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Matteo Garrone immerge lo spettatore dentro una dimensione alienata. Gli ambienti catturati dalla macchina da presa potrebbero essere quelli di cinquant'anni fa, o di un futuro post-apocalittico. Invece il tempo della storia è quello dei giorni nostri. Dogman ha dentro un morbo che contagia a livello sensoriale prima che visivo, alimentandosi dei propri fuori-campo. L’opera di Garrone ci parla della paura e dell’attesa, ma anche dell’estasi e dell’eccitazione, con un'irruenza che oltrepassa i generi. 

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Marcello (Marcello Fonte) vorrebbe una vita tranquilla, stravede per la figlia ma ha un rapporto di sudditanza con Simoncino (Edoardo Pesce), ex-pugile prepotente che terrorizza tutto il quartiere. Nei suoi confronti, Marcello ha un rapporto di totale dipendenza, ma dopo l’ennesima sopraffazione decide di vendicarsi.

In Dogman, la storia realmente accaduta di Pietro De Negri, soprannominato il “Canaro della Magliana” che il 15 febbraio del 1988 aveva torturato e ucciso l’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci, conta solo come spunto narrativo. Matteo Garrone immerge lo spettatore dentro una dimensione alienata. L’insegna accesa del salone di toelettatura per cani diventa immagine ricorrente, rifugio e trappola, punto nodale di una periferia sospesa tra natura e degrado.

Gli ambienti catturati dalla macchina da presa potrebbero essere quelli di cinquant’anni fa, o di un futuro post-apocalittico. Invece il tempo della storia è quello dei giorni nostri. Un ambiente al limite del surreale, dove le vite di Marcello e Simoncino si incontrano per ferirsi. Il primo ama il proprio lavoro e la figlioletta Alida, ma tentato da una pericolosa attrazione per la criminalità. La sua minuta piazza di spaccio attira, tra gli altri, un pazzo energumeno che terrorizza a suon di testate e cazzotti il quartiere.

Il Marcello di Garrone porta con sé le tracce di Pinocchio, il progetto a cui stava lavorando il regista prima di girare Dogman. In lui sembrano convivere le ossessioni del protagonista di Reality coi desideri morbosi di Peppino ne L’imbalsamatore. Il paesaggio, con le sue tinte urbane e crepuscolari, richiama Gomorra, mentre la fotografia di Nikolaj Bruel, alla prima collaborazione cinematografica col regista italiano, vibra di grigi inquietanti e costantemente minacciosi.

Dogman ha dentro un morbo che contagia a livello sensoriale prima che visivo, alimentandosi dei propri fuori-campo. I rumori delle auto della polizia nella scena dell’arresto, soprattutto quello della moto rosso fiammante di Simoncino che rimbomba per tutto il quartiere, creano un realismo astratto, sfuggente e ammaliante. L’opera di Garrone ci parla della paura e dell’attesa, ma anche dell’estasi e dell’eccitazione. Il rapporto tra Simoncino e Marcello si avverte nelle gestualità, negli sguardi, negli scatti d’ira incontrollati. Rappresentare la paura con questa irruenza è qualcosa che oltrepassa i generi. Con le strade piene di pozzanghere, dove c’è quasi sempre la pioggia, dove la vendetta non è calcolata ma arriva d’istinto, in un cinema stavolta davvero immediato.

Film essenziale, tanto fiabesco quanto irreale, Dogman non ha nulla a che vedere con la riproposizione degli eventi reali, ma segue percorsi indipendenti, autoriali e profondamente intimi.

Ennesima prova di Garrone come maestro nel trasformare gli interpreti in assoluti fuoriclasse, in un film che vive delle magistrali prove dell’intero cast artistico, dalla malvagia deformità di Edoardo Pesce al potenziale comico di Fonte, che si atteggia in più di un’occasione a mimo spettrale.

Non è la storia del “Canaro” ma quella di Marcello. Una storia di umanità e bestialità, di poderosa violenza psicologica oltre che fisica. Di carne, sentimenti puri e volti che segnano lo schermo.
La lotta per la sopravvivenza non ammette compassione e tenerezza. Il mancato riscatto e la conseguente vendetta messa in atto da Marcello rappresentano la decadenza delle sue qualità morali, frastornato dall’indifferenza altrui e da un silenzio assordante. Gli ultimi secondi del film sono la sintesi beffarda di un’umanità confusa, rassegnata a convertirsi in una ferocia bestiale, per un finale travolgente che lascia i segni addosso.

Matteo Garrone
Dogman
Italia - 2018

Con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Alida Baldari Calabria, Gianluca Gobbi
Durata 120 min

 

Giuseppe Salzano

Giuseppe Salzano

Giuseppe Salzano studia Filosofia e ama la Letteratura, ma la sua grande passione è il Cinema ed ogni altra cosa che sia arte audiovisiva