Le Luci della Centrale Elettrica – Per ora noi la chiameremo felicità – tre punti di vista

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Pubblicato il 21 novembre, 2010
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Tre punti di vista sul nuovo lavoro di Vasco Brondi, curati da Gigi Mutarelli, Giulia Cavaliere e Fabio Pozzi; tutti e tre intensi e vitali, al di là delle posizioni contrastanti che essi stessi rappresentano. Potrà sembrare uno spazio a rischio esondazione, una concentrazione masturbatoria, un’ansia di esserci ad ogni costo. Al contrario, quello che ci ha spinto a lavorare in questo modo è la convinzione, apparentemente banale, che la riassunzione del punto di vista come azione critica, anche creativa, sia necessaria all’interno di un contenitore che con una certa forza utilizza gli strumenti della condivisione connettiva resistendo con un certo orgoglio allo scivolamento triviale nella forma-forum, traccia inquietante di quanto l’autoritarismo collettivo si sia sostituito in modo molto netto all’intelligenza creativa, con tutti i limiti che l’osservazione può comportare. L’invenzione critica allora dovrebbe riaffermare la propria militanza anche a partire dal gioco combinatorio, dalla messa in abisso di contenuto e guscio, dal corto-circuito di una linea editoriale di cui, francamente, non ci frega assolutamente niente. I comunicati stampa della musica di settore, soprattutto in Italia, hanno forme e confini di una recensione tradizionale; aridi o creativi, si inabissano nel gioco più facile, quello dei riferimenti impilati, del “suona come”, un lavoro necessario mutato in orientamento del linguaggio, forma che paradossalmente irrita prima di tutto gli stessi musicisti, più al sicuro con un copia e incolla fedele rispettoso del lavoro dei loro promoter, che con la possibilità che quella serie di riferimenti impilati sia improvvisamente scompaginata o magari semplicemente riscritta, come è normale quando si pensa di dover introdurre un elemento di vita in un gioco di carte dal ritmo mortalmente univoco. Se la critica non è più in grado di precorrere i tempi, prevedere i suoni, indicare Godardianamente (sorry, preferisco le verifiche incerte alle scorciatoie populiste, ai proclami fascisti, genderizzati, artificiosi e disonesti degli emuli di Hunter Stockton Thompson) spaccature e ferite aprendosi all’imperfezione delle soggettive; la musica prodotta in Italia, soprattutto in un ambito che dovrebbe ancora essere un regno di “possibilità”, vive la stessa cancrena rivelandosi già enciclopedica, vecchia, strangolata in forme replicanti, difesa e resa impenetrabile da un’ansia di protezione del proprio ambito e con un movimento opposto, dalla voglia di superare quello spazio angusto, verso una collocazione più visibile, un desiderio maistream fuori luogo, considerati spazi e flessione del mercato, tutto. E’ una posizione che si traduce in uno scacco del linguaggio, per tutti (musicisti e critici) a meno di non equivocare per linguaggio piccole, piccolissime specificità di settore dall’incidenza più che altro collezionistica, speculativa, provinciale. E’ anche a partire da questo appiattimento in una monade che può solo rivendicare le proprie colte radici (solo quelle, non smuovono una foglia, al limite qualche discussioncella su facebook) che il punto di vista non dovrebbe essere una pistola puntata contro qualcuno ma un fucile puntato contro tutti; una dinamica sferzante, anti-ecumenica, viva, individualista, feroce e allo stesso tempo fieramente vulnerabile, infestata da aperture che ci permetta di dire senza reticenze, livore o genuflessioni quanto la musica e le parole di Vasco Brondi siano lontane o vicine dalla nostra realtà, e quanto le nostre non siano ne migliori ne peggiori delle sue, nel tentativo di intepretare i miraggi del reale.

Bisogna decidere da che parte stare: con o contro di lui. Perché? Per diverse ragioni, credo. Le meno interessanti sono tutte riconducibili all’autoreferenzialità dell’underground italiano, altre meritano invece di essere sottolineate. La prima che abbozzo in forma di ipotesi è che Vasco Brondi è le sue canzoni, senza filtri e senza mediazioni; la distanza tra l’opera e il suo autore è minima, la sua musica è lui, nudo, senza metafore a fare da foglia di fico. [....] Di sOUNDVERITE’ // Leggi la recensione completa.

Ma di chi parla veramente Vasco Brondi? Lui sostiene, smentendo i critici, di non parlare di tutti noi, afferma di non avere nulla a che fare con chi dà voce a tutti, con chi definisce un tempo e allora si fa subito ancora più pesante, quest’eccesso di autobiografismo al plurale. Tuttavia, è innegabile, Brondi una generazione la canta: canta la generazione degli status, canta il nuovo sms pubblico con i suoi continui e infine insopportabili giochi di parole da 160 caratteri. [....] Di Giulia Cavaliere // leggi la recensione completa.

Dove la grande scuola cantautorale italiana infatti analizzava la società e le nostre anime con dovizia di particolari, Vasco Brondi procedeva con pennellate naif, accompagnate da suoni altrettanto naif, con l’incoscienza giovanile che dal ’77 in poi è tornata ciclicamente a farsi sentire. E lo faceva in un modo unico e nuovo, al di là delle influenze più o meno chiare presenti, prendendosi sul serio ma fino a un certo punto [....] Di Fabio Pozzi // Leggi la recensione completa.

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Michele Faggi
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