martedì, Novembre 30, 2021

57/mo Festival dei Popoli: Madame Saïdi di Paul Costes e Bijan Anquetil – la recensione

Nel 2007 Paul Costes e Bijan Anquetil sono in Iran per le riprese di Les murs ont des visages.
I volti del documentario sono quelli dei martiri della guerra contro l’Iraq che dai murales di Teheran parlano di un società ferita al punto che ogni famiglia, in media, ha almeno un morto da piangere.

Difficile per i due registi raccogliere testimonianze non stereotipate dalla propaganda di regime in un paese in cui ognuno sembra recitare un ruolo, a partire dai genitori dei martiri stessi.

E’ su questo sfondo in bassorilievo che il personaggio di Madame Saïdi appare in tutta la sua originalità, imponendosi all’attenzione dei due registi e alla macchina da presa all’uscita da una moschea: “Sono madre di martire, sono un’attrice. Non esitate a contattarmi, abito proprio qua dietro”.

Quando Costes e Anquetil torneranno nello stesso quartiere popolare, sette anni dopo quel primo incontro, scopriranno che Madame Saïdi è nel frattempo diventata una star televisiva, tanto famosa da esigere un cachet per prestarsi al progetto che le viene proposto.

“Sono francesi, i poveretti” dice la donna che si definisce ‘un’anziana tra gli antichi’ all’indirizzo dei due registi, chiarendo sin da subito di non essere una sprovveduta né per quanto riguarda l’aspetto economico, né per la costruzione del personaggio destinato ad emergere dal documentario.

Inizia così un viaggio a fianco di una personalità straordinaria che nel film interpreta se stessa, ma senza finzione alcuna perché, come dice Bijan Anquetil ‘la recitazione non è l’opposto del vero, ma solo una delle sue modalità’ e Madame Saïdi non è certo donna che si lascia ridurre a inerte oggetto di documentazione.

La vediamo intimare ad un uomo di tacere in una pubblica discussione, riprendere una vicina che preferisce il parere di un medico al suo, affrontare il provino per una parte di cui non sa leggere il copione perché, come dice, “non so leggere ma ascolto. E’ più che sufficiente”.
Nel mostrare le foto di suo figlio Reza si sofferma solo su quelle che lo ritraggono vivo, mentre al centro dell’inquadratura l’immagine del corpo offeso di un ragazzo di diciassette anni urla l’orrore che Madame Saïdi non ha bisogno di raccontare. La retorica del martirio rimane ai margini dell’intimità del suo dolore, un’interpretazione tra le altre per cui viene regolarmente pagata, come nell’incontro a cui accetta di partecipare solo per offrire materiale filmico al documentario.

E’ una finzione narrativa quella che consente agli autori di spostare la conversazione sul piano del reale, attraverso la figura di un tassista che funge loro da alter ego, interpretato dal regista iraniano Kaveh Oveisi.

All’interlocutore che la accusa di non saper recitare ma di interpretare sempre e solo se stessa Madame Saïdi risponde che il suo unico scopo è cercare di rendere la recitazione divertente perché “la risata è il rimedio dei mali senza rimedio”.

E quando le viene chiesto se davanti alla macchina da presa ha recitato o vissuto, lei risponde che ha vissuto, ma che ha anche dovuto recitare per sintetizzare, rivelando la mise en abyme che lei stessa ha effettuato del suo personaggio: “se volete raccontare la mia vita reale non vi basteranno tre o quattro anni. Chi può raccontare la vita di qualcuno tutta in una volta?”.

Beatrice Rinaldi
Al Rischiatutto porterebbe Alfred Hitchcock, a cena Daniel Auteil.

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