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	<title>Indie-eye - REC &#187; sOUNDVERITE</title>
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	<description>Indie-eye REC, approfondimenti e news, podcast, vodcast e video podcast sulla musica internazionale; alternative, lounge, jazz, noise, electro, sperimentale, experimental, lofi, glitch, folk, laptop, elettronica</description>
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		<title>Seabear, l&#8217;intervista di indie-eye.it</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 06:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-thumbnail wp-image-7377 alignleft" title="Seabear-111-e1270066839845" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/05/Seabear-111-e12700668398451-150x150.jpg" alt="" width="60" height="60" />Sindri Már Sigfússon è un personaggio di cui si sa poco. Islandese cordiale ma di poche parole come vuole un certo stereotipo; sOUNDVERITE' lo ha intervistato per noi a Montreal, questo è il risultato di una lunga conversazione, con le foto di Meet You At the Show...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sindri Már Sigfússon</strong> è un personaggio di cui si sa poco. Islandese cordiale ma di poche parole come vuole un certo stereotipo, il ragazzo sembra voler rimanere concentrato sulla sua musica, lasciando parlare le canzoni al posto suo. Quelle stesse canzoni che, equamente presentate con i progetti <strong>Seabear</strong> e <a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2009/02/sin-fang-bous-clangour-morr-music-2009/"><strong>Sin Fang Bous</strong></a>, lo hanno portato a raccogliere l’attenzione e l’affetto di un pubblico fedele e crescente. Senza lasciarci inibire dal suo carattere schivo e dalle profonde occhiaie che tradivano la spossatezza di un tour nordamericano estenuante, lo abbiamo incontrato prima del suo concerto a Montreal, tenutosi il 30 marzo scorso per promuovere l’ultimo e eccellente album di Seabear (<a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2010/02/seabear-%E2%80%93-we-built-a-fire-morr-2010/">“We Built A Fire”, Morr 2010</a>)<em> </em>. Ne abbiamo approfittato per indagare un po’ a tutto tondo sull’album, sulla novità della formazione allargata a sette elementi e sulla sua storia personale di musicista. L’intervista che segue non sarebbe stata resa possibile senza la puntuale sollecitudine di Promorama e di Morr Music. Si ringrazia ugualmente Teresa Romano e Erik Bordeleau per la collaborazione. Le foto sono di Amelia Robitaille e sono state gentilmente concesse da <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://meetyouattheshow.com/">Meet You At The Show</a></span> (un grazie anche a loro).</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-7369" title="Seabear1" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/05/Seabear1.jpg" alt="" width="452" height="302" />Cominciamo dall’inizio. Dopo un paio di autoproduzioni, nel 2005 hai pubblicato un 7’’ split con Grizzly Bear su Tomlab…</strong></p>
<p lang="it-IT">Sì, è stato divertente. Immagino che l’associazione dei due gruppi fosse dovuta esclusivamente al nome. All&#8217;epoca loro non erano ancora così famosi. Abbiamo anche suonato insieme in qualche occasione, a Parigi e in Islanda… sono ragazzi simpatici.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong>Da Tomlab, un’etichetta tedesca, sei passato a Morr Music, un’altra label tedesca, come è successo il tutto?</strong></p>
<p lang="it-IT">Molto semplicemente. Dopo quella prima pubblicazione, ci hanno chiamati a suonare in Germania per aprire i concerti del tour di The Books. Abbiamo suonato il primo concerto a Berlino e lì c’era Thomas Morr. L’abbiamo conosciuto grazie a qualche amicizia in comune e poi la situazione si è evoluta molto rapidamente.</p>
<p lang="it-IT">
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-7370" title="Seabear-4" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/05/Seabear-4.jpg" alt="" width="452" height="302" />Dopo il tuo primo album “The Ghost</strong><strong> That Carried Us Away”, hai pubblicato un album come Sin Fang Bous… Perché hai deciso di cambiare nome quella volta?</strong></p>
<p>Mah, in realtà Sin Fang Bous è il nome del mio progetto solista. All&#8217;inizio anche Seabear poteva sembrare un progetto solista e in una certa misura lo era. Ma poi siamo diventati una vera band e adesso siamo addirittura in sette, e allora ho sentito il bisogno di trovare un altro nome. Non c’è un progetto principale ed uno secondario, voglio portare avanti tutti e due allo stesso tempo. Infatti sto per tornare in studio per finire il nuovo album di Sin Fang Bous e voglio farlo uscire durante l’anno.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong>In effetti, il tuo primo album “The Ghost…” sembrava più essere il lavoro di una persona, mentre il nuovo “We Built A Fire” suona di più come il lavoro di una band…</strong></p>
<p lang="it-IT">Sì sono d’accordo. Sul primo album di Seabear non suonavo da solo ma le canzoni erano quasi tutte composte esclusivamente da me. Il nuovo album invece è stato un lavoro di gruppo fin dall’inizio: scrittura, arrangiamenti e registrazione.</p>
<p lang="it-IT">
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7371" title="Seabear-5" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/05/Seabear-5.jpg" alt="" width="452" height="302" />“<strong>We Built A Fire” in alcuni brani suona anche più immediatamente pop rispetto al passato (</strong><em><strong>Fire Dies Down</strong></em><strong>,</strong><em><strong> I’ll Build You A Fire</strong></em><strong>, </strong><em><strong>Softship</strong></em><strong>), è stata una scelta consapevole o è semplicemente venuto fuori così?</strong></p>
<p lang="it-IT">No, non c’è stato un calcolo, non è qualcosa che abbiamo cercato, semplicemente è venuto fuori così. Credo che sia dipeso dal fatto che abbiamo suonato molto dal vivo prima delle registrazioni così, quando siamo entrati in studio, ci siamo portati un po’ di quel divertimento e di quella energia che avevamo raccolto durante i live. Non ci siamo posti il problema di che musica volessimo fare… è uscito così.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong>Il ‘fuoco’ ritorna spesso nel titolo dell’album e in quelli delle canzoni… c’è qualcosa in particolare che ti affascina nelle fiamme?</strong></p>
<p>Sì. Non parlerei di <em>concept album</em> ma comunque, in genere, quando mi metto a scrivere i testi delle canzoni mi piace concentrarmi su un tema. Questa volta il tema era legato all&#8217;idea di “vita rurale”, qualcosa del tipo “vivere in campagna” e credo che la ricorrenza dei riferimenti al fuoco sia dovuto a questo: il fuoco come energia vitale.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong>Normalmente cosa ti dà più soddisfazione: il lavoro in studio o l’attività live?</strong></p>
<p lang="it-IT">In genere preferisco lavorare in studio. Mi piace suonare dal vivo naturalmente, ma a volte trovo pesante viaggiare tanto, fare tanti chilometri in furgone tutti i giorni. Suonare tutte le sere è divertente ma, sai, soprattutto qui in Nord-America si tratta di fare 600–800 chilometri tra una città e l’altra… e quindi sono sempre in aereo o in furgone.</p>
<p lang="it-IT">
<p><strong>A proposito di tour… c</strong><strong>ome è andata ad Austin?</strong></p>
<p>Molto bene. Ci siamo divertiti veramente. Abbiamo trovato un’atmosfera calda. C’era un mucchio di gente, tantissimi gruppi, a tutte le ore puoi trovare sempre una band che sta suonando&#8230; Il SXSW è diventato un appuntamento importante, ci sono tantissimi giornalisti e addetti ai lavori.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong><a href="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/05/Seabear-7.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-7372" title="Seabear-7" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/05/Seabear-7.jpg" alt="" width="452" height="302" /></a>Suonare negli Usa e suonare in Europa. Hai riscontrato delle differenze sostanziali? Cosa preferisci?</strong></p>
<p lang="it-IT">Negli States abbiamo avuto un’ottima risposta dal pubblico. In realtà non ho notato grosse differenze rispetto all&#8217;Europa. Forse giusto in Germania abbiamo un seguito veramente fedele, ma per il resto devo dire che troviamo una bella audience ovunque andiamo.</p>
<p lang="it-IT">
<p><strong>In</strong><strong> generale, rilasciare interviste è qualcosa che ti piace… o è un male necessario?</strong></p>
<p lang="it-IT">Dipende, a volte quando rilasci più interviste nello stesso giorno può diventare noioso. Quando capita che ti fanno sempre le stesse domande… ma in generale è simpatico, non mi dispiace affatto.</p>
<p lang="it-IT">
<p><strong>Il vostro</strong><strong> nome viene spesso accostato ad una band di Montreal, gli Arcade Fire, a me le tue canzoni a volte ricordano anche un altro musicista canadese, Owen Pallett e il suo pop orchestrale. C’è qualche gruppo canadese che ti piace particolarmente?</strong></p>
<p>Sì conosco abbastanza la scena canadese, a cominciare dai grossi nomi come Arcade Fire o Broken Social Scene. Ho sempre ascoltato molto i Godspeedyou! Black Emperor inoltre.</p>
<p lang="it-IT">
<p><strong>Loro s</strong><strong>ono di Montreal…</strong></p>
<p>Sono di Montreal? (sembra sorpreso,<em> ndi</em>)</p>
<p lang="it-IT">
<p><strong>Per la precisione</strong><strong> sono proprio di questo quartiere…</strong></p>
<p>Veramente? Fantastico! (sorride divertito, <em>ndi</em>)</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong>Ho visto che hai una presenza assidua sul web: Twitter, Myspace, Facebook, Youtube… è qualcosa a cui ti dedichi per la promozione oppure è effettivamente qualcosa che ti piace utilizzare?</strong></p>
<p>No, in realtà mi piace parlare con le persone che ascoltano la mia musica. Avere un feedback diretto. Naturalmente gestisco tutto da solo, c’è che mi aiuta. Però quando ho tempo lo faccio più che volentieri.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong>Sul tuo profilo myspace hai postato molti video di persone che si sono divertite ad eseguire cover delle tue canzoni su youtube… cos’hai fatto… hai lanciato un concorso?</strong></p>
<p lang="it-IT">Assolutamente no! Sono tutti video che ho trovato per caso e mi sembrava simpatica l’idea di postarli sul mio profilo myspace. Sono rimasto sorpreso e mi ha fatto veramente piacere scoprire che tante persone si divertono a suonare le mie canzoni.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong>Qual è il disco che ti è piaciuto di più nel 2009?</strong></p>
<p>Quello che ho ascoltato di più è stato il disco di Fever Ray. Ma ho trovato veramente buono anche l’album dei Dirty Projectors. In generale comunque cerco di tenermi aggiornato sulle nuove uscite, ascolto un po’ di tutto.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong>C’è un artista in particolare con cui ti piacerebbe collaborare… un sogno nel cassetto?</strong></p>
<p lang="it-IT">Tom Waits! Ma non credo che sappia neanche che esisto… sarà difficile.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><strong>Qual è il disco o il genere che ti piace ascoltare di più quando sei in tour?</strong></p>
<p>Durante questo tour l’album che ascoltiamo di più è “Rumours” dei Fleetwood Mac. E poi ascoltiamo molto i cd che ci regalano i gruppi con cui suoniamo insieme di volta in volta.</p>
<p lang="it-IT">
<p><strong>Dopo il tour in </strong><strong>Nord-America, tornerai a suonare in Europa… pensi che questa volta suonerai anche in Italia?</strong></p>
<p>Non lo so, non subito comunque. Dopo questo tour e il ritorno in Europa credo ci fermeremo fino all&#8217;autunno. Allora forse suoneremo anche in Italia. In passato abbiamo suonato in Italia, abbiamo fatto cinque concerti credo. Spero di tornarci quanto prima, mi piace tantissimo la cucina italiana e sono un gran bevitore di caffè! Qui in America è praticamente impossibile trovarne uno buono…</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/seabear">Seabear su myspace</a></p>
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		<title>Clerville – Killing Polar Bears – (Seahorse/Red Birds, 2010)</title>
		<link>http://www.indie-eye.it/recensore/2010/04/clerville-%e2%80%93-killing-polar-bears-%e2%80%93-seahorsered-birds-2010/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 14:14:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-7165 alignleft" title="clerville" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/04/clerville.jpg" alt="" width="60" height="60" />Gruppo siciliano dedito al rock strumentale, dei Clerville ce ne parla sOUNDVERITE']]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-7165 alignleft" title="clerville" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/04/clerville.jpg" alt="" width="300" height="302" />Gruppo siciliano dedito al rock strumentale, i Clerville provano a forzare i confini del genere di riferimento, aprendo il loro post-rock (direttamente riconducibile a Mogwai e discepoli) ad un ampio utilizzo dell’elettronica, che risulta fondamentale sia per descrivere le atmosfere gelide richiamate dal titolo, sia per arricchire le parti ritmiche. Il risultato complessivo è suggestivo e valido grazie a una cura e a una ricerca sul suono, che emergono soprattutto nei brani che riescono meglio a mettere l’accento sui due elementi teoricamente più distanti tra loro: le chitarre più rock e l’elettronica più fredda (ottima in questo senso “Telkens Weer”). Resta forse il limite di un genere musicale in cui è relativamente facile produrre buoni brani, ma è divenuto pressoché impossibile raggiungere l’eccellenza. Forse bisognerebbe cominciare ad accettare l’idea che il post-rock ha detto infine tutto quello che c’era da dire. Del resto se, come dicono loro, “Gli anni 70 sono finiti da un pezzo”, questa coda degli anni ’90 sembra invece destinata a continuare all’infinito.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/clerville">http://www.myspace.com/clerville</a></p>
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		<title>The Child of a Creek &#8211; Find A Shelter Along the Path – (Seahorse/Red Birds &#8211; 2010)</title>
		<link>http://www.indie-eye.it/recensore/2010/04/the-child-of-a-creek-find-a-shelter-along-the-path-%e2%80%93-seahorsered-birds-2010/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 15:24:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-7124 alignleft" title="thechildofacreek" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/04/thechildofacreek.jpg" alt="" width="452" height="546" />Una musica che invita al raccoglimento e al recupero del contatto con gli elementi primi. Colonna sonora ideale per il viandante in cerca di riparo; il progetto del Livornese Lorenzo Bracaloni è un esempio Italiano di musica di "genere" ottimamente prodotta; la recensione di sOUNDVERITE']]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-7125 alignleft" title="childofacreekindieeye" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/04/childofacreekindieeye.jpg" alt="" width="452" height="429" />Una musica che invita al raccoglimento e al recupero del contatto con gli elementi primi. Colonna sonora ideale per il viandante in cerca di riparo, non stupisce che “Find A Shelter Along the Path” sia l’opera di una persona sola che, si direbbe, ha abbracciato la propria solitudine con la benevola determinazione dell’eremita. Lui si chiama Lorenzo Bracaloni ed è di Livorno. Le sue canzoni sono fatte di chitarre acustiche e sitar, tastiere atmosferiche, una voce penetrante e che si direbbe più incline alla melodia di quanto conceda effettivamente sul disco. In generale, lasciando da parte tutti  prefissi del caso, siamo indubbiamente in territorio folk, che qui attinge direttamente alla psichedelia dei mostri sacri (leggi Incredible String Band) per abbeverarsi alla fonte di certo kraut, dove le dilatazioni ambient ricorrenti fanno pensare anche ad alcune produzioni di casa Kranky (Charalambides su tutti, ma anche i riverberi metallici e oscuri di Boduf Songs). In ogni caso, senza farci troppo distrarre dai molti riferimenti che si possono tirare in ballo, “Find A Shelter…” è un album molto ben scritto e ottimamente prodotto, forse “di genere” ma capace di inserirsi nella corrente di riferimento con personalità e senza timori riverenziali nei confronti delle più accreditate produzioni estere. Notevole.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/thechildofacreek">The child of a creek su myspace</a></p>
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		<title>John Grant – Queen Of Denmark – (Bella Union, 2010)</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 12:03:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-7081 alignleft" title="cover" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/04/cover.jpg" alt="" width="452" height="452" />Dopo aver guidato il progetto The Czars per quasi tre lustri, pubblicando una mezza dozzina di album che hanno conosciuto meno fortuna di quanto meritassero, John Grant prova adesso l’avventura solista e si avvale dell'aiuto dei Midlake; Queen of Denmark è il CD della settimana su Indie-eye.it, la recensione di sOUNDVERITE...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-7081 alignleft" title="cover" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/04/cover.jpg" alt="" width="452" height="452" />Dopo aver guidato il progetto The Czars per quasi tre lustri, pubblicando una mezza dozzina di album che hanno conosciuto meno fortuna di quanto meritassero, John Grant prova adesso l’avventura solista. Per farlo, si avvale della preziosa collaborazione dei <em>labelmates</em> Midlake che hanno partecipato generosamente alla registrazione e all’arrangiamento dei pezzi. Il dato è significativo in quanto “Queen of Denmark” è stato registrato nello stesso periodo in cui vedeva la luce l’ultimo e bellissimo “The Courage of Others” (<a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2010/02/midlake-the-courage-of-others-bellaunion-2010/">qui su IE REC</a>). Non solo, la leggenda vuole che le registrazioni dell’ultimo album della band texana abbia subito notevoli ritardi proprio a causa dell’entusiasmo che Tim Smith e soci stavano mettendo nel lavoro di John Grant. Che ne sia valsa la pena poi, appare evidente sin dal primo ascolto: il risultato è superlativo. John Grant si rivela un autore eccezionale, dove le sue canzoni sembrano trovare un magico punto di equilibrio tra la leggerezza del pop e una sensibilità melodica inequivocabilmente votata alla malinconia. L’atmosfera prevalente dell’album è improntata proprio ad una languida e suadente tristezza, dove anche i brani più solari hanno comunque un retrogusto amaro. In tutto ciò, i Midlake risultano bravissimi ad arricchire i brani con archi e flauti che ne sottolineano il carattere sognante. Inevitabile percepire una certa aria di famiglia con “The Courage of Others”, anche se qui i riferimenti folk e progressivi sono mitigati da una approccio alla melodia più immediatamente pop, direttamente riconducibile a Bowie o ai Beatles. Per tutti questi motivi, non stupirebbe se “Queen Of Denmark” andasse incontro ad un’accoglienza analoga a quella ricevuta dal nuovo Midlake: due album “imperdonabilmente” non alla moda, destinati ugualmente a grandi lodi o ad esser clamorosamente sottovalutati. Se siete affamati di canzoni che non vi lasciano in pace, che chiedono di essere ascoltate, be’, qui c’è pane per i vostri denti.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/johnwilliamgrant">John Grant su myspace</a></p>
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		<title>Drink To Me – Brazil (Unhip, 2010)</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 11:25:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-6808 alignleft" title="brasil" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/03/brasil.jpg" alt="" width="60" height="60" />Secondo full lenght per il trio piemontese, un ottimo ritorno, la recensione di sOUNDVERITE']]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-6808 alignleft" title="brasil" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/03/brasil.jpg" alt="" width="200" height="200" />Ottimo ritorno per il trio piemontese che per questo secondo full-lenght si riconferma con interessanti novità. Oltre alla nuova etichetta, va segnalata infatti la produzione di Alessio Natalizia (Banjo Or Freakout) che, azzardiamo, ha dato un contributo considerevole al rinnovato suono della band. In questo senso “Brazil” resta un’opera ricca e articolata, esempio brillante di come una fantasia vulcanica possa abilmente piegare influenze e riferimenti alle proprie urgenze, sfuggendo al gioco delle citazioni. Pop-rock deviante, che si nutre ora di kraut, ora di space-pop à la Stereolab, strizza l’occhio al post-punk, diverte con l’ironia di ritornelli appiccicosi, si affida all&#8217;epica di cori anthemici di scuola indie per sottoporli a dilatazioni riverberate e a delay implacabili di chiara marca Animal Collective. A far da filo conduttore una sezione ritmica compatta, dove le percussioni restano rock e groovy anche quando si abbandonano a ritmi esotici. Veramente bravi.</p>
<p><a href="http://www. myspace.com/drinktomeband">http://www. myspace.com/drinktomeband</a><br />
<a href="http://www.drinktome.net">http://www.drinktome.net</a><br />
<a href="http://www.unhiprecords.com">http://www.unhiprecords.com</a></p>
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		<title>Lightspeed Champion – Life Is Sweet! Nice To Meet You – (Domino, 2010)</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 20:52:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-6803 alignleft" title="lightspeed" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/03/lightspeed1.jpg" alt="" width="60" height="60" />Devonté Hynes con il secondo capitolo della sua avventura come Lightspeed Champion, la recensione di sOUNDVERITE']]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-6800 alignleft" title="lifeisweet" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/03/lifeisweet.jpg" alt="" width="300" height="300" />Che Devonté Hynes ci sapesse fare si era capito già con il suo album d’esordio (“<a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2008/01/lightspeed-champion-falling-off-the-lavender-bridge/">Falling Off The Lavender Bridge</a>”, 2008). All’epoca avevo apprezzato la sua esuberanza, applicata ad una formula pop tutto sommato facile ed immediata, anche quando si divertiva a giocare con orchestrazioni, citazioni retrò, cercando di combinare melodie emo con improbabili divagazioni soul. Possiamo trovare tutte queste caratteristiche anche nel nuovo lavoro, tuttavia ciò che oggi sembra mancare è quell’(auto)ironia che rendeva tanta <em>grandeur</em> tutto sommato… <em>sostenibile</em>. Insomma, ascoltando i quindici (15!) brani di “Life is Sweet…” si ha l’impressione che il ragazzo si prenda maledettamente sul serio e, di conseguenza, assumono tutt’altro sapore anche i suoi eccessi. Clavicembali, sezioni di archi e fiati, cori che fanno capolino a più riprese magari solo per fare da contrappunto a melodie portanti spesso prevedibili… rendono l’ascolto estremamente pesante e sono sufficienti a neutralizzare le qualità comunque presenti e innegabili. Al di là di qualche buon momento, nel complesso è un album scioccamente barocco e stucchevole.</p>
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		<title>Seabear – We Built A Fire (Morr, 2010)</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 13:33:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-6634 alignleft" title="webuiltafire" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/02/webuiltafire.jpg" alt="" width="60" height="60" />Seabear è il progetto principale del musicista islandese, nonché polistrumentista, Sindri Már Sigfússon; We Built a Fire è il suo nuovo album, la recensione di sOUNDVERITE]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-6634 alignleft" title="webuiltafire" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/02/webuiltafire.jpg" alt="" width="300" height="300" />Seabear è il progetto principale del musicista islandese, nonché polistrumentista, Sindri Már Sigfússon. Dapprima nelle grazie della teutonica Tomlab che gli pubblicò un singolo nel 2005 (uno split 7” in compagnia dei Grizzly Bear, all’epoca lontani dall’hype dei giorni nostri), alla fine Seabear si è accasato presso Morr Music, un’altra etichetta tedesca, dando alle stampe un album d’esordio notevole – <em>The Ghost That Carried Us Away</em> (2007) – e destinato a passare tristemente inosservato. Forse anche per questo, chissà, l’anno seguente Sindri sceglie un nuovo moniker (Sin Fang Bous) e decide di arricchire la personale formula indie-folk fatta di strumentazione prevalentemente acustica, arrangiamenti essenziali e melodie sognanti, con abbondanti innesti di elettronica: <em>Clangour</em> è il titolo del nuovo album (<a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2009/02/sin-fang-bous-clangour-morr-music-2009/">recensito qui su IE</a>) e il risultato, per quanto ancora personale e riconoscibile, è decisamente più vicino al suono che ha reso celebre l’etichetta berlinese. Questa volta si accorgono di lui e l’album ottiene buoni riscontri. Insomma, non era azzardato ipotizzare una fine prematura del progetto Seabear, quando ecco che giunge la notizia dell’uscita di questo nuovo <em>We Built A Fire</em>… e per fortuna. Già al primo ascolto l’album si rivela come la cosa migliore che sia mai uscita dalla penna del giovane islandese che, con il nome originario, recupera oggi anche il suono acustico accentuandone nuovamente il lato <em>dreamy</em>. La band dà un apporto maggiore rispetto all’esordio, insistendo maggiormente sui cori e sulla sezione ritmica, per un risultato finale che suona più immediato, incalzante e pop. Ma sono soprattutto le melodie cristalline e accattivanti a fare la differenza: ritornelli ispirati e contagiosi, leggeri e venati di malinconia. Se l’avete ignorato fino adesso… questa volta proprio non potete.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/seabear">http://www.myspace.com/seabear</a></p>
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		<title>Sin Ropas – Holy Broken  (Madcap/Shrug &#8211; 2010)</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 14:13:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Indie]]></category>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-6534 alignleft" title="sinropas" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/02/sinropas.jpg" alt="sinropas" width="60" height="60" />I Sin Ropas sono la creatura musicale di Danni Iosello e Tim Hurley; Holy Broken esce in Italia via Madcap, la recensione di sOUNDVERITE]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-6534 alignleft" title="sinropas" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/02/sinropas.jpg" alt="sinropas" width="300" height="273" />I Sin Ropas sono la creatura musicale di Danni Iosello e Tim Hurley. La prima ha collaborato con Califone, mentre il secondo vanta un passato direttamente tra le fila dei Red Red Meat. I riferimenti biografici in questo caso non sono fini a se stessi, ma sono essenziali per spiegare un suono fortemente riconducibile ai gruppi citati. Non solo, una certa aria di famiglia si respira proprio al livello delle strutture melodiche, molto affini a quelle a cui ci hanno abituato Tim Rutili e compagni: atmosfere languide e malinconiche supportate da ritmiche zoppicanti e narcolettiche. I Sin Ropas, certo, ci mettono del loro e aggiungono un personalissimo tocco di psicadelia rarefatta ma, soprattutto, sono bravissimi a sottolineare con discrezione una dimensione pop che, per quanto mai in primo piano, ad un ascolto attento si rivela il vero e proprio tessuto connettore della loro estetica. L’album, che sarà pubblicato negli Stati Uniti ad aprile, esce in questi giorni in Italia via Madcap. A suggellare la nuova alleanza con l’etichetta veneta, tra febbraio e marzo ci sarà una nutrita schiera di date in tutta la penisola per un tour che si preannuncia da non perdere.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/sinropas3">Sin Ropas su myspace</a></p>
<p><a href="http://www.sinropas.com">Sin Ropas su web</a></p>
<p><a href="http://www.maledetto.it">Madcap</a></p>
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		<title>Midlake &#8211; The Courage of Others &#8211; (Bellaunion &#8211; 2010)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 08:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-6453 alignleft" title="midlake" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/02/midlake.jpg" alt="midlake" width="60" height="60" />Il terzo, bellissimo album dei Midlake recensito da sOUNDVERITE.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-6452 alignleft" title="midlake-the-courage-of-others" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/02/midlake-the-courage-of-others.jpg" alt="midlake-the-courage-of-others" width="301" height="301" />È sempre operazione delicata riproporsi dopo l’album che ha sancito un’affermazione su larga scala, a livello di pubblico e critica. I Midlake con questo terzo album sapevano che avrebbero dovuto fare i conti con gli inevitabili paragoni con l’ottimo The Trials of Van Occupanther (Bella Union, 2006) e dunque, saggiamente, hanno deciso di ripartire da lì, da quel suono, per spingersi oltre e osare un passo in territori ignoti. Perciò, se da una parte resta intatta la natura di un progetto saldamente ancorato al folk-rock, e in particolare a un cantautorato caldo e malinconico, dall’altra la band capitanata da Tim Smith sembra aver modificato con decisione le coordinate sonore delle proprie composizioni e dei propri arrangiamenti. Non proprio una rivoluzione… ma poco ci manca. The Courage of Others vede innanzitutto ridimensionati i due grossi punti fermi del suono Midlake: Neil Young (per le chitarre) e Thom York (per i cantati). I due nomi, ingombranti, non spariscono del tutto e continuano a far capolino tra i solchi dell’album, tuttavia la loro influenza è decisamente sacrificata a favore di citazioni meno scontate. In particolare risulta felicissima (e audace) l’introduzione di riferimenti west-coast combinati con un utilizzo di flauti di chiara marca folk-progressiva inglese: canzoni come l’iniziale “Acts Of Men”, “The Horn” o “Bring Down” in questo senso potrebbero essere considerate come una sorta di manifesto del nuovo corso. Ma è tutto l’album ad essere disseminato di riferimenti inattesi e anche molto lontani tra loro, dagli Eagles ai Fairport Convention, dai Creedence ai Jehtro Tull, per un risultato finale che, per quanto non ‘inaudito’ (si pensi agli Espers ad esempio…), si rivela assolutamente entusiasmante. La differenza, ancora una volta, la fa la voce e la scrittura di Tim Smith che, oggi, può essere finalmente annoverato nel pantheon dei ‘nuovi’ grandi autori. Il coraggio (degli altri?) paga.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/midlake">http://www.myspace.com/midlake</a><br />
<a href="http://www.myspace.com/midlake">http://www.bellaunion.com/</a></p>
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		<title>Grizzly Bear – Veckatimest – (Warp 2009)</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2009 15:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sOUNDVERITE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-5032 alignleft" title="grizzlybear2" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2009/06/grizzlybear2.jpg" alt="grizzlybear2" width="452" height="373" />Veckatimest è l'ultimo lavoro di Grizzly Bear, un album entusiasmante e sontuoso anche nei momenti più sobri, alimentato continuamente da strutture imprevedibili che si basano su ossature ritmiche sfuggenti, a tratti zoppicanti, ma sempre incisive...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-5033 alignleft" title="veckatimest" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2009/06/veckatimest.jpg" alt="veckatimest" width="300" height="300" />Più che di nuove &#8216;frontiere&#8217;, nel caso dei Grizzly Bear e di altri gruppi meritatamente balzati agli onori delle cronache, sarebbe meglio parlare di nuove &#8216;derive&#8217; della musica pop.  Nell&#8217;opera di decostruzione sistematica della tradizione melodica più zuccherosa degli anni &#8217;60 &#8211; non solo la California di Beach Boys e Mamas &amp; Papas, ma penso anche all&#8217;Inghilterra dei troppo spesso dimenticati The Zombies e The Hollies -  negli ultimi anni si sono segnalati diversi progetti tra cui i più interessanti sono stati quelli capaci di distinguersi nel paradossale e arduo compito di conciliare una rigorosa fedeltà al modello originale con una pervicace volontà di pervertirne presupposti ed esiti. In questo particolare corpo a corpo ingaggiato con il pop, si può dire che i Grizzly Bear tentino di decostruire la tradizione melodica degli anni &#8217;60 utilizzando i suoi stessi strumenti laddove, per esempio, gli Animal Collective perseguono lo stesso obiettivo a botte di samples, beats, sintetizzatori e filtri vocali. Per quanto giungano inevitabilmente a conclusioni diverse, i risultati sono ugualmente entusiasmanti anche se a mio avviso, per la motivazione di cui sopra, i Grizzly Bear dimostrano più audacia e grandezza. A tal punto che forse, dopo &#8220;Veckatimest&#8221;, sarà necessario voltare pagina su quella che è stata una delle più intense &#8211; e brevi &#8211; stagioni musicali di fine decennio. La scintillante perfezione di canzoni quali &#8220;Two Weeks&#8221;, &#8220;Cheerleader&#8221;, &#8220;Ready, Able&#8221; o &#8220;While You Wait For The Others&#8221; sembrerebbe infatti non ammettere repliche, e ci si chiede non tanto come si potrebbe andare oltre, quanto piuttosto anche solo bissare la maestosità di tanto ispirate armonie e linee melodiche. Non solo, melodie e cori a parte, la particolarità di questo stile, sontuoso anche nei momenti più sobri, è alimentato continuamente da strutture imprevedibili che si basano su ossature ritmiche sfuggenti, a tratti zoppicanti, ma sempre incisive. Caratteristiche forse messe già in evidenza nei precedenti lavori ma che, su questo nuovo &#8220;Veckatimest&#8221;, raggiungono l&#8217;apice della loro espressività. Ne risulta un album eccezionale, la cui leggerezza è direttamente proporzionale alla sua complessità (e forse per questo ha bisogno di essere ascoltato con attenzione). Entusiasmante con la stessa semplicità con cui questi ragazzi sembrano essere in grado di costruire una melodia. Irrinunciabile.</p>
<p><a href="http://www.grizzly-bear.net/">Grizzly Bear su web</a><br />
<a href="http://www.myspace.com/grizzlybear">Grizzly Bear su myspace</a></p>
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