Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Film appassionante e importante quello di Francesco Cannavà, sulla fisicità e sulla sessualità delle persone disabili 

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La camera scivola lentamente sulla pelle di Claudia: le sue gambe, le sue braccia, il suo ventre… Because of my Body ha il corpo nel titolo e con un corpo si conclude, ultime immagini con le quali il film ci ricorda, come un sigillo sulle immagini, la carnalità personale, la letterale carnalità degli individui. Una carnalità che in quanto tale chiede altri corpi, una presenza anche fisica dell’altro. Il buio in cui è immersa Claudia mette in risalto la sua pelle e tutto ciò che la sua pelle significa. Contemporaneamente sembrano isolarla: è sola. Il suo corpo è solo.

Claudia ha 20 anni ed è disabile. Non può muovere gli arti inferiori ed è assistita in tutte le sue attività quotidiane dalla madre. Decidono di intraprendere un percorso che in Italia è molto raro e non sempre ben visto, anche per il suo ambiguo statuto legale. La vita della ragazza si incontra così con quella di Marco, un care giver, un assistente sociale specializzato nell’aiutare le persone disabili a scoprire la propria sessualità.

Francesco Cannavà entra nell’esistenza di Claudia in questo momento per lei delicatissimo e la osserva in silenzio, fermo e raramente si avvicina, per non disturbare il complesso rapporto tra i due, giocato sul ciglio di un burrone dove si può scivolare in ogni momento e dove forse Claudia dovrà scivolare per portare a termine una crescita che richiede anche l’apprendimento dell’abilità di rialzarsi.

La messa in scena del documentario vuole essere il più neutra possibile: Cannavà non interviene mai e si pone come osservatore esterno di una vicenda che mostra nel suo accadere esattamente come accade. Lo stile appartiene a quello “oggettivo” che molto deve allo statunitense Frederick Wiseman, nei cui film il regista non parla mai e si limita a raccogliere immagini da presentare allo spettatore.

Sappiamo bene che un documentario non è mai una riproposizione della realtà, ma una narrazione. Anche solo scegliere cosa inquadrare, come e in che modo montarlo consente la costruzione di  un punto di vista. E qui il punto di vista di Cannavà emerge prepotentemente dalle sue scelte registiche, che parlano più di qualunque voce fuori campo.

Mai indiscreto, né  volgare, il regista siciliano non nasconde nulla di Claudia e della sua vita, mettendo tutto davanti allo spettatore. L’astrazione cui spesso gli individui disabili vengono sottoposti, come corpi valutati solo nella loro condizione medica viene qui spazzata via dalla matericità di una ventenne, dalla sua fisicità, dai suoi impulsi, dalle sue funzioni biologiche. La camera non nasconde quei dettagli che potrebbero far storcere il naso al pubblico, ma la cui presenza è in realtà necessaria alla restituzione di Claudia come persona.

Le immagini di Because of my Body sono una presa di posizione netta in favore dell’educazione fisica e conseguentemente sessuale delle persone disabili, perché si accetti il loro essere persone piuttosto che portatori di disabilità: quest’ultimo è un aggettivo, non un sostantivo. Senza parole ma con le immagini Because of my Body chiede di dare dignità anche ai care givers, così che il loro lavoro sia reso possibile senza ambiguità  e di rinunciare ai preconcetti sulla sessualità connessa alla disabilità, così ben rappresentati dalla madre di Claudia, che da Marco vorrebbe venisse posto un freno alla fortissima spinta erotica della figlia e non un’educazione.
Because of my body è tutto questo. Ed è anche, in fondo, una piccola storia d’amore, triste eppur gioiosa; questo rende il film appassionante, oltre che importante.

Marcello Bonini

Francesco Cannavà
Because of My Body
Italia - 2020

Con documentario
Durata 83 min