni di band rock e entrambi avevamo voglia di provare a sperimentare qualcosa di diverso. Ci siamo incontrati e ci siamo detti “con gli strumenti che abbiamo che cosa possiamo fare?”. Subito ci siamo messi a provare e a scrivere; in un mese da quando ci siamo conosciuti abbiamo provato e scritto il primo EP, che è uscito ormai quasi un anno e mezzo fa. Da lì poi è partito il tutto, nel senso che dopo l’uscita dell’EP abbiamo cominciato a girare per i primi concerti, che sono stati seguiti da tutto il resto.
Per voi è importante anche l’iconografia; impersonate infatti l’equipaggio di una navicella sovietica dispersa nello spazio, che ci racconta quello che incontra nel suo viaggio. Come è nata l’idea di richiamarsi proprio a quel concept? Avete nostalgia dei CCCP anche voi?
K: in realtà deriva dal fatto che io sono albanese. Ho vissuto fino a vent’anni in Albania, quindi l’iconografia sovietica, che mi piaccia o meno, fa parte del mio background, per forza. È un’iconografia che ho sempre visto, da quando sono nato, in maniera anche pesante. Richiamarlo qui, in questa situazione, era una cosa carina e anche un tornare a certe cose che ho vissuto. Inoltre musicalmente c’è un incontro di culture, gusti, suoni che secondo noi richiamavano un immaginario dell’est europeo.
C: proprio da questo è poi nata l’idea di enfatizzare questo aspetto e di farne la nostra immagine.
Dall’ascolto di “Land” emergono due poli principali che caratterizzano la vostra musica: la voce di Chiara e la sperimentazione sull’elettronica, che è vista come un mezzo per aprirsi ad ogni genere possibile. è un’interpretazione che condividete? Ci sono altri elementi da mettere sullo stesso piano dei due citati?
K: l’interpretazione è giusta, giustissima. La sperimentazione, ricollegandosi alla prima domanda tra l’altro, è funzionale al fatto che siamo in due e vorremmo proporci come una band. Ci siamo posti proprio l’obbligo: “Noi siamo una band! Siamo in due ma siamo una band”. Non volevamo fare il duo piano e voce, che era la cosa più semplice che potevamo fare; né, dall’altra parte, fare il duo di sperimentazione dove si va a fare cose estreme. Noi stavamo già sperimentando infatti, la parte di sperimentazione nasceva già di per sé. Il difficile era coniugare la voce di Chiara con queste cose e renderle accessibili, fruibili come una cosa unica. Noi speriamo infatti di essere riusciti a unire le due parti, a farle diventare una cosa unica.
Nella recensione apparsa sul nostro network si sottolinea la presenza di un’anima soul, che rende la vostra musica vibrante e creativa all’interno di una corazza di elettronico metallo. Cosa pensate di questa definizione?
C: a me piace che si percepisca questa cosa. Quando si parla di musica elettronica di solito ci si ricollega a qualcosa legato alle macchine, a qualcosa di freddo. A me piace molto invece l’idea di fare elettronica che abbia un anima e in cui si percepisca l’aspetto umano. Questo viene anche dalla mia provenienza, dai miei ascolti, ed è molto bello secondo me il fatto di legare queste due cose, di fare elettronica che però vada oltre la freddezza ed acquisti un po’ di calore umano, che in generi come il soul invece spicca particolarmente.
K: per quanto riguarda la “corazza di elettronico metallo”, che è molto bella come definizione, bisogna dire che, volendo fare comunque un’elettronica umana, nel disco ci sono certe cose che si potrebbero definire come errori, quasi. Li abbiamo lasciati proprio per far capire che c’è questa parte umana anche nell’elettronica. Ci sono cose che non sono esattamente perfette come avrebbero dovuto essere, ma le abbiamo lasciate così, fanno parte del gioco. Non abbiamo cercato di nasconderle, anche perché il disco è abbastanza vicino a come facciamo i concerti; abbiamo aggiunto pochissime cose.
C: questo di conseguenza era un limite, ma anche uno stimolo. Come a dire che noi scriviamo sulla base di quello che poi possiamo realmente fare dal vivo.
K: sicuramente non siamo gli unici a rifare i pezzi su disco come poi vengono eseguiti dal vivo; per gruppi di quattro o cinque persone è più facile. Per noi il fatto di essere in due lo fa diventare un po’ strano e anche difficile, devi trovare delle soluzioni e risolvere in qualche modo i problemi che sorgono. Noi siamo coscientissimi che quando uno ascolta il disco, lo mette su e non gli interessa se siamo in due o in venti; però abbiamo voluto mantenere questa cosa.
In alcuni brani, per esempio “I-Land” o “Spiky” dal precedente EP, l’elettronica passa in secondo piano e assume un ruolo preponderante il pianoforte, facendo venire in mente per esempio i Dresden Dolls. Nel caso del duo guidato da Amanda Palmer si parlò di punk cabaret. È un termine che si può applicare anche a voi? C’è qualcosa di punk, inteso in senso lato, in ciò che fate?
C: sì, ci sta come definizione, più che come genere musicale come atteggiamento. Come atteggiamento nella scelta di come realizzi le cose dal vivo, di come stai sul palco e di come ti gestisci il fare musica. In questo senso ci possiamo definire punk, sono d’accordo.
K: anche il discorso sugli errori che facevamo prima rientra in questo. Entrambi, sia per esperienze precedenti che abbiamo fatto, sia per carattere, abbiamo questo modo di fare abbastanza punk, nel senso che facciamo quello che facciamo e va bene così. Non stiamo troppo a pensare che forse una cosa non la dovremmo fare o dovremmo farla in modo diverso. I due brani invece, diversamente dagli altri, sono stati fatti piano e voce perché abbiamo capito che c’era poco da aggiungere. Anche gli altri brani volendo potrebbero essere fatti così, ma abbiamo sentito l’esigenza di lavorarci di più.
C: esatto, funzionavano bene così. Ci sta di non snaturare degli aspetti pianistici, che appartengono a Kole, e vocali che appartengono a me. Si può fare senza problemi all’interno di un disco che contiene l’elettronica vista in altri aspetti. Ci piaceva tenere un aspetto diverso dagli altri, che comunque rappresenta qualcosa che ci appartiene.
K: in questi, come in tutti gli altri brani, il motivo di fondo è che funziona. Non ci siamo mai messi a pensare troppo se tenere qualcosa o scartare qualcos’altro perché magari era troppo in una direzione piuttosto che in un’altra. Se un pezzo nasce così, è giusto che rimanga tale.
Mi ha molto incuriosito l’uso che fate del sax, che va verso il free-jazz e rende ancor più selvaggio il sound, per esempio nel primo brano del disco, “Biko”. Come è nata l’idea di inserire anche quello strumento in quella composizione?
K: abbiamo registrato “Land” in un ovile riadattato ad abitazione, tra l’altro, da Michele Sambin, in Puglia. Michele è il regista di un teatro di ricerca di Padova e suona il sassofono. La sua compagnia si chiama TAM Teatro Musica, ho lavorato con loro molti anni e continuo tuttora a lavorarci. Eravamo a casa sua, stavamo registrando e a un certo punto abbiamo sentito che ci voleva il sax, Chiara ha detto “Qui ci va il sax”. C’era anche Michele e l’ha suonato, semplicemente. Anche in questo caso non c’è stato chissà cosa, non ci siamo messi a cercare un sassofonista; abbiamo provato a fare il brano così, a vedere che succedeva e ci è piaciuto.
Nei brani posti in chiusura del disco l’elettronica si fa meno spigolosa, facendo emergere atmosfere quasi-jazzate, specie in “You Don’t”. Avete voluto creare una specie di decompressione per chiudere il disco?
K: c’è una cosa da dire. I brani sul disco sono in ordine alfabetico; il computer ce li ha messi così e li abbiamo lasciati in quell’ordine.
C: sì, se si analizza la scaletta del cd si vede che sono messi così. In realtà ascoltando i brani non siamo riusciti a trovare una scaletta che fosse migliore di quella che casualmente il computer aveva stabilito. Abbiamo quindi deciso che andava bene così. Se questi brani sono capitati alla fine del disco e hanno involontariamente assunto questa funzione, ben venga. Ci piaceva l’atmosfera che si creava alla fine del disco con questi due brani, per cui li abbiamo mantenuti lì.
K: sì, inoltre c’è questo coro, composte da alcune nostre amiche, anche loro finite quasi per caso nella canzone, che sembra portare via e concludere tutto quanto.
Abbiamo citato la voce di Chiara. Da dove arriva questa tua vocalità così particolare? Ci sono modelli a cui ti sei ispirata?
C: io ho i miei ascolti, che non sono nemmeno così particolari, nel senso che ovviamente nel mio background, come si sarà sentito, ci sono riferimenti come Tori Amos, Ani Di Franco o anche Bjork. Non mi piace troppo citare questi nomi perché non mi piace essere immediatamente associata a queste cose, anche se non posso negare che siano nei miei ascolti. Vengo da una band rock che aveva un suono un po’ più “incazzato” e mi sono formata con loro. Quindi è un insieme di tutte queste influenze che ho avuto, ma in realtà ho ascoltato di tutto. L’altro giorno mi ha colpito particolarmente una ragazza che si ricordava che le avevo parlato dei Led Zeppelin, oppure posso dire che Michael Jackson è stato il mio primo cantante preferito. Quindi è molto vasto il mio ascolto, in quello che faccio ognuno ci ritrova generi e cantanti diversi, non saprei dire chi o che cosa mi ha colpito di più.
K: quando ha cantato i brani Chiara non è andata a cercare di cantare in un certo modo, seguendo un certo esempio. Essendo in due, i brani necessitavano di essere fatti in modo diverso uno dall’altro, uno di andare da una parte, l’altro dall’altra. Così sono venuti fuori tutti i suoi background.
C: esattamente, in questo modo è venuto fuori che tra un pezzo e l’altro ci sono delle sfumature diverse. C’è il brano con un’impronta più soul, il brano in cui sono stata associata a PJ Harvey oppure a Tomi Amos o anche ad Annie Lennox. Quest’ultimo accostamento mi è piaciuto molto, lei ha davvero una voce bellissima.
Le vostre esibizioni dal vivo sono descritte sempre in maniera entusiastica. Cosa ci mettete per renderle uniche e memorabili?
C: ci mettiamo noi, noi stessi sul palco.
K: si percepisce di più come funziona, meglio che su disco. Come dicevo prima, se uno ascolta un disco non si interessa a quanti stiano suonando, ed è anche giusto così. Nel nostro caso invece dal vivo uno vede quello che succede, come Chiara campiona se stessa in tempo reale, come ci incastriamo con le cose. Poi improvvisiamo anche, ci sono momenti di improvvisazione, che in un progetto elettronico è una cosa difficile da trovare e che siamo contenti di riuscire a fare. Dà anche una sensazione del tipo “chissà cosa può succedere”.
C: questo riporta ciò che facciamo più vicino al pubblico e a chi ci guarda; crea una relazione più diretta, perché il pubblico ci guarda, vede quello che stiamo facendo e c’è un’interazione diversa, anche nella costruzione di quello che poi stanno ascoltando.
K: per esempio c’è un brano in cui lei campiona se stessa, sia quello che canta, per creare una specie di base, sia mentre batte le mani. Capita a volte che pure il pubblico comincia a battere le mani, però quello che fa Chiara è una cosa relativamente complicata, non è che quelle mani vengono battute così a caso.
C: sì, il tempo a cui batto le mani io so qual è, ma il pubblico ne sente un altro, per cui c’è questo coinvolgimento mentre sto cercando di fare un loop con un tempo non semplicissimo.
K: la speranza in quel caso è che non ci sia troppo casino, perché poi ciò che ha campionato rimane sempre uguale per tutto il brano. Capita così di avere degli elementi fuori tempo o che non c’entrano nulla. Ma alla fine va bene, ci sta di non prendere il loop giusto o che siano entrati rumori dalla gente lì davanti.
C: in definitiva, nei nostri live c’è un margine di rischio che è esattamente ciò che rende il concerto diverso tutte le volte
Qualche mese fa avete musicato assieme a Roy Paci e JiAndri “City Lights” di Charlie Chaplin. Com’è nata questa collaborazione e com’è stato confrontarsi con la sonorizzazione di un classico del cinema?
C: già ciò che abbiamo fatto nel primo EP è stato descritto da più persone come associabile a delle immagini. Dopodiché c’è stato l’incontro con JiAndri, che ci ha proposto questa cosa; cercava infatti un pianista ed una voce per completare quest’opera. Ci siamo messi a fare questa cosa avendo già l’esperienza dei 2Pigeons e una certa familiarità con questo tipo di approccio; infatti abbiamo usato un metodo molto simile a quello che già usiamo per scrivere i nostri pezzi, in questo caso per fare una specie di orchestrina live a supporto delle immagini del film.
Come evolverà il progetto 2pigeons? Avete già idee o per ora vi concentrate sulla promozione di “Land”?
C: l’anno è partito molto bene; il disco è appena uscito e già c’è un riscontro molto positivo sia da parte della critica, con molte recensioni positive, sia del pubblico. Abbiamo appena iniziato a portare in giro il disco e a presentarlo; la risposta è positiva, quindi cercheremo di suonare tanto, anche perché, come abbiamo detto, il live è il luogo in cui noi ci esprimiamo meglio. Speriamo che si porti sempre più attenzione su quello che stiamo facendo e che ci sia una crescita in questo senso. Il disco è appena uscito, probabilmente scriveremo ancora, ma per ora ci concentriamo su “Land”.
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