giovedì, Settembre 24, 2020

Una nuova amica di François Ozon: la recensione

Sgombriamo immediatamente il campo da qualsiasi suggestione Almodovariana, perché l’ultimo François Ozon ha ben poco da condividere con il cinema del regista spagnolo, al di là della confezione pop più evidente, superficie che casomai cerca di innestarsi anche cromaticamente dalle parti del cinema di Chabrol, il cui riferimento sembra far da intermediario alle vertigini Hitchcockiane, qui messe in abisso come se si trattasse di una lettura post-moderna di quel territorio tra desiderio,  distruzione e ricontestualizzazione identitaria.

Eppure, senza esser snob o polemici ad ogni costo, sempre a proposito di pop, erano più incisive le Fluffy quando a metà degli anni ’90 immergevano in un bagno di elettricità glam la loro Crossdresser, parlando di un’identità mutante che sperimenta possesso e spossessamento sul proprio corpo, distanza e vicinanza, oppure rifondazione di uno stato naturale.  Qui Ozon si serve della musica di Katy Perry e di quella di Amanda Lear, coordinando un immaginario sfortunatamente vicino alla cultura Queer da festicciola, e recuperando quell’indirizzo iconoclasta che anche nel precedente Jeune & Jolie sceglieva la famiglia come bersaglio sociale, con l’illusione di piazzarci una carica di tritolo al centro per far saltare tutti i legami con le convenzioni.

Eppure, la libertà sessuale a cui aspirava il personaggio interpretato da Marine Vacht risultava l’elemento più normativo e inerte di tutto il film, in opposizione all’indolenza dell’attrice, vera e propria forza naturale che contrastava la superficie estetizzante del film.

È lo stesso contrasto che si verifica in questo nuovo “Una nuova amica”, con un travaso di energia tutto sommato interessante tra Anaïs Demoustier e Romain Duris, entrambi colti in vitali e spiazzanti momenti di fragilità, ma quasi sempre messi con le spalle al muro dalle semplificazioni superficiali di Ozon, a cui interessano gli elementi del decor e le figurine ritagliate sullo sfondo più che l’organizzazione spaziale e combinatoria del melò.

Tutto ha una consistenza scultorea, dai vestiti di Duris all’apparente leggerezza di Duris/Demoustier che fanno shopping insieme, fino all’amplesso dove la Demoustier mima le scopate della Vacht nel film precedente, con quel senso di perdita del se e di elevazione estatica, che si traduce in una postura senza fine, incluso il cazzo di marmo di Duris che sbuca dall’intrico di fibbie, lacci e biancheria.
E se anche i cadaveri sono sculture per Ozon, l’unico momento in cui sembra liberare il film facendo coincidere sentimenti e gusto popular è quando il contatto tra i due si verifica su di un letto di ospedale,  accordando i movimenti sulle note di  “Une Femme avec toi”, già sentita in una sequenza precedente ambientata in un gay bar, dove al di là della performance Ozon si soffermava sui volti vissuti degli astanti, in una galleria vitale che per un momento supera il diaframma della maschera. In entrambi i casi, il rapporto tra corpi e musica sembra avvicinarsi a quello del cinema di Vecchiali, ma è solo un attimo, prima di sprofondare nuovamente nel quadretto; non è certo refrattarietà agli aspetti positivi di una famiglia che sembra intraprendere il percorso di una trans-genderizzazione del nucleo, quanto la dimensione scopica del bozzetto, un dipinto lontano anni luce dalla vita.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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