Rob Swift – The Architect – (Ipecac – 2010)
Di: Roberto Ragionieri
Pubblicato il 23 febbraio, 2010
In Elettronica, Experimental, News, RECensioni, Weekly REC, hip hop, immaginary-strax, turntablism |
The Architect è la prima uscita effettiva di Rob Swift per l’etichetta di Mike Patton e il primo album interamente firmato dal Turntablist del Queens dopo War Games, uscito nel 2005 per Coup De Grace Records. Ovunque, grazie ai comunicati stampa tagliaincolla, si legge della recente sbornia di Robert Aguilar per gli archivi musicali di derivazione “classica”, campioni di un immaginario vinilico fuori ordinanza sui quali architettare una versione ancora più radicale della sua musica, sempre più sbilanciata tra processi cognitivi e un approccio fisico e performativo alla materia del supporto; il raggio è in verità molto più ampio di quello dichiarato e tra vecchie esecuzioni Mozartiane e il solito Musorgskij ridotto a brandelli emerge un archivio ricchissimo di elementi che oltre a riferirsi alla musica per il cinema degli anni ’60 e ad operare un controllo maggiore rispetto all’amore più volte dichiarato nei confronti di Grandmaster Flash, isola elementi orchestrali e strumentali in una scrittura complessa che abbandona solo in apparenza il rumorismo dei capitoli precedenti, spingendolo in una dimensione che gioca con i concetti di attacco, inviluppo, andamento e massa sonora per mezzo di cervello e ventre; al di là dell’intelligenza di Swift, che spesso precede il livello emozionale della sua musica, The Architect è un episodio davvero straordinario non solo per la sua carriera; fuori dalla dinamica all black, la logica dell’hip-hop è attraversata da una mappatura di suoni inediti, ricchi di derive e con un risultato emozionale drammatico e oscuro; l’incipit è un’ironica trasmutazione dell’estetica 8bit nella sua versione orchestrale; da qui in poi siamo proiettati in un universo solo a tratti riconoscibile, un’idea della narrazione cinematica che non cede a nessun climax, una strategia fatta di vuoti e sottrazione più che di crescendo ad effetto; la straordinaria Sound the horn recupera Hancock e lo rende quasi un gioco di ossessioni Hermanniane, con l’orchestra e un corno beffardo isolati in retroguardia in funzione prevalentemente ritmica e lo scratching che simula i disegni a spirale del compositore Newyorchese; qua e là si respira quell’aria claustrofobica di certe produzioni Anticon, ma al di là di una tensione pre-millenaria che ne rappresenta una parte del risultato, è la materia sonora ad essere radicalmente diversa; un lavoro di recupero e sintesi difficilmente decriptabile con un solo ascolto, un’orgia temporale che opera su un numero infinito di livelli permeabili; basta ascoltare la vertiginosa Spartacus, che si riappropria di Night on a Disco Mountain gettandola nuovamente nell’oscurità antica e inedita di una danza satanica.
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