Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Documentario d'invenzione, formula cara all'autore, Gion bayashi fa perno sul tema chiave del mondo di Mizoguchi, la donna e il destino a cui è votata, e lo stile documentaristico, pur nella finzione del racconto, moltiplica all’infinito la sua carica di denuncia sociale forte ed esplicita. 

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I turisti che vengono in Giappone vanno matti per il Fujiama e per le geisha che sono per loro i simboli della bellezza giapponese. Come il teatro Nō e la cerimonia del té fanno parte della rinomata eredità culturale giapponese, quindi dovete studiare sodo ogni giorno, con orgoglio e dignità, perché un giorno sarete i simboli della bellezza giapponese.

Le piccole maiko, apprendiste geisha, sedute in cerchio, ascoltano la maestra che le indottrina e intanto imparano a suonare molti strumenti, danzare, comporre ikebana e, soprattutto, intrattenere i futuri clienti con grazia ed eleganza.
La nuova Costituzione garantisce i diritti fondamentali delle persone, quindi la tua libertà è garantita…” dice ancora la maestra ad Eiko, in arte Myoei, ma quando Eiko (Ayako Wakao) le chiede se può denunciare il cliente che pretenda rapporti sessuali l’anziana donna glissa abilmente: ”Eh, non puoi chiedermi questo, devi pensare alla mia posizione! “ .

Il sistema si regge solo se si tace tutti sulla sua ipocrisia, è impensabile sollevare il velo e metterne in mostra il marciume, soprattutto se a farlo è una ragazza senza famiglia come Eiko. Morta la madre, geisha un tempo anche lei, un padre fallito che se ne disinteressa, uno zio che la vorrebbe nel suo letto in cambio del mantenimento, un ricco impresario colluso con la politica che ama trascorrere il tempo libero ballando, cantando e bevendo sakè in mezzo a frotte di geisha e che ha sborsato 300.000 yen per l’apprendistato di Eiko: questa è la storia senza luce di Eiko. Quanto al ricco impresario, è normale che ora pretenda il corrispettivo in natura del suo investimento, ma Eiko non ci sta e gli spacca il muso.

Risultato: radiazione da ogni incarico di lei e della sua quasi madre putativa Miyoharu, geisha più anziana che nel complicato sistema giapponese di introduzione al “mestiere” serve da garanzia. La ribellione imprevista di Eiko è un problema inatteso, rompe equilibri millenari, le telefonate per annullare la loro presenza a feste in casa della signora X o del signor Y non si contano e la oka-san, proprietaria della “casa di geisha”, é furibonda.

Come crede la piccola sfrontata di pagare il debito contratto con il molto onorevole signor Kusuda, dirigente della Kusuda Motors? E che dire di Miyoharu che si é rifiutata di passare la notte col signor Kanzachi, amico del Ministero del signor Kusuda, con cui si si stavano tessendo lucrosi traffici tra una bevuta e l’altra? Che orrendo scandalo, due geisha che mettono così il bastone fra le ruote del sistema!

Ecco dunque Mizoguchi e il suo tema chiave, la donna e il suo destino nel mondo.

Questo è inoltre il film che più di altri fa luce sul suo trauma familiare mai elaborato, la sorte dell’amatissima sorella costretta a diventare gheisa dal tracollo degli affari del padre. Un padre odiato, qui adombrato nel padre di Eiko, figura ripugnante e miserabile, che rende ancor più brutale quello scenario di deprivazione morale e materiale in cui lascia vivere la figlia.
Da una novella di Kawaguchi Matsutaro, La musica di Gion (Gion bayashi) racconta di Miyoharu (una splendida, dolce e materna Kogure Michiyo) geisha che accetta di fare da Sorella Maggiore, una specie di tutor, a Eiko , piccola e determinata, incosciente e sfrontata come solo una sedicenne sa esserlo, sua maiko, apprendista geisha. Una carrellata dall’alto apre scorrendo lungo i tetti di Kyoto, poi si tuffa nel quartiere a luci rosse di Gion dove resta come intrappolata. Un suono acuto, a tratti stridente, altre volte inebriante come i vapori di una fumeria d’oppio, avvolge e serra questi destini in una clausura senza alternative.
Prigioniere di una condizione schiavile coperta dal paravento di rituali assurdi, se non addirittura beffardi (serve la firma del padre per fare la geisha! ) e di cerimoniali di raccapricciante ipocrisia (tra inchini, sorrisi e leziosità varie si consuma un sordido commercio umano in cui tutto è transazione finanziaria e in ogni scena si parla solo di denaro) Myoharu ed Heiko replicano ancora una volta il modello intramontabile dell’eroina di Mizoguchi, la donna che vive nel fango con una purezza intatta.

Su lei lo sguardo del regista si posa con rispetto, mentre si volge severo al mondo circostante e fissa le immagini nei codici di una rappresentazione fatta di sobrietà ed eleganza, compostezza formale e principi compositivi di ordine classico e bellezza senza tempo. Inquadrature spesso immobili, come in sospensione, negazione di primi piani e soggettive, una corrente carsica sottesa e silenziosa di commozione profonda, appartengono ad uno stile documentario che non contrasta con la finzione del racconto, piuttosto ne esalta la denuncia sociale.

Le due geisha sono riprese spesso nelle fasi della loro vestizione, complessa e stupefacente, da cui escono come bellissime corolle di fiori, fragili bambole di porcellana votate ad una vita di schiavitù senza futuro. La musica di Saito Ichiro fa da tappeto sonoro al loro muoversi a passettini veloci lungo le strade di Gion, accompagnate da guardie del corpo che le guidano ai vari appuntamenti. All’innocenza adolescenziale di Eiko (voglio diventare una vera maiko come sulle cartoline) fa da contrappunto la dolente consapevolezza di Myoharu, giovane ma già provata da quella vita, che tenta a tutti i costi di proteggere la piccola sorella e lo farà fino al sacrificio di sè. Solo allora a Eiko si spalancherà lo scenario autentico della sua condizione: “ Tutto non è che menzogna. I simboli di Kyoto! La bellezza giapponese! Menzogne! ” .

C’è in queste donne senza speranza una magnifica forza che si traduce in gesti di solidale e autentica amicizia, ma sulle strade di Gion continueranno a trotterellare senza tregua, avvolte in sontuosi kimono, per accogliere uomini convinti che tutto questo sia giusto e rientri nell’ordine naturale delle cose.

Era il 1953, il Giappone usciva dalla guerra e andava a vele spiegate verso la modernizzazione. A quasi settanta anni di distanza val la pena di leggere cosa si trova ancora in rete sulla condizione della geisha: ” La geisha, letteralmente “persona d’arte”, è una tradizionale artista e intrattenitrice giapponese con numerose abilità riguardanti la musica, il canto e la danza. Molto comuni tra il XVIII e il XIX secolo, oggi sono in notevole diminuzione e purtroppo quasi scomparse.
Le geisha sono donne nubili, e possono decidere di sposarsi solo ritirandosi dalla professione. Se anche gli impegni di una geisha possono includere intrattenimenti di tipo amoroso, questo non è previsto nella sua professioneoggi sono in notevole diminuzione e purtroppo quasi scomparse.
Le geisha sono donne nubili, e possono decidere di sposarsi solo ritirandosi dalla professione. .

Una vera geisha non viene pagata per fare sesso, anche se può scegliere di avere relazioni con uomini incontrati durante il suo lavoro, sebbene mantenute al di fuori del contesto del suo lavoro come geisha”.

Chi scrive questo molto probabilmente non ha visto nessun film di Mizoguchi Kenij .

Paola Di Giuseppe

Mizoguchi Kenij
La musica di Gion
Giappone - 1953

Con Michiyo Kogure, Ayako Wakao, Seizaburo Kawazu, Eitaro Shindo, Ichiro Sugai, Kanji Koshiba, Haruo Tanaka, Sumao Ishihara
Durata 85 min
Titolo originale Gion bayashi
Sottotitoli inglese italiano