mercoledì, Ottobre 21, 2020

Emma Dante, una liturgia domestica: l’intervista su “Le Sorelle Macaluso”

Le "Sorelle Macaluso" è uscito il 10 settembre, «è passato più di un mese ed è ancora nelle sale.....nonostante il Covid e tutta questa preoccupazione....la gente continua ad essere resiliente, si arma, si equipaggia ed entra in una sala con la voglia di sognare» Emma Dante, di liturgie e rituali famigliari. L'intervista

Tra luce e oscurità, ecco dove si colloca Emma Dante, in teatro e al cinema, in qualunque di questi spazi le sue meravigliose creature prendono forma.


«Sono affezionata da molto tempo alle Sorelle Macaluso, lo spettacolo teatrale è nato nel 2014, circa sei anni fa ormai, abbiamo girato il mondo con loro, e ancora lo facciamo. Sono diventate un po’ le mie sorelle, ho pensato che a un certo punto potesse essere interessante dargli una residenza, una casa. A teatro vivono in uno spazio scenico che è completamente vuoto, privo di scenografia, sul palcoscenico sono presenti solo degli scudi e delle spade posati a terra, non c’è altro. L’idea di prendere queste sorelle e collocarle a un indirizzo con un numero civico mi sembrava la cosa giusta, l’ho fatto per loro».


La casa infatti non è solo lo spazio dove vivono, è il collante che tiene unite queste cinque sorelle e anche un personaggio a sé

«Sono riuscita in questo obiettivo perché quando l’ho scritto con Giorgio Vasta e Elena Stancanelli abbiamo dato molta importanza a tutta la sequenza degli oggetti, l’anatomia della casa è stata descritta molto bene nella sceneggiatura. Poi quando mi sono messa di fronte ai corpi, alle attrici, alle difficoltà che si incontrano sul set ti accorgi che lì non si riesce sempre nell’intento che lo script suggerisce, ho avuto un po’ di paura quando mi sono accorta che i corpi di queste dodici donne erano più forti degli oggetti. Ho lavorato con tutte loro per due settimane intere, abbiamo provato ogni singolo personaggio, Pinuccia ad esempio è interpretata da tre diverse attrici nel corso del film, come anche Katia e Lia, e tutte e nove erano lì con me, ognuna assisteva e studiava l’interpretazione dell’altra, ripeteva gli stessi gesti: le modalità in cui Pinuccia truccava il suo viso, il movimento delle labbra di Lia quando legge un libro, i balli di Maria, è stato un lavoro chirurgico, l’attenzione era rivolta ai particolari, alle cose più semplici. Non tutto poi è confluito nel film, in sede di montaggio molte scene le ho tagliate ma ciò non toglie il grande lavoro di emulazione che c’è stato da parte di ognuna di loro. Tutto questo infatti non ha niente a che fare con il lato fisico, non ho mai cercato delle sosia, quello che mi interessava era l’interpretazione e ricreare quella liturgia domestica che da sempre ci appartiene e non perdiamo mai con il trascorrere del tempo, mentre il nostro viso, il nostro corpo continuano a cambiare. Quando rivedo le foto di me bambina, di me adolescente non mi riconosco, penso di essere io totalmente diversa, ma ancora faccio lo stesso identico movimento per preparare il caffè, uso lo stesso rituale quando mi lavo i denti, mi guardo allo specchio sempre dalla stessa angolazione, tutte queste cose fanno parte della vita, non ho inventato niente di nuovo».

Le Sorelle Macaluso di Emma Dante


Il film risulta molto diverso dalla pièce anche se a essere raccontata è la stessa storia

«il cinema è il cinema, il teatro è teatro, non si può prendere uno spettacolo e farlo diventare un film senza le dovute modifiche, sarebbe un gesto fallimentare in partenza quindi ho dovuto fare i conti con un linguaggio che è completante diverso da quello teatrale. Anche se il nucleo e il cuore sono rimasti, come l’idea che la morte continui a persistere nella vita di tutti i giorni».

Sono due spazi così dissimili che anche la percezione che si ha da spettatori non è la stessa

«è un ascolto diverso, la sala per me è un luogo piuttosto traumatico, il film l’ho visto una volta a Venezia perché dovevo esserci, era un evento straordinario, poi l’ho rivisto qua a Palermo quando l’ho presentato nella mia città, in una sala vera con un pubblico vero, e poi non è più successo perché mi imbarazza stare in sala a guardare il mio film con gli altri. Alla fine è come se venissero a casa mia e mi vedessero camminare nuda tra le stanze. Non mi accade in teatro, lì sono meno a disagio, anche se il disagio c’è sempre perché hai una grossa responsabilità verso gli spettatori che vengono e pagano un biglietto per il tuo spettacolo. Probabilmente mi sento un po’ più a mio agio perché a teatro al contrario del cinema c’è la possibilità dell’imprevisto. Io e lo spettatore condividiamo una tensione diversa, si sta in allerta continua, durante un film quando sei entrato nella visione non ne esci più fino alla conclusione, mentre a teatro entri ed esci in continuazione, sono più altalenante sia la concentrazione che l’attenzione. A teatro hai la percezione della vita davanti a te, gli attori e le attrici sudano, inciampano, oppure fanno cadere un oggetto che non sarebbe dovuto cadere, c’è l’imprevedibilità che rende me e il pubblico molto più attivi»

Durante la lavorazione del film sono state fatte scelte che non tutti hanno gradito…

«A qualcuno può aver dato fastidio il fatto che la scena in cui la sorellina più piccola, Antonella, muore fosse reiterata più volte per poi tornare alla fine, non volevo creare suspense su questo incidente ma semplicemente dimostrare che quei piedini bagnati che poi lasciano la scaletta sgocciolare sono il chiodo fisso, l’ossessione di tutte le sorelle sopravvissute. Non si vede mai veramente la bambina che sbatte la testa, non si capisce come muore, quello che si vede e che continua a persistere nella testa di Maria, Pinuccia, Lia, Katia e negli spettatori è appunto questo incidente che dura un attimo, un secondo, ma alla fine dura tutta la vita. Quel particolare nelle loro menti si ripete per ottant’anni. Tutto ciò è molto interessante soprattutto per un film sul tempo, un tempo non convenzionale in cui quel secondo non fa più parte del nostro presente ma si trasforma in un frammento eterno che ti porti dietro durante tutta l’esistenza.
Per far sì che tornassero insieme bisognava passare dai quei piedini, da quella nuotata, da quel bacio e da quei colombi, è stata una scelta più sentimentale la mia che non razionale».

Le Sorelle Macaluso di Emma Dante


Lo spettacolo ha un’impronta più surreale rispetto al film che invece è più realistico anche se non privo di un certo simbolismo che è stato criticato

«Troppi svolazzi dei colombi, troppo Satie, tutti questi elementi che andavano a sottolineare un certo andamento hanno dato fastidio perché la Gymnopedie No.1 non si può più sentire ma io dico appunto questo, da un carillon avrei dovuto per forza far uscire una musica conosciuta, che abbiamo sentito un milione di volte perché un carillon proprio per sua stessa natura riproduce un suono della tradizione, un motivetto che conosciamo tutti. Se fosse stato Il lago dei cigni oppure La cavalleria rusticana sarebbe stato uguale. Sarebbe stata una musica che avremmo sentito milioni di volte e che ritorna nel film perché quel carillon è l’ultimo suono che si sente in casa prima che esca la bambina».


Il legame tra la pièce teatrale e il film passa anche attraverso due attrici, Simona Malato e Serena Barone, che interpretano Maria e Lia nella versione adulta, entrambe parte integrante della compagnia Sud Costa Occidentale di Emma Dante

«Sono davvero molto brave. Comunque secondo me attori e attrici dovrebbero provenire sempre dal teatro, perché il teatro è un inizio, è come l’utero materno, qui avviene la gestazione, qui si cominciano ad apprendere gli strumenti e l’equipaggiamento che ci necessita per nascere. Il cinema è luce, il teatro è oscurità. In teatro l’attore si forma e poi viene alla luce al cinema. Credo che dovrebbe essere un passaggio quasi obbligato per quanto mi riguarda».

Lei stessa infatti è stata prima di tutto un’attrice di teatro e in teatro si ritrova ancora oggi quando, pur con una pandemia in corso, sta preparando un’opera lirica che non debutterà prima del prossimo anno per i problemi legati al Covid.

«Ho sentito intorno a me una grande voglia e desiderio di ritornare nei luoghi dell’arte che poi servono alla comunità per crescere intellettualmente e umanamente, l’ho sentita nonostante i sacrifici che si devono fare, difficile empatizzare quando hai sul volto la mascherina per tutto quanto il tempo di uno spettacolo. In questo momento siamo convalescenti, mutilati, è come se ci fossimo alzati con la flebo e ancora fossimo un po’ malati. Io ho finito adesso le prove di un’opera lirica, durante le quali soprano, tenore e tutti gli altri cantavano con la mascherina, alla fine erano distrutti. Poi quando vedo cosa succede nello sport penso ci sia una forte discriminazione da parte di chi ci governa. Pensi che ci sia davvero una reale discriminazione nei confronti di quei settori che non contribuiscono alla macchina dei soldi come il teatro, dove ancora si deve stare a distanza, dove non si possono toccare gli stessi oggetti di scena. È un delirio, è impossibile fare teatro in questo modo. Anche al cinema come si fa? Si può girare un film solo se hai tantissimi soldi e puoi sanificare ogni minuto. Il mio film è uscito il 10 settembre, è passato più di un mese ed è ancora nelle sale, ricevo telefonate e messaggi dagli esercenti che mi ringraziano di averlo fatto. Il premio più grande è questo, nonostante il Covid e tutta questa preoccupazione, aver sentito riconoscenza e gratitudine. La gente continua ad essere resiliente, si arma, si equipaggia ed entra in una sala con la voglia di sognare.
Questo è bellissimo».

Francesca Fazioli
Francesca Fazioli
Laureata nelle discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, ha frequentato un Master in Critica Giornalistica all'Accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico e una serie di laboratori tra cui quello di scrittura cinematografica tenuto da Francesco Niccolini e Giampaolo Simi. Oltre che con indie-eye ha collaborato e/o collabora scrivendo di Cinema e Spettacolo per le riviste Fox Life, Zero Edizioni, OUTsiders Webzine

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