giovedì, Gennaio 27, 2022

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.
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Blood on the screen: Pat Garret & Billy The Kid – Special edition di Sam Peckinpah

Agli inizi degli anni ’70, Peckinpah era un noto macellaio. Film come The wild bunch (1969) o Cane di paglia (1971) ebbero non pochi problemi di censura, e sollevarono questioni morali tanto discusse quanto di lana caprina. Alla fine, i veri macellai furono i responsabili delle theatrical versions dei suoi film, spesso ridotti a reduci di guerra senz’arti né, purtoppo, parti.

Le possibilità di un film: Elementarteilchen di Oskar Roehler

ci sono due notizie. Una buona, una cattiva. La cattiva. Houellebecq ha deciso di farsi regista di se stesso e sta girando La possibilità di un’isola, tratto dal suo ultimo, inqualificabile prodotto da ipermercato. In merito al talento registico di Michel, vedasi il suo demenziale corto lesbo-arcadico La rivière (2001). La buona è che questo Elementarteilchen è un film che vale davvero la pena di essere visto.

Rapidi Movimenti dell’Occhio: L’arte del Sogno, di Michel Gondry

Qua vige la fantasia empirica e affastellante dell’infanzia: quella dell’animazione russa di novant’anni fa (Starewicz, in primis), dell’artigiano Svankmajer , dello studio PES. Fantasia selvaggia, semplice e totale. Ingenua e fragilissima. The science of sleep è un prodigio ottenuto con uno schiocco di dita e uno sbatter di palpebre, con i suoi dialoghi fanciulli e anali

All that Radio: A Prairie Home Companion di Robert Altman

A Prairie Home Companion è un nuovo quilt altmaniano, corale, fluido, straordinario. Coadiuvato da un obiettivo vispo come quello di Ed Lachman. Chi lo dava per spacciato dopo lla visione di The company (2003) dovrà ricredersi all’istante

coazioni e collimanze: Sshtoorrty di Michael Snow

Ve’ chi si vede. Michael Snow. Vecchia conoscenza ghezziana, di quelle che puoi fare solo di notte, o in qualche saletta buia di qualche galleria d’arte contemporanea. I quarantacinque minuti-zoom del suo Wavelenght (1967) restano, col passare degli anni, una lezione magistrale di Visione percepita e di arte aggrappata al Concetto. Le ore e ore della Regione centrale (1971) hanno roteato molte volte su Fuori Orario, immagini random da una macchina – un occhio, se vogliamo – capace di ruotare 360° su se stessa; in mezzo al nulla, e con la sola compagnia del buon vecchio zoom. In questa Short Story nessuno zoom, solo un paio elementi: due panoramiche simmetriche, e sua maestà la sovrimpressione.

Run for your death: Shisso – Dead Run di Sabu

Un esempio di cinema medio, armato di un discreto talento visivo e di un gusto mai banale nel riprendere un Paese che ci arriva troppo spesso in pasticche di stereotipo. Medio perché tutto pialla, dal dialogo casalingo all’omicidio efferato. Il pubblico vede ma non sente.

Onde anomale: Invisible waves di Pen-ek Ratanaruang

Dopo l’ottimo Last life in the universe passato a Venezia nel 2003, dopo voci di corridoio, inciampi e procrastinazioni, sbarca in concOrso a Berlino il nuovo film di Pen-ek Ratanaruang. Co-produzione d’ampio respiro e dream team tecnico, con Christopher Doyle alla fotografia e Hualampomg Riddem al soundtrack, entrambe colonne – audio/visive – portanti di una pellicola che sarebbe un delitto non riuscire a vedere al di fuori del circuito festivaliero.

Arriva la bufera: L’ivresse du pouvoir di Claude Chabrol

Girato a Parigi tra palazzi svettanti, macchine di lusso e appartamenti lussuosi, è un film decisamente urbano, centrale, che sceglie un focus molto diverso rispetto alla tradizione – ottima, ottima davvero – provinciale e borghesotta in cui Chabrol è solito dilettarsi in entomologia, e la Huppert in sublime crudeltà. Chabrol, un po’ come Flaubert, compila da sempre un suo personale Bouvard e Pécuchet: uno stupidario umano condito con salse diverse, di solito gialle e criminose. Di quel giallo quieto e casalingo che piaceva tanto a Friedrich Dürrenmatt in testi come Il giudice e il suo boia.

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.
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