Sholi – (Quarterstick- Touch & Go – 2009)
Di: Gigi Mutarelli
Pubblicato il 18 febbraio, 2009
In Allaboutnoise, Experimental, Indie, Pop, RECensioni, Weekly REC |
Un suono scarno fatto di chitarre spigolose e fughe percussive, rallentamenti alla codeina e accelerazioni improvvise, aperture melodiche e evoluzioni matematiche. Prima bella sorpresa del 2009, fa piacere che questo esordio sulla lunga distanza di Sholi venga pubblicato dalla Quarterstick-Touch&Go: chi mai potrebbe più legittimamente riproporre nel 2009 i suoni che resero grande l’etichetta di Chicago con formazioni come Tar e June Of 44? Una stagione un po’ dimenticata o quantomeno archiviata troppo in fretta, quella che alla metà degli anni ’90 aveva messo felicemente insieme le istanze post-rock con le suggestioni noise e le geometrie del post-hardcore targato washington dc. Tuttavia, saggiamente i tre ragazzi californiani non si limitano a una sia pur riuscita operazione nostalgia ma, una volta assimilata la lezione di cui sopra, si divertono a riproporla in un contesto assolutamente ‘attuale’, mettendo in primo piano un’attitudine alla melodia di spiccata matrice folk-rock, con un certo gusto per arrangiamenti essenziali e strutture imprevedibili, non esenti da divagazioni corali e dilatazioni weird. A fare da raccordo tra tutti questi elementi è la voce calda e sottile di Payam Bavafa, il cui timbro a metà strada tra Geoff Farina e Rob Crow si dimostra a suo agio sia nell’assumere toni suadenti che quando si tratta di graffiare. Lo spessore del progetto si rivela già al primo brano ‘All That We Can See’, apertura che lascia con un un unico estatico dubbio: saranno in grado di tenere simile intensità per tutta la durata dell’album? La mia risposta è sì. Ed è una risposta gridata, che non riesce a trattenere l’entusiasmo. Anzi, in alcune occasioni si superano addirittura, come nella dolorosa bellezza di ‘November Through June’ e nella liquida marzialità di ‘Contorsionist’. Non c’è consolazione senza distorsione nè melodia senza rabbia: ciò che rende questo album qualcosa di molto di più di un debutto promettente. Ha visto bene Greg Saunier dei Deerhoof che ha creduto nelle possibilità di Sholi fin dall’inizio, seguendo passo dopo passo la lavorazione dell’album e curandone la registrazione. Forse un giorno saranno famosi, ma grandi lo sono già. Imperdibile.
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