Edwood – Godspeed (A Cup In The Garden, 2010)

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Pubblicato il 6 ottobre, 2010
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edwood godspeedDopo la parentesi in italiano a nome Intercity gli Edwood tornano all’inglese e alle sonorità che resero il loro precedente Punk Music During The Sleep uno tra i dischi più interessanti degli scorsi anni.
Siamo dunque nuovamente dalle parti di un pop melanconico, influenzato dai grandi nomi degli anni ’80, così come dal post-rock e dall’indietronica degli ultimi due decenni, che riesce a commuovere e a creare suggestioni puntando sulla semplicità, sulla brevità dei pezzi (molti non arrivano a 3 minuti) e su suoni che sembrano già sentiti mille volte, ma che funzionano, perché calibrati perfettamente e messi al servizio di canzoni scritte come si deve.
Dieci pezzi (e una ghost track) compongono l’album, andando a tratteggiare un panorama in bianco e nero o al più dai colori tenui, che lascia spazio ad emozioni mai gridate, ma comunque espresse in modo assolutamente convincente, garbato e diretto. È così fin da Meet Someone Else, la traccia iniziale, che si dipana con un certo epos alla Broken Social Scene e inserti elettronici a disturbare il finale; più calma invece è Caravan #1, con la voce di Michele Campetti a salmodiare distante eppure così vicina su tastiere e chitarre wave impegnate in evoluzioni Cure. Happy Together è il brano più Notwist del lotto, con un’elettronica gentile ad impreziosire una melodia pressoché perfetta, mentre la successiva Milions ha la sua marcia in più negli interventi della voce di Sara Mazo (ex Scisma), impegnata nel più dreamy dei duetti con Michele; Loveless cita i My Bloody Valentine e qualcosa nel mood c’è, anche se i volumi e la disperazione degli anglo-irlandesi sono ben lontani, fermandosi dalle parti del pop-slowcore di gruppi come gli Early Day Miners, mentre Galaxies porta davvero in lande spaziali l’ascoltatore, con un synth liquido a fare da sfondo a placidi arpeggi di chitarra. Tocca poi a The Pianist ri-accelerare con un tocco di shoegaze, seguita da un ritorno a ritmi narcotici in Crocodiles, prima dei colori pastello di Miss Sunshine e del finale affidato alla title-track, onirica e bellissima, oltre che alla traccia fantasma, in duetto con Alessandra Gismondi, che dà un tocco di epica pop, come a chiudere un cerchio con il primo brano.
Un grande ritorno quindi quello degli Edwood, una delle poche band italiane davvero capaci di competere con molte delle proposte provenienti dall’estero.

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Fabio Pozzi
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