Intervista ad Alessandro Raina
Di: Gigi Mutarelli
Pubblicato il 29 novembre, 2007
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L’intervista che segue è il risultato di uno scambio di e-mail in cui abbiamo chiesto ad Alessandro Raina di parlarci di Amor Fou, nuovo progetto con cui ha da poco pubblicato “La Stagione Del Cannibale”. Non solo: facendo affidamento sui suoi molteplici interessi e sulla sua confidenza con la scrittura, abbiamo chiesto ad Alessandro di esporsi anche su argomenti che, pur partendo da questioni musicali, si allargassero su tematiche più generali e complesse. Alessandro Raina non si è tirato indietro ed è merito suo se ne è scaturita un’intervista certamente impegnativa, ma senza dubbio molto interessante. Un grazie di cuore a lui e buona lettura a voi.
Indie-Eye: Amor Fou nasce come idea nel 2006 ma si concretizza solo dopo l’incontro con queste due persone, Adele e Paolo, la cui storia fa da sfondo a “La Stagione Del Cannibale”. Sembra quasi che la band come progetto abbia preso forma intorno all’album… cos’è accaduto esattamente?
Alessandro Raina: Amor Fou è un nome che ho proposto quando ho capito che questo progetto, indipendentemente da chi è composto o sarà composto un domani, porta con sè una serie di elementi ‘congeniti’, prende una posizione precisa riguardo al fare musica e al mantenere viva una certa cultura, al raccontare il proprio tempo, ha in poche parole un’etica – prima che un’estetica – molto precisa. Non è un progetto qualunquista o nato sulla base dell’amore per la musica, ma un momento della vita artistica di alcune persone che hanno deciso di mettere in circolo delle canzoni nel tentativo di riappropriarsi di un certo modo di fare musica, di leggere il proprio periodo storico, di recuperare un certo passato. A trenta (o quarant’anni) devi avere consapevolezza di quel che fai, ci devono a mio avviso essere delle ragioni forti per pubblicare un disco. Penso debba essere così anche a vent’anni, ma se ciò non avviene alla nostra età è quasi sempre tempo sprecato. Ho usato la parola ‘amore’ perché volevo mettere al primo posto la dimensione umana. Secondo me se ne parla poco. Il lato concettuale c’è, il contorno estetico anche, i riferimenti storici idem. Ma si dice poco che questo è un disco – e di conseguenza un gruppo – che mette il proprio modo di intendere la dimensione umana delle cose (non il filtro di un’ideologia, un credo o peggio uno stile) davanti a tutto e, attraverso di essa, si rapporta a tutto quanto c’è intorno. La dimensione umana, nel disco, è mille volte più importante di quella storica, sociale o culturale. Lo voglio dire con estrema fermezza. In questo, con tutta l’umiltà possibile, ci sentiamo di aver preso il più possibile dal neorealismo e dai primi film di Jean Vigo, Godard e Truffaut. O da quelli di Sorrentino.
I-E: A proposito di storia e passato, parliamo di tempo: hai scritto che tu e Leziero avete tratto maggior impulso a comporre dopo aver letto un’intervista alla Loren del ’57. Poi c’è Piazza Fontana, la cronaca italiana e tanti altri spunti che convergono… ma sempre al passato. È così povero di fascino il presente? Cosa manca alla nostra attualità e – soprattutto – questo recupero del passato come si riallaccia al presente?
AR: Sono uscito dall’esperienza scolastica con due piccole certezze. La prima è che l’Italia sia un paese condannato al degrado culturale per la facilità con cui abbraccia il qualunquismo travestito da quieto vivere. La seconda che per un giovane la fatica è tanta se si cerca di scoprire cosa sia davvero successo di bello e di orrendo in Italia dopo la guerra. A scuola non lo dicono. O lo dicono in fretta, e male. O lo dicono in fretta, male e visto solo da sinistra. E noi pecore usciamo dai licei avendo letto l’Ossian di Alfieri, nella più beata ignoranza di Pasolini, di Pavese, di Moravia, di Elsa Morante, di Maria Luisa Spanziani, di Flaiano…nella più beata inosservanza dei fermenti sociali che un tempo davano forma ai sogni e agli incubi del quotidiano dei nostri cari, dell’Italia in cui sono stati concepiti quelli della mia generazione. Il presente non è banale ma è asfittico. Un tempo i ragazzi si facevano sedurre dalle idee, non solo dalle mode. Alcuni diventavano statisti, altri si facevano la guerra per le strade. Oggi la guerra la fanno gli ultras contro i poliziotti e ogni tanto i centrosocialini contro i poliziotti. Ma non si tratta di scontri generati da un fermento di idee bensì da degrado sociale, pigrizia e ignoranza. E a me questo modello di società non dice mai nulla, per cui cerco nel passato le ultime tracce della grandezza che l’uomo ha potenzialmente in sé. Un tempo era la società e tutto ciò che conteneva a suggerire temi agli artisti. Oggi fare l’artista come lo intendiamo noi è una cosa talmente di retroguardia, di nicchia, talmente assurda da sfiorare quasi l’idealismo. E forse la vera missione dell’arte oggi è proprio restituire bellezza o almeno poeticità a un presente degradato e sterile.
I-E: Insomma, sembrerebbe che la posta in gioco sia esclusivamente di carattere culturale e si giochi tutta sul piano estetico. Ma l’arte come momento di rottura culturale e gesto di denuncia? Non è forse che oggi gli artisti si sono un po’ adeguati alla pochezza dell’attualità? Andare a pescare nel passato recente la bellezza perduta non ha un po’ il sapore amaro della rinuncia? “Tenetela per voi, la società che non si muove…”
AR: ‘Esclusivamente di carattere culturale’ …e ti pare poco? Intendiamoci sui termini poi. L’estetica nasce per ‘ordinare’ ciascun aspetto della conoscenza che riguarda l’uso dei sensi. Quindi non esiste oggetto d’arte che non abbia una dimensione innanzitutto estetica. Sull’arte come momento di rottura sociale e denuncia stenderei un velo pietoso. Mi stai per caso dicendo “Alessandro carine le melodie, bei testi, ma chi pensa al futuro dei nostri figli?”. Io no di certo e nel caso penserei ai miei, non a quelli degli altri. Anche perché di futuro non ne hanno, e mi pare che ciò non li turbi granché. Credi davvero che sia compito degli artisti spiegare cosa sia successo nella società perché al giorno d’oggi i ragazzi si appassionano di più al grande fratello che alla lotta armata? Diciamo che oggi, se dovessi pensare a chi rivolgermi, opterei per quella la zona grigia che sta fra l’estremismo dell’idea (la lotta armata) e il qualunquismo (la cultura televisiva), una fetta di persone che sta fra i miei genitori e i miei compagni di scuola. Non parliamo di certo alle masse. Con i primi soldi della mia liquidazione mi sono comprato un trench caro come il fuoco. Che razza di denuncia potrei mai mettere in piedi io? Quella sul costo dei vestiti? La verità è che se non ti chiami De André o Sassoon o Totò qualsiasi tuo tentativo ‘denunciare’ qualcosa attraverso l’arte sarà solo un modo di mascherare i tuoi limiti creativi e decenni di stronzate nate nel segno del binomio musica/politica lo testimoniano. Al massimo la canzone -visto che di questo ci occupiamo- può riflettere la sensibilità di un artista rispetto a una serie di cose private o meno private. Ma c’è più denuncia sociale in un verso di Battisti/Mogol come ‘amico mio il paradiso non è qui’ (che parla del mito americano) che in tutta la musica politicizzata che si sia sentita dagli anni sessanta in poi. Con buona pace di chi alza ancora il pugnetto ai concerti dei Gang o lo alzava a quelli dei Franti o dei Rage Against the Machine. Altra cosa sono le possibilità espressive del cinema o della letteratura. Ma io, in Amor Fou, scrivo canzoni.
Da quando in qua poi gli artisti devono fare gli storici? Sinceramente se leggo un bel romanzo non mi preoccupo molto del fatto che si ispiri a fatti contemporanei o lontani nei secoli. E lo stesso vale per un disco o un film. Il passato recente oltretutto è quello più facilmente ignorato proprio perchè a scuola ti insegnano chi fosse Hitler ma magari non chi sia stato Rossellini. Paolo Sorrentino manderà in sala un film su Andreotti. Gli allievi di Leziero, che insegna in una scuola di musica, a stento sanno chi fosse Jimi Hendrix, però conoscono benissimo Mika. Devo proseguire? Con questa storia dello scoramento o della rinuncia mi pare che tu tenda a soffermarti troppo sulla dimensione pseudo sociale o pseudo storica della vicenda che raccontiamo, ma devo nuovamente sottolineare che innanzitutto stiamo parlando degli effetti dell’amore nella vita di due persone, e sono concetti universali, che trascendono il tempo. ‘Tenetela per voi…’ è una frase chiaramente moralista, detta da un ragazzo che esce dall’adolescenza negli anni settanta, e si sente -come tanti- pieno di belle speranze e ardori reazionari. Non che io non abbia un lato moralista ma si tratta di una frase espressa con un linguaggio palesemente ricalcato dal suo tempo, un tempo intriso di passione ideologica, e per questo – nel bene e nel male – vivo e vegeto.
I-E: In effetti ‘culturale’ non è poco anzi, forse anni fa si sarebbe detto che ‘culturale’ è tutto. Ma una volta all’interno di questo tutto c’era anche una dimensione eminentemente politica che oggi sembra dimenticata o comunque molto distante. Molti tra gli artisti che ami citare abbracciavano questa dimensione nelle loro opere e dalle tue risposte deduco che sta a cuore anche a te… però rispetto alla tua musica mi sembri chiudere su posizioni che – scusa se banalizzo – suonano un po’ come “sono solo canzonette”… perché?
AR: Ma lo sono… canzonette! Non stiamo parlando dell’Amleto o di un’opera di Donizetti che in due ore ti ricostruisce perfettamente un momento storico cruciale per poi buttarla sulla lotta cuore/ragione. Stiamo parlando per lo piu’ di brani di tre minuti che oggi vengono per lo più ascoltati in ordine casuale su quegli aggeggi orribili ed omologanti chiamati iPOD. Nel nostro caso poi è chiaro che molta cura la dedichiamo anche all’arrangiamento, alla cura del suono, al mixaggio, che non ci interessa buttare fuori dei demo cosparsi di fiorellini o maledettismi vari. Il termine cantautore è stato inventato a fine anni ’50 per definire la musica di Gianni Meccia. Sai cosa cantava Gianni Meccia ? Il Barattolo e Pissi Pissi Bau Bau. I contenuti non sono propri della forma che adottiamo in sè, ma di chi riesce (o ha la fortuna di riuscire) a comprimere dei contenuti…delle riflessioni..nei pochi minuti e nella rigida struttura di una canzone. La dimensione politica che citi era un valore di una società in cambiamento, che non è cambiata spontaneamente ma sulla base di strattoni, necessità e forze spesso contrapposte. Non a caso è stato un cambiamento sterile, che ha sciupato le sue più grandi chances in pochi decenni, appiattendosi. E ciò ti dimostra anche che molta di quella che ti appare come ‘dimensione politica’ non era altro che la perenne, irritante, spicciola faziosità degli italiani che sono e sempre saranno un paesone di guelfi e ghibellini, non una società viva e organica, e in quegli anni si facevano suggestionare dal collasso delle ideologie e dagli opposti interessi dei grandi blocchi dirigenti italiani. In questo abbiamo molto da imparare da tante altre nazioni, come la Francia, la Germania, persino l’Inghilterra, che in un modo o nell’altro hanno conservato o convertito parte della forza propulsiva degli anni ’60/70. L’Italia è un paese con una dimensione politica talmente autentica e radicata che una volta si evitò la guerra civile perché Bartali aveva vinto il giro di Francia. Ma mi faccia il piacere!
I-E: Parliamo di spazio: a leggere la tua biografia si scopre che sei nato a Soledad (Isole Falklands), hai viaggiato e vissuto tra Francia, Inghilterra e Germania. Tutto ciò ha il sapore esotico della letteratura per chi è abituato a muoversi solo per le vacanze. C’è veramente bisogno di ispirarsi alle vite degli altri? La tua storia individuale non è sufficiente fonte di ispirazione?
AR: ‘Tutto ciò ha il sapore esotico per chi è abituato a muoversi solo per le vacanze’. Appunto! Ma chi è abituato a muoversi solo per le vacanze potrebbe trovare esotico anche un succo di frutta o una discoteca! Ho viaggiato per sfuggire alla noia e per trovar me stesso, come dovrebbero fare tutti. A volte ho sconfitto la noia ma non ho mai trovato me stesso. Certamente in Italia ho conosciuto più pantofolai o amanti del viaggio ‘all inclusive’ che non persone serenamente e romanticamente abituate a muoversi, a scoprire, ad adattarsi a nuovi scenari. Le vite degli altri ispirano quando sono pittoresche o significative, e meritano di essere narrate. Non penso che una vita divenga esotica in base alla quantità dei luoghi in cui è spesa. Ti confesso infine che in ogni opera c’è un elemento autobiografico, anche se un autore non lo ammette o non lo riconosce subito.
I-E: E così torniamo a Adele e Paolo. Io l’ho definita una storia che fa da sfondo a “La Stagionde Del Cannibale”, dal momento che i contorni della loro vicenda vengono lasciati volutamente in ombra (anche se un po’ alla volta stai rivelando qualcosa sul tuo blog) non mi sembrava corretto parlare di ‘concept’… Quanto c’è di te nelle loro storie, quanto c’è di quello che avresti voluto vivere?
AR: In ogni storia c’è un elemento autobiografico. C’è sempre un filtro creativo che agisce da setaccio, e un testo è risultato dell’incontro fra la propria vita e i momenti delle vite degli altri, che ci si reinventa. Avrei certamente voluto vivere gli anni di Adele e Paolo così come avrei voluto vivere il Medioevo, l’Ellenismo, il Rinascimento o l’epoca Vittoriana.
I-E: Sia te che Cesare Malfatti venite da esperienze musicali importanti, ma anche Luca Saporiti e Leziero Rescigno hanno progetti precedenti ad Amor Fou. Come nasce una vostra canzone? Come intervengono le liriche sulla musica?
AR: Diciamo che le mie esperienze precedenti sono sicuramente le meno importanti…ma allo stesso tempo forse, insieme a Leziero – che dai tempi dei Soulmio non lavorava a un progetto che lo rappresentasse così tanto – mi sono fatto da subito un’idea precisa su cosa volessi e non volessi dire con Amor Fou. Le canzoni sono nate molto velocemente, quasi tutte composte alla chitarra e/o al piano da me e Leziero. Grazie a una ‘sceneggiatura’ chiara fin dal primo istante, i testi sono arrivati in contemporanea alla musica, senza un gran lavoro di revisione, cosa che invece mi accade con l’inglese.
I-E: Eppure i tuoi testi, senza dubbio uno dei punti di forza di “La Stagione Del Cannibale”, sembrano frutto di un grande e paziente lavoro di cesello. Dal punto di vista compositivo, ma anche su un piano più emotivo, quali sono le principali differenze che hai trovato tra le due lingue?
AR: Ti ringrazio. I testi sono realmente usciti di getto, e interpreto questa cosa semplicemente come un segno del fatto che probabilmente ho deciso di scrivere in italiano solo nel momento in cui sentivo di aver assimilato a sufficienza la dimensione poetica della nostra lingua . Ho sempre ascoltato tantissima musica italiana oltre ad avere letto prosa e poesia sin dalla tenera età e tutto quello che ti coinvolge plasma il tuo stile. Ho in mente quattro o cinque autori, come tutti, ed essendo ‘la mia prima volta’ sono curioso di continuare. L’inglese è una lingua di gomma e permette a noi stranieri di adottare svariate licenze poetiche in cui quasi tutto permesso in favore della musicalità (a scapito del senso compiuto). In italiano ‘barare’ è più difficile, in teoria dovrebbe esserci un maggiore senso di responsabilità ma alla fin fine molto fa anche il mestiere abbinato alla cultura personale, e molti artisti riescono a costruire un immaginario molto più sofisticato e seducente di quanto poi non sia il loro reale vissuto.
I-E: Penso che gli Amor Fou siano riusciti a dimostrare in maniera assolutamente credibile che è possibile un incontro tra i modelli internazionali di certo pop-rock (i nomi che si citano più spesso sono i Notwist, i Radiohead e i Blonde Redhead) e la tradizione melodica italiana. Ci sono altre band italiane attualmente che senti in linea con questa attitudine e più in generale affini alla vostra estetica?
AR: Non è carino fare dei paragoni e tutti i gruppi che amiamo ci piacciono nella loro piccola o grande unicità. Posso dire che un progetto come Amor Fou è debitore verso tanta bella musica, italiana e non, e prende ad esempio quegli artisti che, a maggior ragione in Italia, hanno saputo schivare il provincialismo e le mode perchè baciati dal talento e dal coraggio, raggiungendo anche un meritato successo di pubblico, che è parametro da non dimenticare. Senza andare troppo indietro nel tempo mi sento di citare gli Scisma, i Marlene Kuntz, gli Afterhours, i Baustelle, gli Ardecore, Riccardo Sinigallia ed altri che magari ora non ricordo.
I-E: L’underground italiano sembra che abbia vissuto in questo 2007 un eccezionale momento di fermento musicale, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Come l’hai vissuto tu? Quali ti sembrano ancora i limiti più evidenti e quali, invece, i passi avanti più sensibili?
AR: Perdonami ma non me ne sono accorto. Trovo che il 2007 si sia contraddistinto per l’esplosione del fenomeno myspace, con conseguente bombardamento di nuovi progetti di bassissima qualità artistica, perfettamente ideati e confezionati ad uso e consumo dell’utente myspace, al di là dei generi, delle influenze e della lingua adottata, veicolati grazie a paraculaggini varie ed eventuali. Qualitativamente i progetti degni di nota si contano sulle dita di una mano e questo credo sia diretta conseguenza del fatto che oggi sia scandalosamente facile pubblicare un disco e conquistarsi una microfetta di attenzione, in un’epoca in cui chiunque può, con le mosse giuste, inventarsi musicista o giornalista o promoter o pr o dj o tutte le cose insieme. Se hai le pezze al culo basta un po’ di photoshop e nessuno si risentirà del fatto che suoni tanto perché suoni gratis o che alla fine ai tuoi concerti ci sono sì e no 40 persone. L’importante è fare tante aperture, flirtare, restare giovani per sempre, far ballare la collinetta e avere tanti ascolti giornalieri no? E’ ovvio che se il consumatore non accettasse tutto questo le cose andrebbero diversamente, ma al consumatore va bene e allora musica maestro. In mezzo a tanto rumore per nulla si registrano però -grazie al cielo- anche le conferme di quei progetti che, grazie a radici solide, capacità reali e approccio sano, si distinguono ora così come svettavano quando l’underground era tale e c’erano meno scorciatoie disponibili. Penso a gente come i Giardini di Mirò, a Bruno Dorella e Gianbeppe Succi, agli Altro, a Jonathan Clancy e i suoi vari progetti, alla crescita degli A Toys Orchestra. Ne dimentico qualcuno, ma come vedi non stiamo parlando né di facce nuovissime né di decine di artisti. Per me è stato un anno emozionantissimo segnato dal ritorno sul palco, da nuovi progetti e nuovi collaboratori, dall’emozione di aprire il concerto del mio gruppo preferito (i Wilco) e ovviamente dall’esordio di quello che posso per la prima volta chiamare ‘il mio gruppo’ a tutti gli effetti.
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