mercoledì, Settembre 30, 2020

Andres Veiel su Beuys, l’intervista: Quel becco Bunsen di Beuys

Indie-Eye ha incontrato il regista svevo classe 1959 che da un quarto di secolo indaga gli aspetti più controversi della storia tedesca ricorrendo spesso e volentieri alla forma documentaria. Beuys è stato presentato in concorso alla 67. Berlinale.

IE: All’inizio del lavoro aveva una tesi?

Sì, non proprio una tesi, diciamo un’intuizione: Beuys pensa in maniera contemporanea. È morto da trentun anni ma molto di quello che ha fatto resta attuale. Nel 2009 sono rimasto folgorato all’Hamburger Bahnhof [N.d.a. il principale museo d’arte contemporanea di Berlino, che ha un’ala interamente dedicata all’artista e ne cura il lascito] davanti a un video in cui Beuys parla dei flussi di denaro, spiega che il capitale non va dove dovrebbe e in questo modo si creano delle bolle che prima o poi esploderanno, innescando una recessione che saranno gli innocenti a dover pagare. Le banche finiranno privatizzate a carico dei contribuenti. Il tutto senza alcun controllo democratico. Lui negli anni Settanta e Ottanta proponeva la democratizzazione della finanza e veniva schernito senza pietà. “Bada al tuo grasso”, gli dicevano. Ha formulato certi concetti in eccessivo anticipo sui tempi. Davanti ai monitor mi sono detto: incredibile che un artista che finora ho sempre apprezzato per le sue opere avesse un pensiero così concreto. Il reddito di cittadinanza l’ha formulato lui, pur senza usare queste parole: quando diceva che “ognuno è un artista” voleva ribadire non solo che ciascuno di noi è in grado di creare qualcosa, ma anche che ciascuno ha diritto di accedere al credito, a prescindere dalle proprie condizioni lavorative, per realizzarlo. Un artista capace di abbattere le pareti dei musei mi parve di un’importanza straordinaria, e quanto mai attuale. Così ho deciso – e qui rispondo alla domanda sulla tesi – non di fare un film su un celebre artista e sulle sue opere, ma su uno che diceva “buttate i miei lavori dalla finestra”, una personalità ben poco tedesca col suo umorismo, le sue risate, il suo pensiero politico. Il film è partito da qui.

IE: Mi ha positivamente colpito la scelta di Klaus Staeck come unico artista intervistato. Ha raccolto anche le testimonianze di altri protagonisti dell’arte contemporanea?

Sì, abbiamo fatto molte altre interviste, ma alla fine abbiamo optato per il materiale d’archivio. Avevamo 25 interviste e ne sono rimaste cinque. Questo perché il materiale d’archivio era molto più interessante e d’impatto: quando si vede Beuys accanto alle sue opere, mentre le realizza, mentre organizza gli spazi e parla di se stesso e delle sue idee ha davvero un’aura, una presenza fortissima. Non è stata una bella cosa per i produttori e nemmeno per me, in quanto abbiamo girato per trenta giorni in vari musei, facendo anche uso di tecnologia costosa. Tutto questo è rimasto fuori dal montaggio definitivo.

IE: Kill your darlings: sfronda molto, e comincia dalle cose che ti piacciono di più. Cosa le è costato eliminare dal montaggio definitivo?

Sicuramente le parti italiane. Beuys è stato spesso a Napoli, Capri, Caserta. C’è questa opera meravigliosa, “Terremoto in palazzo”, conservata alla Reggia di Caserta, oppure la “Capri-Batterie”, un limone conciato come una lampadina. Beuys si sentiva molto affine all’Italia, ma è un capitolo che abbiamo scelto di sacrificare. Sono rimaste un paio d’immagini col gallerista Lucio Amelio e l’installazione nel padiglione tedesco alla Biennale d’arte del 1976, verso la fine del film.

IE: La sua gioventù sotto il nazismo è descritta in discreto dettaglio, meno la sua prossimità all’antroposofia. Come mai?

L’antroposofia emerge tra le righe in performance come “I Like America and America Likes Me”, col coyote e l’apparizione dello sciamano. Quando scrive sulla lavagna “Which reality?” si intuisce che a Beuys non basta l’ambito materiale, in lui si muovono energie più alte, spirituali. Non volevo fare un film troppo didascalico da questo punto di vista. Oltretutto, Rudolf Steiner non è l’unico punto di riferimento di Beuys: ci sono Novalis, Nietzsche, Goethe. Ha attinto da moltissime fonti, rielaborandole, e qualsiasi tentativo di costringerlo in un ambito interpretativo ristretto è destinato a fallire.

IE: Trovo che questo, come tutti i suoi film, sia un film politico sulla Germania Ovest. La sfera privata di Beuys resta quasi del tutto fuori dal film. Tutto è politico. È come se avesse spostato l’attenzione da figure vicine al terrorismo o al neonazismo verso un personaggio apparentemente “altro”, neutrale, che però si muove in anni decisivi e sfiora questi temi a modo suo.

I miei film dialogano tra loro, certo. Beuys è una risposta, una reazione al pensiero manicheo della RAF o della sinistra dogmatica, con i loro diktat perentori circa l’interpretazione del mondo e la loro dialettica fondata sulla paura. Per uno come me, cresciuto nei dintorni di Stammheim, Beuys è sempre apparso un pensatore libero, non dogmatico, sempre in movimento e in divenire, animato dalla curiosità. Davvero agli antipodi della RAF e della loro suddivisione tra noi e gli altri, oggi cavalcata dal populismo. Beuys era e resta una sorta di becco di Bunsen, una fiamma autonoma che catalizza, provoca e offre un punto di vista inaspettato.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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