Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il coro di Tokyo fonde in coerente unità spunti tratti da un romanzo di Kitamura Komatsu e segna una tappa importante nella nascita del “tocco di Ozu”, non meno vitale di quello dei suoi maestri hollywoodiani, Chaplin e Lubitsch, su cui si era esercitato il tirocinio fondamentale dei suoi inizi.  

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Nel ’31 il ventottenne Ozu è un navigato regista del muto e l’anno successivo sarà l’acclamato vincitore di Cinema Jumpo con Sono nato ma… , un capolavoro posto a coronamento di un percorso fatto di passione e mestiere, genio e umanità sconfinata.
Lungo questa strada Il coro di Tokyo è una bella tappa preparatoria, con una commistione perfettamente equilibrata di generi che vanno dal gakusei-mono, film sugli studenti al sararymen, film sul mondo degli impiegati, fino allo shomin geki, che mette al centro la famiglia della piccola borghesia.
La presenza di situazioni e figure destinate a divenire topiche del suo cinema, come il rapporto fra padri e figli, il tema del lavoro e delle difficoltà collettive e individuali in una economia in forte crisi, la durezza del vivere e la pacata accettazione del proprio ruolo nel mondo, segna inoltre l’inizio del distacco dai codici del cinema americano, Chaplin e Lubitsch in primis, su cui si era esercitato il tirocinio importante degli inizi.
Se molto ancora permane di un magistero così importante, soprattutto nella trattazione magistrale del tema comico alternato al motivo drammatico, sta nascendo proprio ora, in questa fase del muto, quello che potremmo chiamare “il tocco di Ozu”, non meno vitale di quello dei suoi maestri.
Da segnalare, emergente fra gli altri, il motivo della triade padre e due bambini, la stessa di Sono nato, ma…, tema di forte impatto drammaturgico, intessuto dei segni elementari della convivenza giornaliera fusi con la sacralità di quel legame solido, antico, archetipo fondante della condizione umana, che è il legame padre/figlio.
Con evidente richiamo autobiografico, Ozu dà alle figure de Il coro di Tokyo e alla loro interazione costante una presenza scenica magnifica per leggerezza di rappresentazione e verità di contenuti.

Kogo Noda, fedele e unico sceneggiatore di tutta la sua storia artistica, fonde in coerente unità spunti tratti da un romanzo di Kitamura Komatsu, e con il regista che ne accentua i risvolti drammatici divide la storia in tre sezioni.

La prima si svolge in un interno piccolo borghese.
Il padre, in mutande e camicia, si sta preparando per andare al lavoro. Ha appena fatto con molta cura il nodo alla cravatta guardandosi in uno specchietto di fortuna appoggiato alla libreria quando entra il figlio che gli chiede di comprargli una bici. Si vergogna perché tutti i compagni ce l’hanno e, a sottolineare la cosa, un breve controcampo esterno riprende una fila di ragazzini che passa in bici oltre la palizzata.
Scena seguente, seduti a terra, padre e figlio sono vicini.

Il primo, visibilmente felice di avere il figlio che ha, ma anche vessato da problemi economici (siamo nel Giappone del ’31, investito dalla crisi mondiale e alle prese con i preparativi della guerra che tra non molto sferrerà alla Cina) guarda un po’ di sbieco il ragazzo.
La piccola peste capisce la difficoltà e cosa gli fa fare Ozu? Gli fa tirare, sciogliendola, la cravatta del padre che resta decisamente contrariato, tanto aveva dedicato all’impresa poco prima.
Garbo, tenerezza e sorriso inevitabile.

Nel secondo step entra in scena Okajima, studente che si ribella con garbata ironia alla disciplina da caserma del prof di ginnastica (il lungo servizio di leva, finito due anni prima, aveva lasciato il suo segno nel giovane Ozu, già a suo tempo studente ribelle che preferiva il cinema ai banchi di scuola).
Si susseguono gag nel cortile della scuola in cui sono evidenti echi di comicità da muto hollywoodiano.

Si passa quindi all’ultima sezione, “molti anni dopo”, recita la didascalia. Siamo in un’agenzia di assicurazioni, Okajima è ora un impiegato alle prese con manifestazioni di stupidità, ipocrisia e presuntuosa spacconeria parolaia di colleghi con cui deve fare i conti.
Di fronte all’eterno “armiamoci e partite” del collega sindacalizzato, affronta il capo in difesa di un collega licenziato ingiustamente e, naturalmente, viene licenziato anche lui.

La sequenza della vita in ufficio ha momenti memorabili, come il duello dei ventagli che si svolge sulla scrivania del capo tra Okajima e il capo stesso o la visita alla toilette dei vari sararymen che, affettando naturalezza sospetta, si rifugiano lì per guardare indisturbati dentro la busta paga dopo la lunga e paziente fila fatta per ottenerla davanti all’ufficio del capo. L’esito del trambusto è da comica finale, stesso inarrestabile scoppiettìo di umorismo surreale. Personaggio di grande rilievo, tratteggiato con cura calligrafica, è infine la moglie di Okajima, interpretato da Yagumo Emiko, indimenticabile ne La moglie di quella notte (1930).

Come in quella storia Mayumi, figurina dal viso dolce e triste e dallo sguardo fermo e deciso, darà una svolta importante alla vicenda, anche qui la moglie è la dolce e risolutiva compagna di una vita difficile.
Okajima, disoccupato, dovrà accontentarsi infatti di un lavoro molto modesto, nonostante la laurea. Al collega licenziato, che ora fa l’uomo sandwich per strada, dirà con profetica lungimiranza: “Con la mia laurea non mi vogliono, sono troppo specializzato” (era il 1931 a Tokyo!)
Vendere i suoi bei kimono è un modo per aiutare la baracca, la dolce mogliettina non esita a farlo e Okaijma non deve saperlo, ma si sa come vanno queste cose. La scoperta del cassettone desolatamente vuoto e la scena immediatamente successiva della famigliola che ritrova la serenità per sopravvivere intonando un bel coretto, tutti e quattro seduti in cerchio per terra, è musica tradotta in immagini, è la malinconica dolcezza di un andante mozartiano seguita dalla briosa ripresa di un rondò.

E se W. Hildesheimer, a proposito di un certo modo mozartiano di plasmare personaggi con la musica, parla di “… figurine di quelle che, nate in provetta, invenzioni prepsicologiche, si trasformano in realtà solo attraverso la musica … I materiali, gli elementi costitutivi, i mattoni con cui sono stati eretti questi imponenti edifici sinfonici sono in ultima analisi piuttosto semplici…” , lo stesso potremmo dire delle storie e dei personaggi di Ozu.

Vita allo stato puro nell’andare anonimo dei giorni, nulla che, accadendo, sappia di evento, ma quanta sapienza, quanta tecnica e quanto rigore per dirlo!

Ozu Yasujiro
Il coro di Tokyo
Giappone - 1931

Con Okada Tokihiko, Yagumo Emiko, Sugawara Hideo, Takamine Hideko
Durata 91 min
Titolo originale Tokyo no korasu

 

Paola Di Giuseppe

Paola Di Giuseppe

Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.