Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

La Danza tra liberazione e schiavitù nel documentario di Steven Cantor dedicato al ballerino ucraino Sergei Polunin. In sala dal 30 gennaio grazie a Wanted Cinema. La recensione 

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Sergei Polunin, a dispetto della sua fama planetaria, rientra perfettamente nella galleria di quelle figure “sul bordo” inseguite e ricercate da Steven Cantor. Come Sally Mann e i giovani Amish avvicinati da Lucy Walker, la formazione del giovane ballerino ucraino è in costante contrasto con l’establishment che ne corona il successo, tanto da far coincidere la forza creativa con un indomabile propellente vitalistico e allo stesso tempo autodistruttivo.

Dall’infanzia all’ingresso nella Royal Ballet School di Londra, fino all’occupazione del nuovo immaginario “liquido” con il video diretto da David LaChapelle realizzato a partire da “Take Me to Church” di Hozier, Canter costruisce un ritratto di intensa intimità attraverso materiali di repertorio inediti, memorie e filmati famigliari e un found footage che rintraccia e persegue ostinatamente l’elegia attraverso la realtà filtrata dagli home movies.

La danza viene raccontata come se fosse un incidente di percorso, sin dal primo ingresso verso il palcoscenico montato sulle note di Iron Man dei Black Sabbath, descrizione di una creatura transitoria, tra la vita e la morte, la caduta e l’ascesa, il potere e l’oblio.
Tra la fama sopraggiunta successivamente e il rifiuto, emerge quest’ultimo dalle parole di Polunin, perché sono proprio le scelte obbligate e quel senso del sacrificio come necessità di sopravvivenza che entrano irrimediabilmente in contrasto con le spinte più positive dell’ambizione.

Cresciuto nell’Ucraina poverissima dei ’90, Sergei studia e si forma grazie al lavoro del padre come giardiniere in Portogallo e quello della nonna trasferitasi in Grecia per fare la badante. Sarà la madre a rimanere con la giovane promessa. Proprio dalle testimonianze famigliari comprendiamo questa strana commistione tra orgoglio, determinazione e risentimento; il ritratto di un nucleo devastato che ha scommesso tutto sul giovane Sergei e che anima in modo invisibile lo stesso atto del danzare.

Di fronte al divorzio dei genitori questa energia si spezza, rivelando le caratteristiche di un maleficio.
L’ambizione allora si sfalda e prende forma un disfattismo inesorabile. Mentre Cantor accumula immagini della memoria, le parole di Polunin sono quelle di una mente che cancella, nel desiderio di rimuovere tutto, sopratutto il ricordo e l’idea di legame.
Questo senso di liberazione e di schiavitù è lo stesso che Polunin descrive quando relaziona il corpo alla dimensione della danza.

Ed  è proprio nella definizione di queste due forze opposte che prendono vita le immagini messe insieme da Cantor, in un vitale e irrisolto tour de force tra verità e falsificazione. Non ci riferiamo solamente ai frammenti più evidentemente sopra le righe, come il costante ricorso a droghe e le anfetamine liquide consumate durante la già citata scena che utilizza il brano dei Sabbath come sfondo epico.

Cantor sembra servirsi del contrasto fortissimo tra quello che vediamo e il discorso emerso dai frammenti, anche all’interno di un unico segmento.
I sedici milioni di visite su youtube per il video di “Take me to church” definiscono la possibile rinascita di un’artista a partire dalle contraddizioni della società liquida e dal modo in cui questa riconfigura la realtà identitaria.
Da una parte il lavoro meticoloso di raccolta e “ascolto” del materiale documentale in una ricognizione impietosa della trasfomazione socioeconomica subita dai paesi dell’ex Unione Sovietica, sbilanciati tra improvvisa libertà e mancanza di mezzi e risorse, dall’altra l’emersione di una società tecno-globale che sembra definire la nuova collocazione del desiderio, non senza conseguenze inquietanti.

La grande Storia filtra quindi attraverso i racconti della famiglia Polunin, per poi venire a poco poco disintegrata dal distacco di Sergei, senso di colpa che diventa sollievo e che ritrova se stesso e la natura del proprio talento in un simulacro con sedici milioni di visualizzazioni.

Michele Faggi

Michele Faggiè un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi
Michele Faggi

Steven Cantor
Dancer
Gran Bretagna, Russia, Ucraina, USA - 2016

Con Sergei Polunin
Durata 85 min