Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Racconto immaginifico e filosofico tra la vita e la morte, ma anche straordinario melodramma sulla percezione del sentimento amoroso, "Vif-Argent" ha vinto il prestigioso Premio Jean Vigo 2019 come miglior lungometraggio: "Per la sua audacia poetica, il suo romanticismo senza tempo, la sua convinzione nel potere del cinema di trascendere i confini della vita e della morte." La recensione del film di Stéphane Batut 

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Juste si muove tra i vivi e i morti. In attesa di portare a compimento il viaggio verso l’altra sponda, vaga per le strade di Parigi aiutando le anime dei defunti ad affrontare il trapasso. Invisibile a chi ancora è di questo mondo, incontrerà Agathe (Judith Chemla), vecchio amore interrotto più di vent’anni fa e l’unica in grado di vederlo. Il passaggio dalla vita alla morte si rivelerà un difficile attraversamento, tra materia e memoria.

Più che a  “Il sesto senso”, come ci è capitato di leggere, il primo film di finzione di Stéphane Batut, se proprio volessimo trovargli un riferimento, fa pensare al modo in cui Koreeda Hirokazu si è immaginato il limbo nel suo secondo lavoro per il cinema, “After Life”. 
Alcune intuizioni avvicinano molto i due film, a partire dall’algida organizzazione, tra burocrazia e psicoanalisi, che si incarica di traghettare i defunti dall’altra parte, sollecitando la formazione del loro ultimo ricordo come avvicinamento dolce e progressivo alla nuova dimensione.
A differenza di Koreeda, Batut costruisce un melodramma sul sentimento amoroso e sulla capacità di trattenerne qualità e intensità attraverso il tempo. 
A scrivere la sceneggiatura, insieme a Batut e all’attrice/regista Christine Dory, c’è anche Frédéric Videau, il cui ultimo film come regista, “A moi Seule“, era già la storia di una ritornante, sospesa tra l’annichilimento della prigionia e una nuova vita in una terra famigliare, ma irrimediabilmente popolata dai morti. 

Juste ( Thimotée Robart) cerca di ritardare il distacco, lasciando dietro di se qualsiasi ricordo. Niente lo accompagna dalla vita precedente, tanto da cancellarne ogni immagine. Durante il sostegno che offrirà ad alcune persone accolte subito dopo la loro morte, entrerà nei loro ricordi con lo sguardo di un osservatore esterno, la cui posizione ci somiglia molto, nell’esperienza che facciamo delle immagini attraverso la cornice di uno schermo. 

Come un viaggiatore dell’inconscio, visualizzerà l’estensione dei paesaggi interiori nella forma di un riflesso di luce, di un luogo de-realizzato e spogliato dalla presenza umana, occupando quel confine tra lo spazio della memoria altrui e l’instabilità del suo stesso corpo, quasi fosse un filtro attraverso il quale sia possibile attivare un processo di metamorfosi.

La trasformazione passa quindi da una serie di esperienze che mettono in abisso la propria identità, la persistenza dei ricordi e il corpo stesso, presenza fisica tra gli oggetti, oppure manifestazione fantasmatica del desiderio.
Film più empirico che soprannaturale, Vif-Argent, indaga la creatività della coscienza, cercando nell’interiorità il contenitore del concetto di durata. 

Quando Agathe insegue Juste, convinta che si tratti di un amore fugace e mai dimenticato, i cui capelli furono sfiorati dalle sue mani più di venti anni fa, segue l’improvviso risveglio suscitato da un’impressione sensibile. Sarà il volto di Juste, quasi giovane come quello del ragazzo di una volta, a disinnescare momentaneamente l’emozione, attraverso un processo di organizzazione razionale del pensiero e dello sguardo, lo stesso attraverso il quale smetteranno di “vedersi” e “percepirsi”, con effetti e intensità diverse.

Il passato, i frammenti di una vita passata, sono in “Vif-Argent” riaffioramenti, nuove emersioni che compenetrano il presente, dal fondo alla superficie.

Ma a chi appartiene la durata, allo sguardo di Juste o a quello di Agathe? 

Batut sceglie una via non lineare, ma la percorre, abilmente, cercando le convergenze tra più modi di percepire la realtà, il ricordo e il sentimento, perché se quello di Juste è bloccato e inibisce la produzione di un immaginario personale, quasi fosse un sognatore ad occhi aperti, che vive esclusivamente nel dettaglio delle cose, Agathe al contrario cerca di mantenere l’intensità materiale attivando una differenza che è legata al grado, non alla qualità della percezione in quanto tale. 

Il rapporto con la morte e con l’elaborazione di una lenta dissolvenza dalla realtà percepita, coinvolge tutti i personaggi di “Vif-Argent”, non perché colti già nella soglia di attraversamento della morte, ma perché testimoni, con diversa intensità, di quel rapporto tra interno ed esterno che viene saldato dall’azione mnestica. 

Il distacco forzato dalla memoria, l’oblio, il non voler ricordare, costringe Juste a vivere in una terra di mezzo tra realtà e sogno, fino a quella sorprendente sequenza in cui Agathe farà l’amore con il suo fantasma, corpo trasparente che scivola sul suo nudo e punto medio del loro modo di concepire il distacco e l’elaborazione della perdita. 

Ci è sembrato potente e allo stesso tempo commuovente che Batut sia ricorso ad alcuni stereotipi del melodramma, così da forzarli in una direzione quasi opposta rispetto all’accentuarsi dei pieni e della presenza. Svuota quindi ciò che sottolinea, rilevando quell’interstizio tra cosa e rappresentazione, corpo e fantasma. 

Ricorre allora a trasparenti spintissimi, ai codici del melò che si intrecciano con quelli del noir, alla musica scritta da  Benoît de Villeneuve e Gaspar Claus come intensificatore delle passioni,  ad una fugace apparizione del mito di Narciso, quasi a suggerire l’impossibilità di Juste di uscire da quella condizione in cui si sente ancora misura di tutte le cose, ma anche la sua bruciante volontà di rimaner vivo.

Quello che Proust chiamava “immenso edificio del ricordo”, scivola nel film di Batut attraverso le testimonianze dei morti che penetrano lo spazio dei vivi, li sfiorano, li toccano, materializzano altre immagini e altri paesaggi, in quell’improvvisa rivelazione del vedersi visti, che appare come un lampo quando, per esempio, la nonna di Agathe accarezza con dolcezza il proprio cadavere. 

Fotografato dalla straordinaria Céline Bozon (I giorni in cui non esisto, Exils, Mrs. Hyde, Félicitè) con una gamma colorimetrica sospesa tra il sogno e la visione impressionista, “Vif-Argent” trasforma i luoghi di una Parigi quotidiana, cercando la straordinarietà tra le cose e i gesti, senza rinunciare al linguaggio di un cinema immaginifico, dove i personaggi emergono dal tempo per poi dissolversi con la fine dell’immagine percepita, senza che il loro passato influenzi il nostro modo di guardarli e nel caso, amarli. 

 

 

Stéphane Batut
Burning Ghost
Francia - 2019

Con Thimotée Robart, Judith Chemla, Saadia Bentaieb, Djolof Mbengue, Marie-José Kilolo Maputu, Cecilia Mangini, Babakar Ba, Bernard Mazzinghi, Frédéric Bonpart, Antoine Chappey
Durata 104 min
Titolo originale Vif-Argent

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi