The Misfits – The Devil’s Rain (Misfits Records, 2011)
Di: Denis Prinzio
Pubblicato il 23 novembre, 2011
In Hardcore/punk, newREC[s], News, RECensioni, RecNews |
Considerato che stiamo parlando dei Misfits, come ipotetico titolo di questa recensione ci starebbe benissimo un orrorifico “a volte ritornano”. Dalle tombe? Beh non proprio, dato che i nostri punk rockers sulla carta erano vivi e vegeti, anche se nei fatti erano più o meno otto anni che dovevano dare segni di vita. Orfani – come ben si sa, ma è sempre meglio ricordarlo – di un certo Danzig, dei disadattati originali è rimasto il solo Jerry Only, coadiuvato ora nelle operazioni da un altro reduce dell’early hardcore USA, ovvero Dez Cadena, chitarrista e cantante nei Black Flag pre-Rollins. Stiamo parlando di un gruppo che ha brillantemente ovviato ad una esigua produzione discografica creando un apparato iconografico (il Devilock, il Crimson Ghost, gli stessi caratteri della ragione sociale) che ha segnato un’intera sottocultura rock e punk, secondi forse solo agli Iron Maiden col loro Eddie. Fatte le dovute premesse, come suona The Devil’s Rain? Innanzitutto come un disco dei Misfits, è questa, considerato i tempi che corrono, è comunque una buona notizia: Only non ha snaturato il sound della band, quindi ciò che ascolterete è horror punk a tinte gotiche, tirato e melodico, con testi che si rifanno pari pari ai B-movies di genere degli anni 50 (qualche titolo? Ecco qua: Land Of The Dead, Jack The Ripper, Ghost Of Frankestein). Per chi sa di cosa stiamo parlando, non aspettatevi le sfuriate hardcore periodo Heart A.D.; di hardcore qui non c’è più traccia, il tasso melodico è salito notevolmente parallelamente ad un calo generale di velocità esecutiva e di violenza. Sarà il dazio pagato allo scorrere degli anni? Forse. Fatto sta che i difetti dell’album sono senz’altro l’eccessiva durata – 16 brani per 50 minuti di musica sono veramente troppi per un disco punk – e di conseguenza l’altalenante qualità delle composizioni fa somigliare la tracklist ad una montagna russa fatta di salite (con pezzi piatti e noiosetti come Curse of the Mummy’s Hand, Unexplained, la stessa title track) e repentine discese (le buone Vivid Red, Cold In Hell, Monkey’s Paw). Avessero eliminato un 5-6 brani, ora staremo parlando di un buon disco: invece ci tocca constatare come il ritorno dei Misfits non sia affatto adeguato all’importanza storica del gruppo, lasciando in bocca l’amaro sapore dell’occasione sprecata.
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