The Low Anthem @ indie-eye, la foto-intervista

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Pubblicato il 9 aprile, 2011
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Il loro disco precedente, Oh My God, Charlie Darwin, è stato uno dei casi musicali a cavallo tra il 2009 e il 2010, uno degli ultimi esempi, nell’odierno mondo iper-tecnologizzato, di album cresciuto e diffusosi con il passaparola, pian piano, senza annunci roboanti né scoop giornalistici. Qualcosa perfettamente in linea con la musica dei Low Anthem, d’altronde; il loro folk sembra infatti arrivare direttamente da un secolo fa, trascinando l’ascoltatore in luoghi lontani dall’attualità ma vicini alle radici dell’anima. Il nuovo album, Smart Flesh, è l’ottima prosecuzione del loro lavoro, un’altra serie di canzoni senza tempo, contraddistinte da un eccezionale livello di scrittura e da una cura maniacale per gli arrangiamenti, resa possibile dalle capacità strumentali di tutti e quattro i membri della band, polistrumentisti capaci di suonare qualsiasi cosa.
In occasione del loro concerto milanese alla Salumeria Della Musica abbiamo parlato un po’ con Ben Knox Miller, il cantante e chitarrista (e molto altro) del gruppo. Ecco cosa ci ha raccontato su Smart Flesh.

Benvenuto su Indie-Eye. Smart Flesh è il vostro terzo album, dopo Oh My God, Charlie Darwin. Penso che entrambi i dischi siano ottimi, perché prendono la tradizione e la portano nel presente, mantenendola forte ed attuale. Mi sembra che questa volta il vostro suono sia diventato più “spirituale”, con maggior peso dato a passaggi lievi e anche al silenzio. È una giusta interpretazione?
Sì, è corretta. Il luogo dove abbiamo registrato e le idee riguardo a come abbiamo registrato erano incentrate sul “decadimento” del suono, lasciavamo che i suoni morissero lentamente, ascoltandoli. Quindi suonavamo molto piano, perché in quella enorme stanza dove eravamo l’eco durava fino a 4 secondi, quindi suonando forte avremmo solo creato del rumore, perdendo la possibilità di ascoltare realmente l’essenza del suono. Quindi, nel nostro caso, ma anche in generale, il silenzio è stato importante tanto quanto la musica.

Per lo scorso tour e per il nuovo album avete aggiunto un nuovo membro, Mat Davidson. Cos’ha portato nella band? Qual è il suo ruolo?
Mat è un tuttofare, sa suonare praticamente tutti gli strumenti e li suona benissimo. In più suona con il cuore più che con la mente, ama perdersi nella musica, lasciarsi trasportare. Questo è un punto di vista importante per una band che probabilmente tende a pensare troppo, come capita a noi.

Hai già accennato al luogo dove avete registrato Smart Flesh, che è una fabbrica abbandonata. Questa scelta è stata dettata solo da motivi sonori o anche da altro?
Prima di tutto per il suono, ma poi abbiamo iniziato a farci prendere anche da altri aspetti del luogo. Abbiamo vissuto lì per quattro mesi, soffrendo il grande freddo, adattandoci all’oscurità perché registravamo gran parte delle take durante la notte. È veramente un luogo folle. In più mangiavamo sempre lo stesso cibo, pizza tre volte al giorno, per quattro mesi. Vivendo in questo strano luogo assieme siamo riusciti a lavorare al meglio: l’isolamento dal resto del mondo è stato importante, ci ha aiutati a scaricare al meglio le pressioni. Avevamo anche l’idea che quel luogo rappresentasse il declino, gli ultimi stadi del capitalismo. Abbiamo girato tra i vari edifici del complesso industriale, perché registravamo in uno solo di questi; in più di uno abbiamo visto ciò che è rimasto di quell’azienda, ciò che era stato lasciato lì l’ultimo giorno da chi ci lavorava e non ci sarebbe tornato il giorno dopo. Nulla è stato pulito, è rimasto tutto come allora là dentro.

Nello scorso tour avete suonato alcuni brani che poi sono finiti sull’album, come ad esempio Apothecary Love. È importante per voi testare dal vivo le nuove canzoni prima di registrarle?
Il nostro desiderio è sempre quello di iniziare a registrare le nuove canzoni subito dopo la fine del tour, perché impari qualcosa di nuovo sulle canzoni in ogni tour ed è giusto mettere tutto nero su bianco subito, per poi ripartire e pensare al futuro. È giusto suonare le canzoni prima perché spesso non hai un’idea solida su ciò che vuoi fare e puoi sorprenderti da ciò che scaturisce dal live; spesso abbiamo provato diversi arrangiamenti per una canzone, suonandola più lentamente, più forte o più veloce, poi facendola dal vivo ci siamo accorti di quale fosse il modo migliore di suonarla e di riportarla poi sull’album.

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Fabio Pozzi
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