Eeels – End Times ( Vagrant – 2010)
Di: Fabio Pozzi
Pubblicato il 1 febbraio, 2010
In Blues, Indie, News, Pop, RECensioni, newREC[s] |
Sono passati pochi mesi dall’uscita di “Hombre Lobo”, ma Mark Everett ha sentito l’esigenza di tornare in studio e realizzare un nuovo disco. La motivazione? La fine di una storia d’amore.
“End Times” nasce quindi così, con la voglia di esorcizzare il proprio dolore rendendolo pubblico, condividendolo con chi lo vuole ascoltare, con chi lo vuole e lo può capire.
Le canzoni sono nate velocemente e a tratti diventano quasi dei flussi di coscienza, che oscillano tra la sofferenza più pura, i rimpianti, la rabbia e tutta quella gamma di sensazioni che si provano quando una storia finisce. Vanno quindi vissute tutte d’un fiato, per immergersi nella loro anima, per comprenderle meglio.
L’analisi di “End Times” non può quindi prescindere da questa condizione: deve crearsi questa empatia tra chi ascolta e l’artista, i sentimenti di chi suona devono passare direttamente a chi c’è dall’altra parte. Difficile che non accada, se si è dotati di cuore e di amore per la musica. Ci troviamo infatti ad ascoltare uno dei migliori, se non proprio il migliore, disco degli Eels, sicuramente quello in cui il songwriting di E raggiunge il suo punto più alto, andandosi a bagnare nel blues, da sempre il genere più adatto per i cuori infranti, e nella semplicità senza tempo di ballate costruite con poco, ma dotate di melodie cristalline e praticamente perfette. Sembra quasi che, nel mettere a nudo i propri sentimenti, Mark abbia voluto fare lo stesso con la sua musica, riducendola ai minimi termini in fatto di arrangiamenti, ma portandola al massimo per quanto riguarda la comunicatività e, soprattutto, la bellezza.
I pochi brani elettrici e ritmati, anch’essi scevri di particolari arricchimenti, sembrano assumere il ruolo di momenti di sfogo rabbioso o di ricerca di una reazione che però fatica ad arrivare. È comunque nelle ballate, come già detto, che si raggiungono i picchi dell’album. E considerato che sono la maggioranza dei brani, diventa facile capire la densità di qualità del disco. Trovarsi ad ascoltare brani come “In My Younger Days”, “A Line In The Dirt”, “End Times” o “Nowadays” è un’esperienza da vivere, qualcosa che lascia un segno immediato sul cuore ed uno più profondo nella memoria, canzoni in perfetto equilibrio tra tradizione, universalità e introspezione, veri e propri capolavori. Pagine di grande musica, che trovano la loro sublimazione nei tre brani finali: “I Need A Mother”, per voce e piano, “Little Bird”, con un arpeggio di chitarra e un cantato che si fanno via via sempre più dolenti, e i sei devastanti minuti di “On My Feet”, l’ultimo grido lanciato da E con la sua voce spezzata dal dolore, che sembra quasi sul punto di diventare un pianto liberatorio, un blues scarno e viscerale come oggi non se ne scrivono più. Per fortuna ci ha pensato Mark Everett.
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