Kid Chocolat – Kaleidoscope (Poor Records, 2011)

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Pubblicato il 5 dicembre, 2011
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La Svizzera, questa sconosciuta. Il fatto che solitamente ricordiamo di più è che questa nazione è la meno coinvolta nei conflitti e nelle antipatie degli stati nazionali europei, fin da quando essi non erano ancora stati-nazione, nel 1674. Il popolo svizzero se n’è stato a guardare il bello e il cattivo tempo fuori dalle Alpi, tenendosi al passo coi tempi ma senza ambizioni e competizione. Col risultato di essere all’avanguardia ma di rischiare relativamente poco, sia a livello economico che politico. Kid Chocolat sembra aver mantenuto e implementato questa attitudine, quasi a voler certificare che il luogo di nascita ti forma all’interno più di quanto penseresti. Questo lo si intuisce dal caleidoscopio, così definito da lui stesso, che ha messo in piedi, 13 tracce che componendosi non riescono a dare una visione omogenea, 13 frammenti che si scontrano in discromie, 13 episodi da assumere uno alla volta con massima attenzione, per rimirare la parte più visibile e i riflessi che ne derivano. Philippe Pellaud proviene dall’ambito cinematografico, ma solo dedicandosi alla parte “audio”: infatti nel suo curriculum figurano tributi discografici a Peter Sellers e Dario Argento, nomi non da poco. Partendo da questa base consistente, lo svizzero si butta nella produzione propria con Kaleidoscope, sotto l’egida della francese Poor Records, con un bagaglio di conoscenze notevole e una padronanza del proprio lavoro che lo rende quasi eclettico. Prendiamo l’apripista Rosemary Brown’s Ghost. E’ una rumba al pianoforte, che potrebbe accompagnare il famoso spot del Martini con Charlize Theron, che si accompagna bene ad atmosfere Nouvelle Vague. La seguente Let’s Form a Party vira totalmente a favore di un synth pop con fiati debordanti, e con The Chains forma un duo che dire metrosexual è dir poco. Tastiere midi e cantato mucho macho: siamo dalle parti di Madonna, Vogue (piuttosto che la precedente Vague) e Sex and the City senza neppure esserne consapevoli. A Lot Of Love è il singolo perfetto, non troppo attuale per suonare datato, non troppo datato per suonare fresco. Poi capita Generation Admin e tutto si scombina: una chitarra svogliata accompagna l’intimità dello stesso Kid Chocolat. La title-track segue questa nuova via acustica con pattern cacofonici, Unbelievable ritorna sui propri passi con generatori da discoteca di una sit-com. Ma funziona lo stesso. Get You A Dream è Tangerine Dream degli anni ’90, tutto fuorchè sperimentale. Survivors assomiglia alla collaborazione tra Lou Reed e i Gorillaz di Plastic Beach, ma con meno synths. E così via. Quello che ho tralasciato rimane comunque degno di nota. Un artista così scombina i canoni musicali comuni di ogni artista. Per un compositore così è difficile tracciare un’evoluzione, dato che non c’è partigianeria da parte sua. Potrebbe benissimo continuare a scoprire gli anni ’90 o fare come Apparat e dedicarsi ai promontori acustici, ricollegarsi all’ormai conclusa stagione del revival della new wave o scrivere pop song à la Magnetic Fields: ha comunque, come si dice in questi casi, il culo parato. Maledetti svizzeri.

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Elia Billero
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