Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

La Biancaneve di Pablo Berger è quella dei fratelli Grimm, ma vista attraverso la cultura spagnola degli anni '20; Un gioco irriverente, macabro e surrealista, che nella forma del cinema muto fa reagire più storie dell'occhio; da domani in alcune sale Italiane e anche all'istituto Stensen di Firenze: distribuzione a cura di Movies Inspired  

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Con Terremolinos 73, il regista spagnolo Pablo Berger debutta nel lontano 2003 prendendo letteralmente a ceffoni l’amore cinefilo attraverso un racconto picaresco ambientato nella Spagna degli anni ’70. Tutta la passione per il cinema veniva rovesciata come un guanto nell’avventura “a passo ridotto” di Alfredo Lopez, venditore di enciclopedie che a causa di una grave crisi finanziaria dei suoi editori, si farà coinvolgere nella realizzazione di una serie di cortometraggi di impostazione documentale destinati ad una pubblicazione enciclopedica per il Nord Europa e che seguirà passo passo la vita sessuale di Alfredo e di sua moglie Carmen, con metodo “scientifico”. Tra truffe, pornografia clandestina, la fascinazione per le storie matrimoniali di Bergman, Berger mette in abisso un pezzo di storia del cinema degli anni ’70 e la demistifica con gesto anarchico e crudele.

Il progetto di realizzare un film che interpretasse lo spirito più intimo e quindi ambivalente delle fiabe dei Grimm con il filtro di un cinema che non esiste più, a Berger viene in mente prima che il “muto” ultra-manierista di  The Artist esplodesse come fenomeno commerciale; la lavorazione di Blancanieves è quindi molto più accidentata e stratificata della patina alla Michel Hazanavicius, tanto che tra l’esordio di cui parlavamo e l’ultimo film di Berger passano nove anni di tempo.

Berger riscrive quindi la Biancaneve dei Grimm con intenzioni quasi decostruzioniste, ma alle alchimie psicanalitiche di Angela Carter, preferisce una vertigine visiva che racconti la storia politica del suo paese, sbilanciata tra istanze rivoluzionarie e una distruttiva spinta necrofila. Ambientato nella Siviglia degli anni ’20, il film segue le vicende di Antonio Villalta (Daniel Giménez Cacho) noto matador ; quando un incidente gravissimo in arena lo costringerà all’immobilità, la moglie morirà dando alla luce prematuramente la piccola Carmencita (Sofía Oria).

La perfida Encarna, una splendida Maribel Verdú a metà tra bianchezza oratoriale e le femmine più perverse di Jesús Franco, come infermiera incaricata di curare il povero Antonio prenderà a poco a poco il posto della donna di casa e allontanerà la figlia del torero, costringendola prima ad una vita separata da quella del padre e vissuta in povertà insieme a Doña Concha, la nonna materna interpretata da Ángela Molina; in seguito, quando avrà raggiunto la tarda adolescenza, provocando il suo definitivo allontanamento.

Nella sua fuga disperata da una morte certa, Carmen (Macarena García), incontrerà un carrozzone di nani-toreri, esperti nell’arte del combattimento con i vitelli e dediti ad una vita nomade; la ragazza sarà adottata, seguirà le loro avventure e diventerà una toreador di talento, fino al tragico epilogo che non solo capovolgerà tutte le aspettative tradizionali della fiaba, ma in un modo certamente più giocoso rispetto a quello adottato da Catherine Breillat, innesterà più di un testo dietro l’altro, quasi fosse un bizzarro compendio dell’universo Grimm, comunicante su un tracciato orizzontale.

Con l’impianto visivo del cinema muto, il macabro iberico spinto al massimo e una propensione per la fantasia musicale memore degli esperimenti sul suono visualizzato di Germaine Dulac, Berger costruisce un testo stimolante e ambiguo che esce con forza e lucidità dalla retorica nostalgica di Michel Hazanavicius facendone sostanzialmente la parodia.

Creando un reagente destabilizzante con più storie del cinema, Blancanieves imbocca la strada della vertigine  Tarantiniana; non è un paragone qualitativo, ma quantitativo, legato al modo in cui il regista Spagnolo entra ed esce dal modello di riferimento barando con il tempo, passando da Todd Browning ad Orson Welles, da Luis Buñuel a Luis García Berlanga, dal surrealismo all’iperrealismo di Robert Aldrich. Grazie anche all’immagine curata da Kiko de la Rica, direttore della fotografia per gli ultimi film di Álex de la Iglesia (Ballata dell’odio e dell’amore, La chispa de la vida e il più recente Las brujas de Zugarramurdi), il film eccede i confini apparentemente imposti dal “formato”, trasmutando progressivamente in un incubo giocoso e surrealista; tutto il romanticismo posticcio da “polvere di stelle” cade in frantumi e se Blancanieves forse non riesce a generare gli spaventosi buchi neri del cinema di Guy Maddin, manda certamente in cortocircuito la sua stessa superficie, con un divertito ghigno Satanico.

Pablo Berger
Blancanieves
Spagna - 2012

Con Maribel Verdú, Daniel Giménez Cacho, Angela Molina, Pere Ponce, Macarena García
Durata 104 min
Titolo originale Blancanieves

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi