La crisi della cultura assistita

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Pubblicato il 14 gennaio, 2012
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Tutta l’arte è rappresentazione di stato. E’ statale. E’ uno stato che si assiste. Fin troppo. Sennò alla mediocrità chi ci pensa” (Carmelo Bene)

[ foto di copertina, L'amour a mort, di Alain Resnais - Francia 1984)

E' un parto difficile quello di chi si vede togliere d'improvviso un'assistenza che ha sempre percepito come naturale; così difficile da far apparire come straordinario ed emergenziale il sostegno di una comunità che si stringe attorno ad un progetto, un'opera dell'ingegno, un film, un teatro, una rivista.

Emergenza, certamente, ma preferirei fosse ordinaria, un'abitudine a fecondare i propri progetti e quelli in cui si crede senza doversi sentire tutte le volte afflitti da una malattia terminale perchè ci si è affidati per troppo tempo alle cure di una madre ingombrante, il cui latte comincia a scarseggiare.

Alla fine, la crisi della cultura assistita potrebbe mostrare un volto non così terribile, nel forzare nuovi criteri di sostenibilità; chi questi criteri (nel bene e nel male) li ha già sperimentati, sta probabilmente vivendo questo passaggio con meno isteria e forse, più dignità.

Marco Parente, artista tra i più sensibili e colti del nostro paese, in un recente intervento pubblicato sul suo profilo Facebook ufficiale a sostegno del Teatro Coppola, ovvero il teatro dei cittadini di Catania, riappropriazione consapevole di uno spazio abbandonato dall'assistenza (diritto per pochi, evidentemente), ha avuto modo di esprimere alcune idee che ci stanno molto a cuore e che riportiamo all'interno di questo spazio:

"Mi son più volte chiesto, prima da spettatore e poi da protagonista, quali fossero le relazioni tra Stato e Arte. Per quanto mi sforzassi di cercarne dei nessi, proprio non riuscivo a giustificare questa oscura connivenza. Ma poi riflettendo meglio e soprattutto più maliziosamente, una e una sola motivazione l'ho trovata, seppur non sana: niente più del pensiero che ci porta a riflettere prima e a prenderne coscienza dopo, spaventa tanto chi detiene e amministra il “potere”, sia esso una dittatura o una democrazia. Diventa così facilmente comprensibile, ma già mai condivisibile (anzi deprecabile), l'interesse dello Stato nel voler controllare e dover presenziare a ogni movimento della cultura. E lo fa col solito becero baratto/ricatto morale dell' Elemosina Assistenziale, che peraltro nessuno gli ha mai chiesto, se non coloro i quali, per sopperire alla mancanza di talento hanno ben pensato: da una parte di speculare sulle parole di aria montata (la cosiddetta critica) e dall'altra di portare la povera cultura a una livello tale di mediocrità da privare il pubblico persino della capacità di distinguere il buono dal cattivo gusto, i giustamente detti “parvenus”.

Mentre lo stato sta togliendo percentuali importanti di finanziamento all'editoria, molte realtà che da quei fondi d'assistenza non hanno mai tratto alcun vantaggio, continuano ad andare avanti, con o senza l'ordinario sostegno della comunità che li vuole ancora in vita.

Risorse:

Il fatto quotidiano sui finanziamenti all'editoria erogati nel 2010

Contributi erogati alla stampa per l'anno 2009 (e percepiti nel 2010) include i dati relativi a quotidiani editi da Cooperative di Giornalisti come Manifesto, Avanti, Italia Sera, Corriere Mercantile, La Voce e altri ; Periodici editi da cooperative di giornalisti come Mucchio Selvaggio, Jam, Chitarre, Famiglia Cristiana, Next Exit, Noi Donne e altri, testate organi di partito con rappresentanza in parlamento, come L'Unità, La Padania etc; quotidiani di imprese editrici come Avvenire, Italia Oggi, Corriere di Como; quotidiani editi e diffusi all'estero, come per esempio America oggi, Gente d'Italia ; quotidiani delle regioni autonome come Dolomiten; quotidiani di enti morali senza scopo di lucro come Nigrizia, Civiltà Cattolica, il nuovo rinascimento.

Carmelo Bene sulla cultura assistita

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Michele Faggi
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