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	<title>Indie-eye - REC &#187; Folk</title>
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	<description>Indie-eye REC, approfondimenti e news, podcast, vodcast e video podcast sulla musica internazionale; alternative, lounge, jazz, noise, electro, sperimentale, experimental, lofi, glitch, folk, laptop, elettronica</description>
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		<title>Department of Eagles &#8211; Archive 2003-2006 (American Dust, 2010)</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 07:18:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Pozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-thumbnail wp-image-8488 alignleft" title="department-of-eagles-3" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/department-of-eagles-3-150x150.jpg" alt="" width="60" height="60" />I Department Of Eagles sono la prima incarnazione musicale di Daniel Rossen, poi entrato nei Grizzly Bear, la recensione di Fabio Pozzi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8488 alignleft" title="department-of-eagles-3" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/department-of-eagles-3.jpg" alt="" width="250" height="250" />I <strong>Department Of Eagles </strong>sono la prima incarnazione musicale di <strong>Daniel Rossen</strong>, poi entrato nei <strong>Grizzly Bear</strong>, gruppo che in questi ultimi anni si è imposto come uno tra i più interessanti nell’ambito del folk e delle sue modificazioni genetiche. Nei Department Daniel è accompagnato dal suo compagno di stanza ai tempi dell’università, <strong>Fred Nicolaus</strong>, con cui in questi anni ha inciso un paio di dischi, <em>The Whitey On The Moon </em>(poi riedito come <em>The Cold Nose</em>) e <em>In Ear Park</em>, che sono ottimi esempi di commistione tra classico songwriting folk e un uso intelligente dell’elettronica, in particolare di samples presi dalle fonti più disparate, da <strong>Philip Glass </strong>e <strong>Ravi Shankar </strong>fino a <strong>Regina Spektor</strong>.<em> Archive 2003-2006 </em>esce oggi, a distanza di due anni dall’ultimo disco e a uno dall’ultima fatica dei <strong>Grizzly Bear</strong>, l’acclamato <a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2009/06/grizzly-bear-%E2%80%93-veckatimest-%E2%80%93-warp-2009/"><em>Veckatimest</em></a>. Le idee alla base di questa uscita sembrano quindi due, essenzialmente: da una parte far capire che i <strong>Department Of Eagles</strong> sono ancora qualcosa di vivo, anche se non particolarmente attivo; dall’altra sfruttare il successo (limitato al mondo indipendente, ma pur sempre successo) di quella che ormai è la band principale di Daniel proponendo brani che possono essere visti come propedeutici a quello che oggi sono i <strong>Grizzly Bear</strong>. In <em>Archive 2003-2006 </em>sono presenti undici tracce, anche se in realtà le canzoni vere e proprie sono solamente sei. Le altre cinque, intitolate <em>Practice Room Sketch</em>, sono degli abbozzi di canzoni, della durata massima di due minuti, a metà tra dei riempitivi e dei documenti sulle modalità di lavoro in studio del duo, qualcosa dunque che può interessare solo chi già ama la band. Anche perché le sei canzoni non aggiungono nulla di particolare a quanto già presente sui dischi precedenti, ad eccezione forse della bella cavalcata di ascendenza country <em>While We’re Young </em>e della ritmata <em>Brightest Minds</em>, capace di coinvolgere con il suo equilibrio tra cori retrò e gusto compositivo moderno. Sarà banale dirlo, ma il giudizio finale è: per completisti.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/deptofeagles">www.myspace.com/<strong>deptofeagles</strong></a></p>
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		<title>Tired Pony &#8211; The Place we ran from (Fiction, 2010)</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 14:18:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Pozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-thumbnail wp-image-8387 alignleft" title="tiredpony" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/tiredpony-150x150.jpg" alt="" width="60" height="60" />Tired Pony è un supergruppo capitanato da Gary Lightbody, il cantante degli Snow Patrol, accompagnato, tra gli altri, da Peter Buck, Richard Colburn, Scott Mc Caughey, la recensione di Fabio Pozzi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="size-full wp-image-8387 alignleft" title="tiredpony" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/tiredpony.jpg" alt="" width="300" height="300" />Tired Pony </strong>è un supergruppo capitanato da <strong>Gary Lightbody</strong>, il cantante degli <strong>Snow Patrol</strong>, accompagnato, tra gli altri, da <strong>Peter Buck </strong>dei <strong>R.E.M.</strong>, <strong>Richard Colburn </strong>dei <strong>Belle &amp; Sebastian </strong>e <strong>Scott Mc Caughey </strong>dei <strong>Minus 5</strong>. A questi nomi vanno poi aggiunti quelli degli altri ospiti, tutti di rilievo: si parla infatti del cantante degli<strong> Editors Tom Smith</strong>, del cantautore <strong>M. Ward </strong>e della sua compagna negli <strong>She &amp; Him</strong>, la bellissima <strong>Zooey Deschanel</strong>. Il disco è stato registrato a Portland, in Oregon, e in parte risente dell’allontanamento di Gary dalle terre britanniche che l’hanno visto crescere e che tanta rilevanza hanno avuto nella sua crescita musicale e nel suo songwriting. Nel disco dei <strong>Tired Pony </strong>la matrice pop che caratterizza gli <strong>Snow Patrol </strong>va infatti a mescolarsi con atmosfere e suoni tipicamente americani. I nomi che si possono citare tra le maggiori influenze in questo senso sono quelli dei più importanti esponenti dell’alt-country e dell’americana di questi ultimi due decenni, cioè <strong>Wilco</strong>, <strong>Grant Lee Buffalo</strong>, <strong>Jayhawks</strong>, <strong>Lambchop </strong>ecc. I risultati del lavoro di Gary e compagni sono quasi sempre soddisfacenti, considerando anche il fatto che quasi ogni brano è stato registrato alla prima o tutt’al più alla seconda take. I pezzi migliori sono quelli in cui Lightbody riesce ad allontanarsi maggiormente dal modello di scrittura che utilizza con la sua band madre, avvicinandosi invece ai nomi sopra citati. Per esempio ciò accade in <em>North Western Skies</em>, la traccia d’apertura, una ballata con arrangiamenti minimali che può ricordare il <strong>Kurt Wagner </strong>degli ultimi anni; nella seguente <em>Get On The Road</em>, un fantastico duetto con <strong>Zooey Deschanel</strong>, in grado di portare l’ascoltatore sulle polverose strade del midwest a velocità sempre più sostenuta; nella più tradizionale <em>Point Me At Lost Islands</em> o nella scurissima <em>The Good Book</em>, impreziosita da una grande prestazione di <strong>Tom Smith</strong>. Va un po’ meno bene quando le ballate si protraggono troppo a lungo, come nel caso di <em>Held In The Arms Of Your Words </em>o di <em>I Am The Landslide</em>, o quando il retaggio <strong>Snow Patrol </strong>emerge maggiormente, come nel ritornello eccessivamente pop di <em>Dead American Writers</em>.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/tiredpony">Tired Pony su myspace</a></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Nic Dawson Kelly &#8211; Old Valentine (Runners Club Records, 2010)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 08:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Pozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-8366 alignleft" title="Nic+Dawson+Kelly+09760006" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/Nic+Dawson+Kelly+09760006.jpg" alt="" width="452" height="299" />Old Valentine è un ottimo disco di cantautorato folk, caratterizzato da una scrittura già matura e da un cantato raro da trovare nel genere, mai ripiegato su sé stesso, come solitamente accade in questi ultimi anni, ma al contrario aperto verso il mondo, versatile ed espressivo in ogni passaggio; la recensione di Fabio Pozzi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8365 alignleft" title="NDK" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/NDK.jpg" alt="" width="300" height="300" />È vero, la voce di <strong>Nic Dawson Kelly </strong>può ricordare quella di <strong>Antony Hegarty</strong>, come riporta l’unica frase in italiano che accompagna il promo di <em>Old Valentine</em>. Un paragone del genere dovrebbe però essere fatto con le dovute cautele, per evitare di caricare di aspettative esagerate il lavoro di questo giovane songwriter inglese. In ciò che canta Nic è infatti ben difficile trovare la forza drammatica che rende unico <strong>Antony</strong>, anche perché le vite dei due artisti sono diametralmente differenti. È quindi giusto analizzare il lavoro del primo a prescindere da questa somiglianza, per scoprire quanto di buono riesca a mettere nella sua musica.</p>
<p><em>Old Valentine </em>è un ottimo disco di cantautorato folk, caratterizzato da una scrittura già matura e da un cantato raro da trovare nel genere, mai ripiegato su sé stesso, come solitamente accade in questi ultimi anni, ma al contrario aperto verso il mondo, versatile ed espressivo in ogni passaggio, sia quelli più calmi che quelli più movimentati. Il disco parte subito bene, con i due minuti veloci e compatti di <em>Thursday 3-23</em>, per passare subito a uno dei picchi, cioè il singolo <em>The Musician</em>, capace di descrivere in maniera per nulla scontata la vita di un aspirante musicista, utilizzando una melodia elaborata ma al tempo stesso facile da memorizzare. La successiva <em>Under Her Mattress (I Wrote This) </em>è forse eccessivamente scolastica, senza particolari che la distacchino da un normale pezzo alt country con influenze tra <strong>Wilco</strong> e <strong>Whiskeytown</strong>, se non la voce, che è comunque col freno a mano tirato. Va meglio con<em> Marilyn</em>, dove si torna a giocare col canto e con la scrittura, ottenendo una calda ballata con un grande uso degli archi, e con <em>All The Pretty Bullfighters</em>, che parte con un’armonica alla <strong>Neil Young</strong> per poi dipanarsi ubriaca e ubriacante su canovacci folk. Ottime sono anche le seguenti <em>Old Valentine</em>, che dà il titolo all’album, col suo ritornello che rimane in testa fin dal primo ascolto, e <em>Adam And Eve</em>, con piano e cori che creano suggestioni molto particolari, tra southern rock e pop. Si passa poi a <em>Delicate</em>, il pezzo in cui si sente maggiormente l’assonanza con <strong>Antony</strong>, in quanto gli arrangiamenti si fanno minimali (solo una chitarra e un timido glockenspiel di accompagnamento) e Nic spinge la sua voce verso limiti quasi incredibili: funziona abbastanza, anche se a volte sembra che ci si dimentichi della scrittura per dare invece spazio al virtuosismo vocale. La successiva <em>Ex-Lovers And Old Friends </em>è invece un pezzo con chiare ascendenze folk e ancora una volta southern, con un’organo <strong>Lynyrd Skynyrd</strong>, due minuti e mezzo che scivolano via piacevolmente, prima del brano finale, <em>Oh Well</em>, in cui la penna del giovane inglese si fa incontenibile, creando un brano pieno di suggestioni, che per oltre sei minuti tiene incollato alle casse l’ascoltatore, passando attraverso atmosfere languide, con la voce che accarezza e morde allo stesso tempo. In definitiva, dunque, un gran bel disco quello di <strong>Nic Dawson Kelly</strong>, con un’anima molto più americana che inglese e un’ottima capacità di rielaborare fonti sonore classiche senza quasi mai cadere nel già sentito e nello scontato. E non dimentichiamo la voce, che voce!</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/nicdawsonkelly">Nic Dawson Kelly su Myspace</a></p>
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		<title>Woom &#8211; Muu&#8217;s Way (Ba Da Bing! 2010)</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 12:52:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Piombini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-8313 alignleft" title="Muu’s-Way" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/Muu’s-Way.jpg" alt="" width="60" height="60" />Prima Fertile Crescent, adesso Woom, la nuova identità musicale per Sara Magenheimer e Eben Portnoy, la recensione di Muu's Way...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8313 alignleft" title="Muu’s-Way" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/Muu’s-Way.jpg" alt="" width="300" height="300" />Prima Fertile Crescent, adesso Woom, la nuova identità musicale per Sara Magenheimer e Eben   Portnoy, recentemente allunati anche dalle nostre parti per un paio di date Italiane. Muu&#8217;s Way è il loro debutto in versione contratta e composto secondo la forma collaudata del dialogo asimmetrico. Folk, standard di ruvidezza Appalachiana, un cantilenare storto e i suoni della natura a fare da contorno ad un contesto che sembra quasi una versione campestre delle interferenze glitch. Un frullato di tutto quello che si è ascoltato almeno negli ultimi cinque anni di disfunzioni anglofone, visioni tribali, minimalismo primitivista, licenze della ghiandola pituitaria. Un beverone comprato in qualche sobborgo da uno spacciatore poco raccomandabile non certo una sintesi (fuori o dentro gli equilibri, poco importa). Rispetto ad altra musica aliena e animale, quella dei Woom è  in fondo beneducata, preleva linfa vitale dalle ossessioni degli anni &#8217;50, con un sound lievemente twangy, e la confidenza di un bedroom folk intimo e a bassa definizione;  ogni tanto e solo per combattere la noia, verrebbe voglia di dargli fuoco a queste camere da letto, raderle al suolo con una bella aurora al napalm dalla west coast fino a Brescia.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/woomtime">Woom su myspace</a></p>
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		<title>AA.VV. Be Yourself &#8211; A tribute to Graham Nash’s Songs for beginners (Grass Roots Records, 2010)</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 12:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Cipriano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-8280 alignleft" title="cover graham 60x60" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/cover-graham-60x60.jpg" alt="" width="60" height="60" />Songs for beginners riproposto per intero in forma tributo da Vetiver a Brendan Benson fino a Will Oldham e Alela Diane, ce ne parla Francesco Cipriano...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8279 alignleft" title="cover graham 300x300" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/cover-graham-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Semmai un giorno dovessero sorgermi dubbi sull’intensità del legame tra genitori e prole mi ricorderò di questo disco come una grande prova d’amore di una figlia verso il proprio padre. Beh, si, facile a dirsi, soprattutto se il tuo babbo all’anagrafe fa <strong>Graham William Nash</strong> e soprattutto se ad accompagnarlo per gran parte della sua carriera siano stati tali <strong>David Crosby</strong> e <strong>Stephen Stills</strong> nell’acclamatissimo terzetto (poi quartetto con <strong>Neil Young)</strong>. Davvero un successo planetario.<strong> Nile Nash</strong> non ha la stoffa di Graham, è ovvio, ma è una figlia devota e certosina nel cernere i prestiti pregevoli di amici sicuramente capaci di interpretare quel <em>Songs for beginners </em>che nel 1971 diede vita alla carriera solista del padre. Disco qui riproposto nella sua interezza e con la stessa fregola compulsiva che il naufragio della storia d’amore con <strong>Joni Mitchell</strong>,<strong> </strong>oltre<strong> </strong>una pausa con i <strong>CSN</strong>,<strong> </strong>gli avrebbe offerto anche al tempo. Ancora vivo nell’immanente bisogno di trattare temi allora (come adesso) scottanti, quali il disagio sociale, l’antimilitarismo, l’attivismo politico oltre i flussi di coscienza del giovane Nash. Scelta perfetta dunque quella di abbinarvi il colore/calore di assi del panorama folk mondiale confezionando ad arte qualcosa di cui anche il (quasi!) settantenne folker anglo-americano dovrebbe gioire. E così<strong> Robin Pecknold (Fleet Foxes)</strong> fagocita <em>Be yourself </em> ammantandola con quel suo folk pastorale, marchio di fabbrica ormai indelebile, fintanto che l’ormai onnipresente <strong>Will Oldham </strong>(<strong>Bonnie Prince Billy</strong>) si diletta sulle armonie mesoamericane della ballad <em>Simple Man. </em>Il<em> s</em>office tocco di <em>Military Madness</em> viene invece riproposto da <strong>Port O’Brien</strong> (<strong>Papercuts</strong>) mentre <strong>Sleepy Sun </strong>e<strong> The Moore Brothers</strong> sono rispettivamente impegnati con la splendida <em>Chicago</em> e <em>Man in the Mirrors</em>. Ed ancora i <strong>Vetiver </strong>(con o senza <strong>Banhart</strong>?) ridonano lucentezza alla scrittura quasi perfetta di Nash in <em>Used to be a king</em> e <strong>Brendan Benson</strong> rilancia l’americana anni ’70 di <em>Better Days</em> con lo stesso taglio secco e deciso dei suoi <strong>Recounters</strong>. Completano <strong>Alela Diane </strong>(<em>There’s only one</em>)<strong>, Mariee Sioux</strong>, in coppia con<strong> Greg Weeks </strong>degli <strong>ESPERS </strong>(<em>Sleep Song</em>) e la stessa <strong>Nile </strong>abile a cimentarsi in <em>Wounded Birds</em> e nel finale a cappella di <em>We can change the world</em>, due classiconi. Trame sempreverdi. Una rilettura onesta di un vero capolavoro. Di sicuro, un presente molto più gradevole della solita sciarpa da regalare al babbo per il suo compleanno, a patto che non diventi moda.</p>
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		<title>Rio Mezzanino @ Fnac-Firenze; il video di indie-eye.it</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 09:24:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione IE</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-8258 alignleft" title="riomezzanino" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/riomezzanino.jpg" alt="" width="452" height="238" />Together to get out è il nuovo ep dei Rio Mezzanino, ospiti della Fnac-Firenze il 1 Luglio 2010 e registrati da Indie-eye per il nuovo video format sviluppato in collaborazione con Fnac-Firenze; presenta David Drago, da non perdere...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2010/07/rio-mezzanino-fnac-firenze-il-video-di-indie-eye-it/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p><a href="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/riomezzanino.jpg"><img class="size-medium wp-image-8258 alignleft" title="riomezzanino" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/07/riomezzanino-300x157.jpg" alt="" width="300" height="157" /></a><strong>Together to get out</strong> è il nuovo ep dei <strong>Rio Mezzanino</strong>, ospiti della <strong>Fnac-Firenze </strong>il <strong>1 Luglio 2010</strong> e registrati da <strong>Indie-eye </strong>per il nuovo <strong>video format sviluppato in collaborazione con Fnac-Firenze</strong>. Presenta <strong>David Drago</strong>, Dj ed <strong>esperto di musica Indipendente Italiana</strong>, collaboratore di Radio Gas (Prato) ideatore e conduttore di una trasmissione chiamata <strong>Me And The Dragon</strong> , in onda ogni giorno dal Lunedi al Giovedi. I Rio Mezzanino, dopo lo splendido esordio con <strong>Economy With Upgrade</strong> (<a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2007/12/rio-mezzanino-economy-with-upgrade/">Recensito qui su IE</a>) prodotto da <strong>Donato Masci</strong> per <strong>Danza Cosmica studio</strong> e accolto da consensi critici notevolissimi,  stanno preparando <strong>un nuovo album</strong>, Together to Get Out è il primo assaggio in formato Ep, e alcuni brani della nuova produzione si possono ascoltare anche all&#8217;interno di questo video Showcase. Gli eventi Fnac sono a cura di <strong>Davide Del Campo</strong> e la collaborazione con Fnac e Indie-eye continua; <strong>il prossimo appuntamento</strong> è per il <strong>20 di Luglio</strong>, presso la <strong>Fnac di Campi Bisenzio &#8211; Firenze</strong>, all&#8217;interno del centro commerciale &#8220;i Gigli&#8221;, con gli <strong>Esterina</strong>; stay tuned!</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/riomezzaninomusic">I Rio Mezzanino su Myspace</a></p>
<p><a href="http://www.riomezzanino.com/">Rio Mezzanino sito ufficiale</a></p>
<p><a href="http://www.danzacosmica.com/">Danza Cosmica su Web</a></p>
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		<title>Los Campesinos &#8211; Romance is boring (Wichita, 2010)</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 06:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Pozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/06/romanceisboring-150x150.jpg" alt="" title="romanceisboring" width="60" height="60" class="alignnone size-thumbnail wp-image-8045" />Dopo meno di due anni tornano i Los Campesinos! con il loro nuovo Romance Is Boring, la recensione di Fabio Pozzi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8045 alignleft" title="romanceisboring" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/06/romanceisboring.jpg" alt="" width="300" height="300" />Dopo meno di due anni tornano i <strong>Los Campesinos!</strong> con il loro nuovo <em><strong>Romance Is Boring</strong></em>. La formula del gruppo gallese rimane in pratica sempre la stessa: una serie di sarabande pop nel nome dell’adolescenza e dell’allegria, con strumenti di ogni tipo che spuntano qua e là, voci e cori che si rincorrono, cambi di tempo e accelerazioni sempre con un sorriso sulle labbra. Il risultato è ancora una volta buono, anche se qualche cambiamento, che per esempio si era riscontrato nell’Extended EP (quasi un disco intero, in pratica) che aveva seguito di qualche mese il primo album <em>Hold On Now, Youngster…</em> avrebbe sicuramente dato un po’ di pepe in più e allontanato la sensazione di immobilità nei propositi musicali che a volte fa capolino in alcune tracce. In più di un’occasione le sbarazzine cavalcate dei britannici finiscono infatti per rassomigliare un po’ troppo a quanto da loro già proposto negli scorsi anni, andando anche oltre a quella che potrebbe essere vista come l’affermazione e riaffermazione di una propria cifra stilistica. Il rischio, a questo punto, potrebbe essere quello di assistere ad un allontanamento del pubblico della prima ora, che non avrà certo voglia di sentire lo stesso disco ripetuto all’infinito (certe cose potevano permettersele solo i Ramones). Su cosa potranno puntare allora i gallesi? Forse sulle ballate, perché ad esempio, mentre <em>In Medias Res</em>, che apre il disco su ritmi blandi, non appare molto a fuoco, <em>Who Fell Asleep In </em>e <em>The Sea Is A Good Place To Think Of The Future </em>funzionano alla grande; un’altra possibilità sarebbe quella di innervare con nuovi elementi i brani esagitati, che sono la maggior parte, senza però perdere la verve e l’entusiasmo che sanno trasmettere. Non è un percorso facile, ma qualche piccolo passo in questa direzione sembra già essere stato fatto: per esempio <em>Straight In At 101</em> riesce a distaccarsi abbastanza dal solito mix di elementi (mutuati da <strong>Architecture In Helsinki</strong>, <strong>Pavement </strong>e dal classico indie britannico di questi anni), così come <em>This Is A Flag. There Is No Wind </em>e <em>I Just Sighed. I Just Sighed. Just So You Know</em>, con le sue esplosioni sonore più violente della media e un finale inaspettato e classicheggiante.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/loscampesinos">los campesinos! su myspace</a></p>
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		<title>Riccardo Ceres &#8211; Riccardo Ceres in James Kunisada Carpante (Il popolo del blues, 2010)</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 06:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulia Cavaliere</dc:creator>
				<category><![CDATA[Folk]]></category>
		<category><![CDATA[Jazz]]></category>
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		<description><![CDATA[<img class="size-thumbnail wp-image-7862 alignleft" title="Copertina Cerescover" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/06/Copertina-Cerescover-150x150.jpg" alt="" width="60" height="60" />Figura d'intenti poliedrici questo Riccardo Ceres, casertano trapiantato a Roma, la recensione di Giulia Cavaliere sul suo primo lavoro... ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-7862 alignleft" title="Copertina Cerescover" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/06/Copertina-Cerescover-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Figura d&#8217;intenti poliedrici questo<strong> Riccardo Ceres</strong>, casertano trapiantato a Roma che già nel nome del suo primo lavoro <strong>Riccardo Ceres in James Kunisada Carpante</strong> oltre al sempre accattivante gusto per l&#8217;eteronimo concentra un suo vecchio soprannome (Jimmy/James), il nome di un pittore giapponese del 1800 (Kunisada) e una sorta di cognome misterioso di cui nulla è dato sapere (Carpante).  L&#8217;album di Ceres, in sé, non fa che confermare un certo gusto per l&#8217;eterogeneità a dispetto dell&#8217;indubbia fedeltà a un sound blues folk di stampo americano che lo connota interamente. <strong>Tom Waits </strong>è il primo nome che ci viene in mente, il Tom Waits che tutti conosciamo, quello di Swordfishtrombones e soprattutto del successivo Rain dogs, da cui eredita tutta quella patina di forte teatralità e di cui declina in alcuni momenti più estremi l&#8217;acquisito gusto per la forma-canzone.  La teatralità di Ceres però non si radica solo nel sound oltreoceanico appena citato ma raccoglie in un modo a tratti vistoso e precisissimo una certa tradizione cantautorale italiana che ha fatto dell&#8217;elemento recitativo/teatrale il proprio emblema indimenticabile: parliamo del sempiterno maestro <strong>Fred Buscaglione</strong> e di <strong>Renato Carosone</strong>, quasi conterraneo dello stesso Ceres, di cui è erede decisamente meno scanzonato. C&#8217;è molta Campania e molta Italia, in quest&#8217;album, pezzo esemplare in tal senso è la bellissima <em>Il sonno</em>, dove oltre a Buscaglione, citato in modo quasi didascalico con quei “<em>signorina lo sapevo&#8230;</em>” o “<em>v&#8217;ho guardata&#8230;</em>” che non possono non ricordare “Eri piccola così” è presente un momento di alto citazionismo della <strong>Nuova Compagnia di Canto Popolare</strong>, una sorta di istituzione di qualità della musica popolare campana in tutto il mondo e un importante momento per la musica che si fa teatro in prima persona. In tutto ciò non possiamo evitare di dire quanto del <strong>Vincio Capossela</strong> prima maniera ci sia in Ceres, che degli esordi del primo volontario erede italiano di Waits ha soprattutto il suono tipico di un certo suo vecchio modo di concepire il live, il disco di riferimento per trovare Capossela in Ceres non sta infatti in nessuno degli album in studio ma in quel Live in Volvo suonatissimo e pieno di Jazz e di recitazione che forse oggi, di fronte alle ultime evoluzioni, persino i fan di Capossela hanno dimenticato. Ceres ha però un gusto per la produzione dei suoni, per i fiati, il contrabbasso e in generale quello che in questo disco non è parola, che Capossela in quella prima fase onestamente fiacchina non aveva. Tra una bellissima ballata come <em>Sale d&#8217;amor</em> e un momento interessante come quello di <em>La ballata delle menti intelligenti</em>, pezzi anch&#8217;essi, seppur diversamente, piuttosto caposseliani, chicca dell&#8217;album risulta essere la cover dell&#8217;adattamento italiano di un canto popolare giapponese (e il Giappone è caro a Ceres, a quanto pare) che nella nostra lingua prende il titolo di <em>Il piccolo pescatore</em>, adattamento scritto dal grande <strong>Giorgio Calabrese</strong> (autore e co-autore di indimenticabili pezzi di altrettanto grandi artisti come, a titolo d&#8217;esempio, Mina e Umberto Bindi) per il 25° Zecchino D&#8217;Oro. Se la pecca di questo lavoro d&#8217;esordio può essere l&#8217;assenza di una precisa direzione dei brani che tendono a rappresentare in parte l&#8217;universo del jazz più schizzato alla Davis e nella restante parte la cantautoralità italiana più folk, auguriamo a Ceres di capire se è il caso di orientarsi verso una delle due direzioni affinchè l&#8217;ascolto del suo lavoro, per il fruitore con gusti meno radicati dei suoi, risulti meno dispersivo.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/rceres">Riccardo Ceres su myspace</a></p>
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		<title>Mountain Man &#8211; Made the harbor (Bella Union, 2010)</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 05:58:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Cipriano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Folk]]></category>
		<category><![CDATA[Indie]]></category>
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		<description><![CDATA[<img class="size-thumbnail wp-image-7856 alignleft" title="mountainman_" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/06/mountainman_-150x150.jpg" alt="" width="60" height="60" />Tre ragazze del Vermont, Mountain Man, con il loro Made the harbor, la recensione di Francesco Cipriano...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-7856 alignleft" title="mountainman_" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/06/mountainman_-300x266.jpg" alt="" width="300" height="266" />Fatta giusta economia per due o tre cosette da gustare lungo il viaggio, rompiamo gli indugi e partiamo. Ennesimo percorso attraverso il lungo e tortuoso sentiero folk, qui rivisto secondo la sua accezione primordiale. E se non è proprio di un disco estivo che qui trattiamo, non almeno nella sua più diretta configurazione, dal momento che, aldilà degli echi più o meno vicini alle vallate appalachiane e per i rimandi piuttosto espliciti all’<em>uomo della montagna</em>, le tre ragazzotte del Vermont, riunite appunto sotto l’epiteto <strong>Mountain Man,</strong> tessono una tela cucita in maniera sincrona con la soavità pastorale di Beach House e la ingenuità di Heidi in cerca della sua fiocco di neve.<em> Made the Harbor</em> insiste, ahimè, su un gigantesco muro, issato ormai anni orsono proprio da quelle parti, che ostruisce soluzioni ardite ed eureka da next big thing. <em>Buffalo, Animal, White Heron</em>, giusto per citarne qualcuna, hanno in nuce quel prezioso smaliziato di Isobel Campbell ma si perdono in una scrittura piatta e relativamente scialba, scevre di quanto già detto e ridetto in merito.<em> How’m I Doin’ </em> è esercizio di stile ma ne vien fuori un doo wop à la Lauryn Hill. <em>Loon Song</em> sa di cicca rimasticata, mentre <em>Babylon</em> e <em>Mounthwhigs</em> sono veri e propri canti liturgici. Non basta l’intimità low-fi che emana il suono di questo lavoro per impreziosire della mera bigiotteria. Insomma, semplice ed al contempo manierato, quanto basta a dir nulla.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/mountainmansquint">mountain man su myspace</a></p>
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		<title>Nina Nastasia, Cry, Cry Baby; il video</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 19:49:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione IE</dc:creator>
				<category><![CDATA[Folk]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Videoscopio]]></category>
		<category><![CDATA[immaginary-strax]]></category>

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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-7760 alignleft" title="ninanastasia" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/06/ninanastasia1.jpg" alt="" width="60" height="60" />il video di cry, cry baby, estratto dall'ultimo bellissimo lavoro di Nina Nastasia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-7760 alignleft" title="ninanastasia" src="http://www.indie-eye.it/recensore/wp-content/uploads/2010/06/ninanastasia1.jpg" alt="" width="60" height="54" />Questo il video promozionale utilizzato per il lancio di Outlaster, l&#8217;ultimo album recentemente pubblicato da Nina Nastasia per Fat Cat e recensito come cd della settimana <a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2010/06/nina-nastasia-outlaster-fat-cat-2010/">da questa parte su Indie-eye REC</a>. Il video è stato girato in un solo take, nell&#8217;appartamento di Nina a New York.</p>
<p><a href="http://www.indie-eye.it/recensore/2010/06/nina-nastasia-cry-cry-baby-il-video/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
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