Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Due cortometraggi, À propos de Nice del ’30 e Taris ou la natation del ‘31, per capire che è nato un genio del cinema, e nel ’33 arriva il mediometraggio Zéro de conduite 

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Due cortometraggi, À propos de Nice del ’30 e Taris ou la natation del ‘31, per capire che è nato un genio del cinema, e nel ’33 arriva il mediometraggio Zéro de conduite, con cui Vigo entra nel vivo della fiction, si alimenta della realtà  trasfigurandola e trasferisce il dato autobiografico sulla scena di una vicenda collettiva che va oltre il tempo e le occasioni, modella in immagini un pensiero libero e vitale, cresciuto fin dall’infanzia nel pur breve contatto con quell’anarchico Miguel Almereyda morto in carcere che fu suo padre.  E la frase ribelle di Tabard, quello della combriccola che sembra il meno monellaccio, col suo caschetto femmineo di capelli e la malinconia dipinta in faccia, è la stessa pubblicata da Almereyda contro il governo durante la sua lotta politica:vi dico merda!”. Una storia breve, lo spaccato di una condizione umana in un tempo che sembra lontano, nel ’33 collegi, professori e alunni erano quello, ma ancora nel ’68 si continuava a ribellarsi e  dopo il ’68 se ne videro ancora tante. Vigo precorre e lo fa con pochi mezzi (un aspirante produttore, Jacques-Louis Nounez, credette in lui) ma ebbe grandi collaboratori del suo genio precoce ed effimero: Boris Kaufmann alla fotografia e Maurice Jaubert alla colonna sonora. Zéro de conduite ha visto la luce delle cineteche e delle sale d’essai solo nel ’45, dodici anni di quarantena comminati dal governo per “elogio dell’indisciplina e danno al prestigio del corpo insegnante”. Quattro ragazzi, Caussat, Colin, Briel e Tabart, puniti con una successione di zero in condotta, organizzano una ribellione contro i responsabili del collegio, arbitri assoluti di ordini assurdi e regole vessatorie, divieti di uscire la domenica e convivenza sotto controllo continuo negli stanzoni inospitali di dormitori tetri, dove basta un nonnulla per rimanere ore in piedi in punizione e i fagioli sono il menu unico di tutti i giorni. Uomini di potere, il piccolo, laido potere che si esercita sull’infanzia, fatto di minacce e carezze lascive, coercizione e contaminazione perversa dell’innocenza, sono tutti raccolti nell’ombra del Signor Censore che si profila nella prima sequenza, quella del viaggio sul treno grigio, avvolto da fumi, al ritorno dalle vacanze, quando ancora ci si lascia andare a giochi e invenzioni, risate e birbanteria. Adulti come ombre minacciose aspettano queste giovani vite per renderle uguali a loro, morti viventi, mostri dilatati dalla prospettiva dell’occhio infantile che li vede muovere, atterrito, dietro la tenda del dormitorio. La rivolta monta spontanea, anarchica, folle e infantile, e comincia con la guerra dei fagioli nel refettorio, citazione del The Big House di George Hill, per proseguire con la battaglia dei cuscini, sequenza cult della storia del cinema, un omaggio al Chaplin della Febbre dell’oro e all’illusionismo del cinema che tutto trasforma in un magico gioco, accompagnato da una punteggiatura musicale riprodotta al contrario, mentre fra piume svolazzanti parte una parodia di processione che, in un fulmineo scorcio di piani, mostra un sesso infantile  sotto una camicia da notte sollevata dal vortice incontenibile. Dal tetto del collegio les enfants terribles lanceranno sulle teste dei grandi riuniti per la festa del collegio ogni oggetto a portata di mano, in una baraonda fatta di energia vitale, ribellione surreale e feroce, ma soprattutto innocente, che culmina con la fuga verso il cielo, luminoso e libero. Raccontare una storia del genere, e che a farlo fosse un membro dell’associazione degli autori ed artisti rivoluzionari (AEAR), assiduo frequentatore di circoli libertari frequentati da nomi come Francis Jourdain, Fernand Desprès, Victor Méric e Jeanne Humbert, non era cosa destinata a passare inosservata. Quando la Storia, per dirla con Montale, fece “tutte le sue vendette”, ci si accorse di quale eredità avesse lasciato Vigo, capostipite di una lunga serie di opere sul tema della libertà e della trasgressione condotta in suo nome, e da Truffaut (( Ho avuto la fortuna di scoprire tutti i film di Jean Vigo in un’unica volta, un sabato pomeriggio del 1946, al Sèvres-Pathé  grazie al cine-club La chambre noir animato da André Bazin e altri collaboratori di “ La Revue du Cinéma”. Entrando in sala ignoravo persino il nome di Jean Vigo, ma fui preso immediatamente da un’ammirazione sterminata per quest’opera che tutta insieme non raggiunge nemmeno i duecento minuti di proiezione. In principio ho avuto più simpatia per Zéro de conduite, probabilmente per identificazione avendo solo tre o quattro anni più dei collegiali di Vigo […] Niente di ciò che si è mostrato sullo schermo nei successivi trent’anni ha eguagliato in questo campo l’immagine dello mano grassa del professore sulla piccola mano bianca del ragazzo in Zéro de conduite […] Esteta e realista, Vigo è un regista che ha evitato tutte le pecche dell’estetismo e del realismo.[…] Sembra che Vigo lavorasse continuamente in questo stato di trance e senza perdere nulla della sua lucidità. Si sa che era già malato mentre girava i suoi  due film e anche che ha girato certe sequenze di Zéro de conduite steso su un letto da campo. E’ naturale quindi che prevalga quest’idea dello stato febbrile in cui si trovava girando. E’ assolutamente possibile e plausibile. E’ esatto che si possa essere effettivamente più brillanti, più forti, più intensi quando si è febbricitanti. A un suo amico che lo consigliava di non stancarsi, di risparmiarsi, Vigo rispose che sentiva che il tempo non gli sarebbe bastato e che doveva dare tutto e subito. Per questo sembra plausibile che Vigo, sapendosi condannato, sia stato stimolato da questa scadenza, da questo tempo contato. Dietro la cinepresa, doveva trovarsi nello stato d’animo di cui parla Ingmar Bergman : “Bisogna girare ogni film come se fosse l’ultimo”” (da François Truffaut  I Film della mia vita , Marsilio, 1978, passim) )) a Cantet, passando per Buñuel, Wajda, Kanevski, Lindsay Anderson e De Seta, tutti gli furono in qualche modo debitori. A sua volta Vigo rende omaggio ad un altro dei suoi padri, e Huguet (Jean Dasté), adulto “folle” come i ragazzi di cui è il sorvegliante nel tenebroso collegio, imita Charlot nel parco giochi, e poi, con agile performance atletica, ribalta il mondo guardandolo “a testa in giù”, riuscendo a disegnare caricature animate degli altri insegnanti  da quell’unica prospettiva possibile. Questo Monsieur Hulot avant lettre è l’adulto “diverso” in un mondo di manichini omologati, che Vigo rappresenta con toni caricaturali: il Rettore del collegio (il nano Delphin) barbuto e tracotante con la sua voce chioccia e quel paternalismo mellifluo che mai si arrende, professori, bidelli e direttore conformi ai suoi ordini e più simili a carcerieri che ad educatori, tutti squallidi prototipi di un’umanità che ha dimenticato il cielo, e allora i nostri quattro piccoli eroi sono lì, in fila indiana e poi affiancati su quel tetto, a ricordarglielo.

Paola Di Giuseppe

Jean Vigo
Zéro de conduite
Francia - 1933

Con Jean Dasté, Robert Le Flon, Delphin, Du Verron, Pierre Blanchar, Luis de Gonzague
Durata 47 min
Origine e anno Criterion Collection - 2011