sabato, Agosto 15, 2020

Dilili a Parigi di Michel Ocelot: la recensione in anteprima

Nella Parigi della Belle Époque, con l’aiuto di un giovane fattorino, la piccola canaca Dililì indaga su una serie di rapimenti misteriosi in cui sono coinvolte alcune bambine. Nel corso delle indagini incontreranno personaggi straordinari che li aiuteranno fornendo loro gli indizi necessari per scoprire il covo segreto dei maschi maestri, i responsabili dei rapimenti.

Con un semplice movimento a svelamento Michel Ocelot rivela quanto pensiamo di sapere, quanto sappiamo e quanto ancora possiamo imparare dalle storie. Nell’apertura del suo ultimo film, Dilili a Parigi, il regista prima inquadra un villaggio indigeno popolato da una quotidianità gestuale esotica, poi, allargando l’inquadratura con uno zoom all’indietro, rivela la natura artificiale di questa installazione recintata nei pressi del centro di Parigi, e infine suggerisce al pregiudizio dell’occhio lo scavalcamento del confine, il passaggio magico da una realtà all’altra, seguendo la sua protagonista nel salto dentro alla realtà della Francia di inizio 900.

Questo gesto di pura semiotica applicata all’animazione permette al regista di iniziare una straordinaria avventura e di comunicare fin dall’inizio il suo senso:

il reale può essere riletto grazie alla meraviglia e la meraviglia può scrivere da capo una nuova realtà, migliore.

La storia della piccola Dilili, bambina canaca educata da una insegnante francese, non è però solo la messa in scena dell’esplorazione di un reale storico riscrivibile, ma anche un viaggio di formazione nel mondo della bellezza e il racconto di una sfida per migliorare il futuro.

Questo intreccio tematico è attraversato, sintetizzato e risolto dal movimento liberatorio del triciclo di Orel, fattorino che, vagando per la capitale francese, trasporta Dilili dentro alle scorciatoie della complessa rete urbana nel suo momento di massimo splendore e maggior pericolo: mentre il discorso culturale è infiammato dalla presenza di artisti leggendari il futuro della capitale è minacciato dalla misteriosa società dei Maestri del Male, responsabili di una politica interessata ad asservire per sempre le donne e le bambine. Il viaggio della protagonista è un’indagine contro questo male terribile, nascosto nell’inconscio fognario della città e nell’inconscio morale di una parte dell’élite maschile; inoltre è un percorso di educazione estetica, aperto alla molteplicità delle arti e promosso dall’incontro di inventori e artisti; infine una missione votata al salvataggio del ruolo delle donne in una società colpevole del loro (sottile o evidente) allontanamento dalla scena sociale e culturale. L’evoluzione della storia segue alla luce del sole l’evoluzione dello sguardo impegnato della protagonista, sempre sollevata dal senso di meraviglia, capace di plastificare a proprio piacimento il liquido fissato dal collage animato del regista.

È attraverso Dilili che il regista può elogiare l’avvenirismo di Parigi, comporre una dura critica ai terroristi misogini e allo stesso tempo disegnare una storia educativa. Seguendo le acrobazie dei suoi occhi innamorati del mondo, capaci di scovare il male e richiamare alle armi il potere dell’ingegno femminile e umano per abbatterlo, Ocelot scarta il rischio del giochino nostalgico ripetitivo e fine a se stesso ed evita di specchiarsi nella vetrina della sua bravura.

Mette il messaggio prima dell’immagine e così comunica attraverso la composizione dell’immagine emozionata: ogni volta che il campo si accende di colore, l’incanto corre a perdifiato e la ricerca visiva – incentrata sulle possibilità di una stilizzazione che arriva con istantaneità commovente – trasforma l’estetica in intuizione etica, che esalta la didattica della bellezza.

Il genio comico in parallelo riscrive, instancabile e sempre educato, la storia della letteratura e la storia dell’arte con momenti di immaginazione impossibile (da storia del cinema), nel miglior viaggio nel tempo possibile: quello che fa voltare all’indietro la faccia del cuore per sognare un futuro migliore. Ogni stratificazione tematica è così riassunta e sublimata da un senso urgente che è accolto e liberato dalle immagini, come in un fiore a fuoco d’artificio.

Leonardo Strano
Leonardo Strano
Primo Classificato al Premio "Alberto Farassino, scrivere di Cinema", secondo al premio "Adelio Ferrero Cinema e Critica" Leonardo Strano scrive per indie-eye approfondimenti di Cinema e semiotica. Ha collaborato anche con Ondacinema, Point Blank, Taxidrivers, Filmidee, Il Cittadino di Monza e Brianza

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