sabato, Agosto 15, 2020

Dafne di Federico Bondi: la recensione

«La vita è dura!». Con queste parole la giovane Dafne sgrida e zittisce il padre Luigi, troncando le sue lamentele. L’uomo sta ancora attraversando il periodo di lutto dopo la morte della moglie, ma al suo fianco è rimasta questa figlia dall’energia davvero speciale, una fontana di emozioni gridate a squarciagola al mondo che la circonda. Un mondo in cui la madre è ancora presente, nel ricordo alla quale Dafne si aggrappa con più vigore rispetto al padre, figura che capiamo essere gentile ma non troppo presente nella vita della figlia.

Ma in fondo sì, la vita è davvero dura e lo sanno perfettamente entrambi; lui lo realizza profondamente nel momento in cui diventa vedovo, lei invece può affermarlo cosciente della sfida costituita dalla stessa quotidianità.

Dafne, come la sua interprete Carolina Raspanti, è affetta dalla Sindrome di Down. Una forma non tra le più gravi, che ha permesso al regista Federico Bondi di poter lavorare molto bene con l’espressività naturale di Carolina. L’attrice ha dichiarato che in effetti c’è molto di sé nel personaggio di Dafne, a tal punto che possiamo prendere il film come il racconto intimo e verosimile della sua vita di tutti i giorni, al quale si accosta la necessaria deriva cinematografica nel dramma familiare, costituito dal lutto condiviso tra padre e figlia.

Quest’ultimo aspetto spoglia ancora di più il tessuto personale dei personaggi, da un lato mettendo allo scoperto le debolezze di chi dovrebbe mantenere le redini del nucleo familiare, la fragile figura paterna, dall’altro esaltando l’energia e positività di Dafne, che attraverso il proprio carattere affronta efficacemente il lutto, a modo proprio.

Il film, nel mostrare il rapporto tra un padre invecchiato dalla perdita della coniuge e una figlia mentalmente disabile, si colloca dunque nel confine tra documentario e opera di finzione, lasciando che sia la sua vivace protagonista a dettare i ritmi di una storia la cui sceneggiatura non è stata nemmeno letta dalla stessa Carolina, come spiega il regista.

«È stato il film a adattarsi a Carolina. Io potevo ‘tradire’ lo script originale, ma non la fiducia di Carolina, che esige precisione, rispetto e la capacità di saper ascoltare» ha raccontato Bondi, facendo così comprendere che la focalizzazione nel suo film, il cui titolo richiama il nome della protagonista, è sulla storia e sull’umanità dei personaggi, più che sull’aspetto sociale legato alla rappresentazione della disabilità.

Questo rende Dafne un’opera differente e fresca nel panorama cinematografico odierno; il tema della malattia è affrontato qui con uno sguardo più immediato, forse meno attento al quadro sociale in cui è calato il dramma dei protagonisti. Al cuore delle intenzioni del regista rimane quindi la realtà e i sentimenti che emergono da gesti e sorrisi. Dafne e la sua diversità vengono calati in un ambiente pronto ad accoglierli, come dimostrano le amicizie più strette oppure l’importante ambiente di lavoro (Carolina, e così la sua Dafne, lavorano in un supermercato), ma c’è spontanea comprensione anche negli incontri occasionali, come quello con gli agenti della Guardia Forestale o gli albergatori incontrati durante la gita. Non un film che guarda alla disabilità con sensibile distacco e attenzione, ma un’opera che la affronta dall’interno, dal punto di vista della stessa attrice affetta da questa sindrome.

Non si pensi però che la disabilità di questa giovane protagonista sia messa in una sorta di secondo piano, o che la sua presenza sia inserita in un clima di placido idillio o indifferenza. La sua energia è prepotente, inesauribile, quasi innaturale vettore di una positività d’animo che non cessa nemmeno nel momento del lutto, che comunque va superato. Ecco allora la proposta di Dafne al padre: una visita alla tomba della madre può forse aiutare il padre a combattere lo stato depressivo in cui è caduto. Inizia così un importante pellegrinaggio, non privo di situazioni esilaranti e certo nemmeno di conflitti (gran brutta cosa per chi come Dafne “non sopporta chi si lamenta”), in cui padre e figlia scoprono lentamente una nuova dimensione familiare.

Specialmente lo realizza Luigi, imparando ad allacciare con la figlia, la cui malattia inizialmente non aveva accettato, un rapporto nuovo, che noi spettatori in fondo allacciamo assieme a lui. Si può dire che la parte migliore e più matura di Dafne inizi proprio qui, con la partenza dei due protagonisti accompagnata dalla voglia di conciliare gli animi e ritrovare un equilibrio all’interno del nucleo familiare spezzato.

In definitiva, il film punta tutto sull’empatia e può dirsi riuscito nella somma delle sue parti, anche se forse risulta essere troppo vincolato ad una rappresentazione della quotidianità non sempre efficacemente autentica; questa infatti risulta talvolta forzata al fine di gestire al meglio l’imprevedibilità delle situazioni stimolata dall’energica, caotica presenza di Carolina/Dafne. Ma è un difetto di struttura in fondo assolutamente comprensibile e coerente con lo spirito che accompagna questa semplice storia di affetti.

Michele Bellantuono
Michele Bellantuono
Veronese classe '91, laureato in Filologia moderna e studioso di cinema autodidatta, svolge da alcuni anni attività di critica cinematografica per realtà online. Ha un occhio di riguardo per il cinema di genere e dell'estremo oriente

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