giovedì, Marzo 4, 2021

120 Battiti al minuto di Robin Campillo: il tempo della determinazione e il ritmo del desiderio

Francia, primissimi anni Novanta, seconda presidenza Mitterrand; nemica: l’ignoranza.

L’Aids, misconosciuto e sottovalutato perché considerato aberrante prerogativa di omosessuali, tossicomani e prostitute, miete un altissimo e crescente numero di vittime.
120 battiti al minuto di Robin Campillo, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes e selezionato per la corsa francese agli Oscar, affonda qui le proprie solide radici. E’ infatti dal vissuto dell’autore e del co-sceneggiatore Philippe Mangeot che prende le mosse il film, essendo stati entrambi tra gli attivisti di Act Up-Paris, associazione militante che a partire dal 1989, seguendo il modello dell’omonima realtà newyorkese, combatté la lotta contro la malattia con le armi della conoscenza, della comunicazione, della forza delle idee e delle azioni, esteticamente spettacolari ed energiche, entro i confini, a volte sottili, della non violenza.

Dai tentativi di dialogo con il governo per ottenere efficaci campagne di informazione e prevenzione, ai blitz nelle scuole per promuovere l’uso del preservativo; dagli incontri con le case farmaceutiche nel tentativo di accelerare i tempi della ricerca e smascherare atteggiamenti omertosi, alle incursioni nei laboratori delle stesse con sangue finto ad imbrattare le pareti, memento delle responsabilità; tutto è ricondotto sullo schermo con fare documentaristico, in un film che però, a ben vedere, a una forma base plasmata dal realismo accompagna fitte simbologie. Su tutte, una Senna che, in chiusura, scorre purpurea: sogno utopistico di Act Up che vede finalmente la luce grazie a Campillo, in una sequenza di grande impatto emotivo e forza visiva.

Se è vero che la polifonia delle voci e la pluralità dei punti di vista sono gli elementi costitutivi del fulcro sociopolitico del film, di tutte le scene cioè in cui il focus è incentrato sull’assemblea, sia in sede ad Act Up, sia in luoghi altri, secondo modalità e tecniche che ricordano il lavoro fatto dallo stesso Campillo con la sceneggiatura di La classe (Entre les mures) di Laurent Cantet, pur vero è che il film scorre seguendo due assi paralleli e complementari: insieme a questa dimensione pubblica sussiste quella della sfera privata, modulata su canoni differenti, meno originali ma non poco incisivi.

I dialoghi che si intersecano liberi, spontanei, in un flusso naturale, risultato di un sapiente lavoro in fase di scrittura, e la visione d’insieme data da diverse angolature di ripresa durante le riunioni dei membri associati, si alternano quindi al pullulare dei corpi, alla frenesia dei balli in discoteca, alle scene di sesso, alle parole sussurrate e ai silenzi, ai dettagli, ai volti, secondo schemi che rimandano invece a quell’Eastern Boys premiato a Venezia nel 2013.

E i corpi e i volti che, lentamente prima, prepotentemente poi, emergono sugli altri, non per particolari eroismi, piuttosto a valore di emblema, sono quelli di Sean e Nathan, malato il primo, sano il secondo, interpretati da Nahuel Pérez Biscayart e Arnaud Valois, misurati, grandi.

Centoventi al minuto è, a rigore, il numero di battiti della musica elettronica anni Novanta, riproposta qui dal compositore Arnaud Rebotini, il cui lavoro è conditio sine qua non per la complessiva riuscita del film, ma difficile è non leggere oltre. Si vedrà allora che le centoventi pulsazioni sono il centro emozionale del film, il tempo della determinazione e della voglia di vita, così come della paura, il ritmo del desiderio e dell’amplesso, rituale a scongiurare la morte, che prende la morte per mano, e dopo la morte si perpetua.

Veronica Canalini
Critica Cinematografica iscritta al SNCCI. Si anche classificata al secondo posto al concorso di critica cinematografica “Genere femminile: quando le donne criticano il cinema” indetto da Artemedia, oltre a scrivere di Cinema per Indie-eye, si è occupata di critica letteraria per il Corriere del Conero.

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