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La nuova versione di Pet Sematary è lo zombie di se stesso. Colpevole di una razionalizzazione narrativa incapace di cogliere la natura strabordante e inesprimibile del mistero del niente mortale che tocca l’umano e lo sconvolge. 

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Pet Sematary: dopo il classico di Mary Lambert, Kevin Kölsch e Dennis Widmyer ci riprovano ad adattare il noto romanzo di Stephen King

Scegliendo di aprirsi alla visione con un epilogo in flashforward Pet Sematary segna già dall’inizio del proprio racconto la frase di chiusura della propria prosa e quindi la direzione della propria proposta concettuale. Per questo motivo tutto quanto nella sua costruzione horror – tratta dall’omonimo romanzo scritto da Stephen King– è enunciato e dichiarato fin dall’inizio: il suo progetto è già svelato nell’intenzione e già scoperto nel gioco tematico. È una scelta strutturale determinante che provoca una disparità tra il sapere extra diegetico e il sapere diegetico e a un tempo quindi un allontanamento empatico dalle vicende raccontate. La storia tragica del trasferimento della famiglia Creed infatti vorrebbe divellere i cardini emotivi in un crescendo orrorifico, estendendosi oltre lo schermo grazie alla spinta di temi universali, ma è chiusa in un circuito di cui si sa già tutto e di cui quindi non si ha paura. L’unico terrore possibile per il film è quello del jumpscare per teenager, dello spavento fisico, perché è l’unico momento in cui gli spettatori ne sanno quanto i personaggi.

A causa della sua piena enunciazione il film diretto da Kolsh e Widmyer non possiede il brivido metafisico che fa sobbalzare la certezza razionale: la visione non partecipata del mistero ignoto che coinvolge i personaggi è infatti depotenziata della vibrazione emozionale e cerebrale.

Ne è controprova il movimento involutivo dell’arco tematico, in potenza dotato di una tensione, nella realtà del dispiegamento finzionale appiattito in una narrazione bidimensionale dimentica del proprio precipitato teorico. Il racconto dell’emersione dell’identità psicologica di una famiglia a contatto con una realtà naturale pregna di alterità esistenziale infatti non è banalizzato dalla struttura di genere, che metaforizza in un racconto simbolico tutti gli snodi tematici. Tuttavia, in questa storia incentrata sulla continua sottovalutazione del rimosso privato, sulla razionalizzazione della morte e della sua paura, sul conseguente cedimento di fronte alla realtà fisica della morte (presente come lutto indimenticabile) e in seguito al desiderio della reversibilità della stessa (l’incapacità di superare le proprie colpe), tutte le premesse sono strozzate da una messa in scena che per i motivi strutturali sopra elencati non può e non vuole attualizzare le potenzialità presenti nel corpo del film.

La sua rappresentazione amplifica la conoscenza dello spettatore e non lo avvicina ai dubbi esistenziali dei personaggi: sceglie di esplorare l’ambiente domestico non per tematizzarlo ma per nascondere i pericoli tra gli angoli e preferisce l’informazione continua all’intervento misterico. Non si interroga inoltre su grandi quesiti rilanciandoli attraverso altre domande, ma comunica la possibilità di poter maneggiare una metafisica della natura incomprensibile e terribile per definizione, abbandonandosi a un rispondere automatico affastellato, al fine del ricongiungimento (solo narrativo) con la fine anticipata all’inizio. Questo cerchio autoimposto chiude il film in se stesso e nella propria narrazione autoesplicativa e priva di mistero. Le ultime immagini, risultato di questo circuito viziato, sono vuote di senso perché pensano di possederne l’intera estensione e allo stesso tempo sono piene di senso perché si accontentano del loro limite espressivo. Il film risulta essere lo zombie di se stesso, inconsapevole della propria morte, colpevole di una razionalizzazione narrativa incapace di cogliere la natura strabordante e inesprimibile del mistero del niente mortale che tocca l’umano e lo sconvolge.

Kevin Kölsch, Dennis Widmyer
Pet Sematary
USA - 2019

Con Jason Clarke, Amy Seimetz, Jeté Laurence, Hugo Lavoie, Lucas Lavoie, John Lithgow, Obssa Ahmed, Naomi Frenette, Alyssa Brooke Levine
Durata 101 min

 

Leonardo Strano

Leonardo Strano

Leonardo Strano studia Filosofia e scrive di cinema e serie tv. Il suo primo film è stato "Spirit - Cavallo Selvaggio", ama il jazz, la pizza e il cinema noir e deve smetterla di parlare in terza persona