lunedì, Gennaio 25, 2021

Lucky, l’ultima interpretazione di Harry Dean Stanton nel film di John Carroll Lynch: la recensione

Un uomo si alza dal letto, si accende una sigaretta e ascoltando musica da una vecchia radio, si prepara per uscire di casa. Non prima di aver onorato la routine quotidiana: un bicchiere di latte (unico contenuto del suo frigo), qualche esercizio di yoga, rasatura e pettinatura, il tutto tra un tiro di sigaretta e l’altro. Quindi, dopo aver indossato stivali, camicia e cappello da cowboy, Lucky è pronto per affrontare la (solita) giornata.

Certo la quotidianità non suona poi così semplice quando si è arrivati alla veneranda età di Lucky: novant’anni peserebbero sulle spalle di chiunque. Gli stessi anni che in effetti scavano il volto dell’interprete di questo personaggio, Harry Dean Stanton, il grande attore del Kentucky scomparso nel 2017: questa è la sua ultima interpretazione.

Quello di Stanton è un volto difficile da dimenticare, il volto scarno di un attore d’altri tempi in grado di bucare lo schermo con una presenza scenica particolare, che ha affascinato registi come Wim Wenders e David Lynch, che lo ha voluto nel suo Twin Peaks. Stanton ha attraversato la storia del cinema americano dagli anni 60 ad oggi, partecipando a celebri produzioni (Il Padrino, Alien) e assieme ad un buon numero di film cult (Repo Man, Paura e delirio a Las Vegas), mentre resta leggendaria la sua commovente interpretazione nel capolavoro di Wenders, Paris, Texas.

In Lucky, primo film di John Carroll Lynch (volto noto del cinema americano contemporaneo), l’anziano attore è unico protagonista di una pellicola che ruota tutta intorno a lui, instaurando un discorso cinematografico sui generis, in cui delicatezza e cinismo si sposano alla perfezione legati assieme dal realismo spiazzante di una storia colta forse nel momento della fine.

Sullo sfondo di un monotono scenario della provincia californiana dominato dalla presenza di un pittoresco diner, punto d’incontro di una interessante e bizzarra combriccola di personaggi (su tutti quello di Howard interpretato da David Lynch, un uomo disperato perché abbandonato dalla sua tartaruga di compagnia), Harry Dean Stanton interpreta una sorta di versione deformata del reale se stesso, caricando di autenticità un personaggio già di per sé assolutamente credibile: un vecchio ateo, sprezzante, burbero e testardo, ma non privo di un lato tenero.

Un vecchio che pure gode di buona salute, nonostante il costante uso di alcol e tabacco: Lucky è un caso paradossale o come dice il suo medico durante una visita di controllo, “una combinazione di fortuna genetica e di fottuta resistenza”. Il regista ricava così da gesti e discorsi di questo personaggio una suggestiva riflessione sulla vecchiaia, commentata dal punto di vista di un uomo apparentemente già pronto al congedo.

Destino ha in effetti voluto che Lucky diventasse il canto del cigno di Harry Dean Stanton; guardare il film con questa consapevolezza dà tutto un altro spessore ad una storia di per sé semplice, ma densa delle complessità di un rapporto, quello cioè tra l’uomo e la morte, che torna in primo piano ogniqualvolta lo sguardo del nostro protagonista rivela un momento di riflessione.

Da parte sua, la regia di John Carroll Lynch indugia con attenzione sui dettagli di una quotidianità ripetitiva, esaltando il senso di stanchezza del protagonista e dilatando di conseguenza i tempi narrativi: ma il risultato non è un racconto dai ritmi pesanti o dall’aspetto banale, quanto piuttosto una sorta di apologia della lentezza, evocata sin dai primi fotogrammi dalla presenza della tartaruga (l’animaletto di Lynch).

Ci si limita a ricordare la sua caratteristica più ovvia, la lentezza appunto, ma come osserva Lynch, la creatura merita rispetto in quanto porta per tutta la vita un peso sulle spalle, casa e al tempo stesso bara sotto la quale è destinata a morire. Anche le tartarughe dunque diventano efficaci simboli di morte nel film; come pure il deserto, con il quale Lucky instaura un intimo e silenzioso dialogo, lo stesso che in effetti sembrava avere luogo tra i paesaggi desolati del Texas e il Travis protagonista del film di Wenders.

Allora, come qui, emerge il grande talento dell’Harry Dean Stanton attore nel rappresentare il sentimento dell’alienazione, indossando la maschera della solitudine ma, infine, sforzandosi di ricavarne un sorriso, che in questa sua ultima interpretazione resta a lungo impresso nella memoria dello spettatore.

Michele Bellantuono
Veronese classe '91, laureato in Filologia moderna e studioso di cinema autodidatta, svolge da alcuni anni attività di critica cinematografica per realtà online. Ha un occhio di riguardo per il cinema di genere e dell'estremo oriente

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