giovedì, Febbraio 29, 2024

Bride Kidnapping di Mirlan Abdykalykov: recensione

Mirlan Abdykalykov torna a raccontare il suo paese a quattro anni di distanza da Jo Kuluk, mantenendo viva l'attenzione sulla vita minima della comunità Kirghisa. "Bride Kidnapping" si è aggiudicato il premio principale al 28mo Festival di Busan in Sud Corea. Il film è un durissimo resoconto sul "rapimento delle spose", gravissima violazione dei diritti delle donne, tollerata anche dalle autorità locali e che ogni anno in Kirghizistan conta più di diecimila donne sequestrate e stuprate a scopo matrimoniale.

In Asia il rapimento delle spose è un fenomeno esclusivamente Kirghiso ed è una pratica che affonda le sue radici nelle tradizioni nomadi del XII secolo e successivamente in quel processo di ricostruzione dell’identità di un popolo, dopo la fine dell’Unione Sovietica.
Al di là del rapporto con la tradizione, l‘ala kachuu ha fondato un’intera società sullo stupro di massa, tanto da rendere il numero dei matrimoni celebrati per consenso di gran lunga inferiore rispetto a quello che si riferisce alle unioni nate dal ratto violento delle promesse spose.
Queste vengono individuate, rapite da persone vicine alla famiglia dello sposo e costrette al rito matrimoniale dalle donne di casa. La perdita della verginità può avvenire in questo contesto in modo totalmente coercitivo ed è il discrimine per non essere più accettate dalla propria famiglia, per il valore intrinseco e simbolico che la comunità Kirghisa assegna alla purezza sessuale.
Un patriarcato pervasivo che innerva tutto il sentire comune e che viene tollerato dal sistema giuridico e dalle autorità, nonostante ci sia stato un tentativo, del tutto formale, di porre fine a questo flagello.

Mirlan Abdykalykov torna a raccontare il suo paese a quattro anni di distanza da Jo Kuluk, mantenendo viva l’attenzione sulla vita minima della comunità Kirghisa, per definire una società piegata dalla povertà, dalla corruzione e fortemente legata ad una frammentazione di tipo clanico.
Con la fotografia cinerea di Jantai Kyduraliev, attraversa gli spazi di una città dedita ad un’economia di sopravvivenza, un deserto fatto di baracche, agglomerati industriali fatiscenti, attività a conduzione famigliare sui bordi della legalità. Un orizzonte visivo precario che si oppone all’ostinazione degli individui, ancorati alle attività quotidiane.

Umut è una ragazza di 19 anni sostenuta dalla madre, venditrice ambulante di pasti per operai, che somministra con un carretto ogni giorno. Abdykalykov intreccia tutti i gesti e le conseguenze dello scambio mercantile, con il racconto di una comunità che si muove intorno al denaro e al suo valore strumentale come forma disperata di riscatto sociale. La presenza della legge rientra nella fragilità delle contrattazioni e in una cornice di illegalità che può essere allargata o ristretta in base alla convenienza del momento.
Su quel crinale si muove la famiglia di Egemen, giovane apatico senza un futuro e una moglie. La famiglia, dedita al mantenimento di una sauna irregolare, cercherà una soluzione spendibile affidandosi al rapimento della sposa.

Il film si concentra sulle vite dei rispettivi nuclei, con la medesima distanza naturalistica che consente di organizzare il visibile nella dimensione della necessità. Non viene mai impostata una distinzione giudicante, tanto da accomunare tutti i personaggi nello stesso mal di vivere.

Le uniche speranze sono contratte nel volto di Umut, mentre sogna un futuro migliore, svolge il suo lavoro di assistenza infermieristica e si innamora di un paziente, un giornalista investigativo messosi di traverso alle attività truffaldine della famiglia di Egemen.

Sprazzi illusori di speranza in uno scenario plumbeo, lo stesso che anticipa la lunga e durissima sezione dedicata al rapimento, collocata alla fine del film.
Il determinismo è lo stesso a cui Abdykalykov si è affidato fino a questo momento, ma esplode in tutta la sua inesorabile brutalità.

Agghiacciante e straordinario come lo sforzo collettivo speso per la conservazione di un’economia sul baratro, determini l’allestimento dello stesso rituale di sopraffazione, costruito sulla collaborazione collettiva di un intero clan e affidato da un certo momento in poi a tutte le donne della famiglia.

Seclusa forzatamente in una stanza e assalita dalla microcomunità femminile, Umut viene costretta ad indossare uno jooluk bianco, velo sponsale che tramuta l’ingresso della luce nel rito della velazione, in un’oscura e violenta promessa di morte. Il trattamento riservato alla giovane donna non è infatti dissimile da quello delle merci e del denaro che passano di mano in mano durante tutto il film; un’assicurazione sul futuro di Egemen e sulle possibilità del riconoscimento sociale.
La complicità si rivela animata da un tracciato filogenetico, l’ereditarietà di un modello sociale che si innesta inevitabilmente in coloro che da vittime, non possono far altre che interpretare la parte del carnefice, per garantire la prosecuzione di un sistema identitario fondato sullo stupro.

Film coraggioso, ma soprattutto rigorosissimo nell’incorporare la prassi di un crimine accettato all’interno di un’osservazione antropologica più ampia, che determina l’inconciliabilità dei principi economici con la formazione di una coscienza orientata al rispetto dei diritti umani.
La dimensione basica ed essenziale del capitale economico crea tutti i presupposti per la sopravvivenza di tradizioni che consentano l’equiparazione a merce dell’individuo legato alle funzioni riproduttive.
Bride Kidnapping lo mostra con lo sguardo vitreo di un cinema della causalità che è difficile dimenticare.

Bride Kidnapping di Mirlan Abdykalykov (Ala Kachuu, Kirghizistan 2023 – 80 min)
Interpreti: Akak BerdibekovaElchibek ShamenovMairambek Erkegulov
Fotografia: Jantai Kydyraliev
Montaggio: Evgeniy Krokhmalenko
Musica: Evgeniy Krokhmalenko

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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