Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

"Una famiglia" è vittima di una programmaticità estrema e artificiale e sceglie un registro unico, fosco, maledetto, disperato e disturbante per calcolo, non certo per attitudine. Da domani nelle sale italiane 

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La famiglia, nella sua dimensione più estrema, sui bordi e fuori dalle convenzioni, di nuovo al centro del cinema di Sebastiano Riso. Vincent (Patrcik Bruel) è un francese di cinquant’anni, vive con Maria (Micaela Ramazzotti), più giovane di quindici anni, cresciuta ad Ostia e lontana dalla famiglia. In un appartamento suburbano di Roma conducono una vita isolata, totalmente separata dal mondo, quasi fuggissero da una serie di vite precedenti.

Una famiglia” comincia in medias res senza raccontarci i dettagli del contesto sociale in cui vivono Maria e Vincent ed elaborando alcune sensazioni intorno ad una coppia che non riesce a trovare sintonia sulla possibilità di avere un figlio. Una perdita gravissima sembra affliggere Maria, sin dal primo momento in cui li vediamo stanchi e abbracciati su un vagone della metropolitana. I suoi tentativi di stabilire un contatto con l’esterno vengono impediti da Vincent e persino la possibilità di ricorrere a metodi contraccettivi è una scelta complessa da affrontare in gran segreto.

Maria è prigioniera, le è impedito di uscire, di prendere contatti con l’esterno, di spendere denaro, di vivere una vita piena, di scegliere una via sicura e condivisa per la sua maternità.
Quello che Sebastiano Riso mette in scena non è semplicemente l’incubo di un non amore, quanto la dipendenza come unico motore affettivo che coinvolge tutti quanti, nessuno escluso.

Il dramma famigliare comincia ad occupare i confini di uno più vasto e di proporzioni sociali. Vincent vive vendendo i figli sgravati da Maria, contenitore da riempire e svuotare che consente alla loro economia di non subire una battuta d’arresto.

Quando comprendiamo le proprorzioni del dramma affrontato da Maria, le persone che determinano la sua vita, tra i clienti del suo utero e i faccendieri con cui Vincent organizza il traffico, si manifestano come parte di un meccanismo che individua nell’abuso l’unica possibilità di sopravvivenza, economica ed emotiva.

Sebastiano Riso si inventa un incubo notturno esplicitamente feroce, basandosi su alcuni fatti di cronaca e sulle ricerche condotte intorno al traffico dei bambini, grazie alla consulenza del procuratore Raffaella Capasso.
Al di là dello sfondo sociale, le intenzioni di Riso sembrano quelle di mantenere una “giusta” distanza dai suoi personaggi, senza rischiare lo sguardo morale.

Ma è proprio questa paura tipica di certo cinema italiano a non consentirgli di spingersi oltre la superficie didascalica, a tratti grossolanamente sollecitata, come nell’episodio che coinvolge i due omosessuali colti e benestanti con il desiderio di maternità.

Allo stesso tempo, il lungo piano sequenza che vorrebbe contestualizzare la periferia che  include le vite di Vincent e Maria come se fosse un ventre, quasi come nel primo Scimeca, quello de “La Donzelletta”, si arena entro una simmetria troppo descrittiva, incapace di liberare lo sguardo oltre la calligrafia e la forma.

Rispetto alla commistione di stili che caratterizzava “Più buio di mezzanotte”, l’esordio dietro la macchina da presa del regista catanese, “Una famiglia” è vittima di una programmaticità estrema e artificiale e sceglie un registro unico, fosco, maledetto, disperato e disturbante per calcolo, non certo per attitudine. 

Michele Faggi

Michele Faggiè un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi
Michele Faggi

Sebastiano Riso
Una Famiglia
Italia - 2017

Con Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel, Pippo Delbono, Fortunato Cerlino, Marco Leonardi
Durata 119 min