domenica, Luglio 3, 2022

Bling Ring: il cinema inerte di Sofia Coppola

Totalmente priva della furia parafiliaca di Korine, la Coppola realizza uno dei suoi soliti film mortiferi e impotenti, assolutamente incapace di cogliere le aporie del capitalismo "gran carnevale di differenze......mai identico a se stesso"; Bling Ring Nelle sale italiane in questi giorni

You want a hot body? | You want a Bugatti? | You want a Maserati? ! You better work, bitch (Britney Spears – Work Bitch – 2013)

Quando in Somewhere Johnny Marco e Cleo fanno tappa a Milano per la cerimonia dei telegatti, Sofia Coppola si sofferma sulla premiazione con l’ossessiva apatia di uno spettatore bulimico; impotente di fronte ad uno show triviale e sgangherato lo osserva a distanza e con occhio vitreo ne rileva gli scarti, le incongruenze, l’imbarazzante scena della messa in scena, i buchi neri.

Per un attimo ci siamo voluti immaginare il rovescio della palpebra, ovvero il teatrino televisivo che, dopo aver inghiottito il cinema della Coppola, registra sullo schermo la stessa sconnessione tra pieno e vuoto, quella vacuità post-moderna già triturata dalla critica del capitalismo fatta da una prospettiva capitalista; inerte tra immagini sempre meno intense, tutta la filmografia della regista Americana scomparirebbe, annientata dalla perdita di ritmo di una qualsiasi diretta e assimilata al tedio pomeridiano.

Bling Ring concretizza questa “fantasticheria” e senza sfiorare anche solo per un attimo la scellerata empatia pompinara di Harmony Korine, scivola lentamente nella melma più cinica del post-moderno; più che sfoggio di intelligenza scettica (al di là di un paio di momenti didascalici davvero orrendi) il cinema di Sofia ci sembra la messa a morte di qualsiasi forza possibile (anche “celibe” perchè no) tra le immagini; un raggelamento passivo già inevitabilmente parte di quella realtà che vorrebbe trasformare in ontologia. Come è possibile parlare di Bling Ring se non attestandosi sulla “pura testualità”, correndo quindi quel rischio di cui argomenta Terry Eagleton quando si riferisce agli “allettamenti del significante” come un “attraente sostituto di energie politiche bloccate, un surrogato dell’iconoclastia in una società politicamente quiescente“.

Totalmente priva della furia parafiliaca di Korine, o del disperato desiderio per la carne nell’imminente Don Jon diretto da Joseph Gordon-Levitt, la Coppola realizza uno dei suoi soliti film mortiferi e impotenti, assolutamente incapace di scorgere vita nel “male” e di cogliere le aporie del capitalismo, “gran carnevale di differenze……mai identico a se stesso“. Bling Ring allestisce un vero e proprio ritrattino, riquadrato dalle videocamere di sorveglianza, dagli smartphone o dagli schermi LCD, e che dovrebbe spezzarsi nel momento in cui si immagina tutte quelle derive ellittiche che ne alimentano la cecità; la webcam monocromatica come specchio per una fumata di popper, le ville osservate a distanza come grandi acquari iperrealisti, l’improvviso schianto in macchina, tutti i momenti di sospensione che girano sul vuoto più che “a vuoto”. Nel racconto gelido di Emma Watson a un certo punto c’è spazio anche per Lindsay Lohan, i cui fatti personali vengono triturati dalla Coppola con un cinismo senza limiti, mascherato dalla membrana sottilissima di una meta-visione a cui non crede più nessuno, quella illusoria del disvelamento; niente a che vedere con il coraggio dell’attrice americana protagonista del recente film di Paul Schrader, dove la Lohan mette in gioco se stessa, con un’intensità dolente che è parte di uno scambio di “merci spettrali ed elusive, enigmi incarnati di presenza e assenza, che fa scaturire costantemente l’ineguaglianza materiale dall’eguaglianza astratta“.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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