Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Dal giovedì 21 febbraio è in programmazione in alcune sale selezionate LAND, diretto dal regista Iraniano Babak Jalali, con Rod Rondeaux, Florence Klein e Wilma Pelly. Il film che rivendica la dignità culturale dei nativi americani, presentato con successo nel 2018 nella sezione Panorama della Berlinale e al Torino Film Festival, è distribuito da Asmara Films. La nostra recensione 

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Sorprende ed emoziona lo sguardo con cui il regista iraniano Babak Jalali osserva la quotidianità dei nativi Sioux della riserva indiana di Praire: commosso e lucido, teso verso il significato, partecipe di una frontalità senza estetismi che non si ferma alla rappresentazione sociale e sfocia invece nell’interrogativo esistenziale. Land è infatti più di una confezione cinematografica infiocchettata da un afflato documentaristico, è l’effetto di un interesse specifico, il risultato di una ricerca etnografica attraversata dalla poetica dell’immagine. Un gesto narrativo interessato a un nulla apparente, composto da una serie di fotografie in cui il protagonista è un susseguirsi di giorni in cui la vita è un rumore di sottofondo e la fatica, l’inerzia, sembra essere la legge dell’esistenza. Un passaggio riflessivo all’interno della realtà di una famiglia contratta nell’indifferenza e nell’abitudine, dispiegato con una durezza espositiva lontana dai facili poetismi e aderente a un obiettivo espressivo preciso.

Trasmettere l’emotività di questi sconfitti tristi, indicare la fine del loro cammino, segnare il punto terminale della loro epica: è questa l’azione di Jalali, il contributo narrativo teso e dispiegato per cogliere un’entità reale, una regione remota di significato, una forma di storia trasformatasi in fatto del contemporaneo, accolto con naturalezza malgrado la sua incomprensibilità e incorniciato da una devastazione psicologica e una desolazione spirituale invalicabili. Land fotografa gli organi di cattività in possesso di una famiglia prima prigioniera dell’accettazione e poi liberata nell’espressione del lutto, facendo i conti con le conseguenze di una repentina presa di coscienza, di una risemantizzazione importante sintetizzata dall’uso dell’immagine. Sono lontanissimi i tempi sociali in cui la cinematografia western sintetizzava gli indiani in una panoramica a schiaffo per rivelarne la incombente pericolosità, la terrorizzante potenza.

Il montaggio interno di Land, unica soluzione formale del film, lo suggerisce in segreto: la verità su questi individui arginati dal progresso americano è sfumatura interiore interpretabile solo attraverso la continuità del long take. Nella sorda ripresa dei corpi degli indiani sioux l’inquadratura è infatti al servizio di un pensiero sociale e politico, cerca di porsi domande sulla questione, allontana le facilonerie, non prende le parti ma in qualche modo si fa voce emozionata, coinvolta, partecipe del dolore accumulato dai protagonisti, dai membri del reale ripreso e inscatolato in una produzione. Emerge così durante la visione la sensazione di assistere a uno sforzo valido e autentico, formalmente regolamentato da una necessità comunicativa e narrativamente esaltato da una comprensione del dolore intuitiva e profonda. Difficile assistere ad immagini così lontane da qualsiasi sentore artificioso o da intenzione preconfezionata e invece così ispirate nella loro semplicità, nella loro umile proporzione rispetto all’entità del dramma.

Babak Jalali
Land
Italia, messico, francia, paesi bassi - 2018

Con Rod Rondeaux, James Coleman (II), Michele Melega, Florence C.M. Klein, Wilma Pelly Georgina Lightning, Antonia Steinberg, Andrew J Katers, Griffin Burns, Mark Mahoney, Thomas R. Baker
Durata 111 min
Titolo originale Land

 

Leonardo Strano

Leonardo Strano

Leonardo Strano studia Filosofia e scrive di cinema e serie tv. Il suo primo film è stato "Spirit - Cavallo Selvaggio", ama il jazz, la pizza e il cinema noir e deve smetterla di parlare in terza persona